La top 7 delle exit in Italia. Quando impareremo ad “uscire”?

Poche, molto poche, le acquisizioni di startup del 2013. Le italiane vengono spesso comprate all’estero, ma è davvero necessario chiudere il mercato a livello nazionale?

Exit Italia

Poche. Troppo poche. Sono le acquisizioni di startup del 2013. La straordinaria cessione di EOS a Clovis per circa $415m (leggi qui) ha riproposto e ridato slancio al tema delle exit. Un mercato ancora agli albori nel nostro paese, che deve essere costruito con pazienza e sapienza.

Facendo leva su FinSMEs ed altre fonti, abbiamo verificato cos’è accaduto nel 2013 sotto questo punta di vista.
Diversi sono i deal che, per un motivo o per un altro, vale la pena citare. La lista non risulta esaustiva ma (direi) abbastanza rappresentativa:

– Clovis/EOS: EOS, società fondata da Silvano Spinelli che sviluppa proditti oncologici, è stata acquisita la scorsa settimana da Clovis Oncology (NASDAQ:CLVS) per oltre 400 milioni di dollari. EOS era supportata con i fondi di Sofinnova e Principia Sgr;

– Menarini/Silicon Biosystems: Menarini ha acquisito Silicon Biosystems (leggi qui), startup capace di isolare cellule tumorali rare (e vincitrice del premio Leonardo 2013);

– Seolab/Alkemy: Seolab, una Search Engine Marketing Agency fondata a Torino nel 2007, ha acquisito Alkemy, rilevando dal fondo DPixel di Gianluca Dettori e da Mailclick di Giulio Valiante (ex Jobrapido) il 65% del capitale (leggi qui);

– Grow VC/Kapipal: a Luglio, Grow VC Group ha acquistato Kapipal, startup che ha sviluppato una piattaforma di crowdfunding per progetti personali (leggi qui);

– ExitReality/Koinup: gli asset di Koinup, startup bresciana di Pierluigi Casolari ed Edoardo Turelli che ha sviluppato un social Network avatar, sono stati acquistati da Exitreality, che opera da anni nel settore dei mondo virtuali (leggi qui riguardo al deal annunciato all’inizio del 2013).

Per quanto riguarda gli italiani all’estero, segnaliamo due cessioni:

– a Londra, Monoidics, di Cristiano Calcagno e Dino Di Stefano, startup che ha sviluppato un programma per scovare errori nei software, è stata acquistata da Facebook (leggi qui);

– a San Francisco, Staq.io,  servizio di backend per giochi, di Massimo Andreasi Bassi, Luca Martinetti e Francesco Simoneschi  è stata acquistata da da PlayHaven (leggi qui).

Lo scorso anno a far notizia furono (tra le altre) Glancee, comprata da Facebook, Jobrapido, dal Daily Mail, e Redmatica, comprata da Apple. Ma a livello di sistema sembra emergere un fatto: la sporadicità delle exit. Un sistema favorevole ad esse ancora non esiste. Senza considerare gli Stati Uniti, ne registriamo pochissime in Italia, poche nell’Europa continentale, di più in Gran Bretagna.

Cosa fare? I punti di vista e gli approcci sono diversi. C’è chi si focalizza sull'”educare” i manager delle grandi aziende all’acquisizione di startup in Italia e sulla creazione di un vero e proprio mercato interno. C’è chi risponde che la destinazione delle startup stesse sia per definizione globale e che non ci sia bisogno di chiudere la “platea” dei possibili acquirenti nei confini nazionali e magari costringere gli imprenditori a delle exit che sviliscano il valore delle aziende. C’è chi pensa che sia solo di tempo, che l’exit si farà anche in Italia, secondo l’approccio “fai correre la lepre e poi acchiappala“.
Approcci condivisibili. Come il fatto che le lepri debbano esserci davvero, che la spinta propulsiva debba venire proprio dal basso, dalle stesse startup, dalla qualità dei loro prodotti, dalla loro capacità di creare business internazionali. In tal senso, anche imparare (bene) le lingue straniere per affrontare tali mercati e sviluppare relazioni con partner industriali e commerciali, sembra non essere un fattore di poco conto.
Ricette o segreti non sembrano esserci. Lavorare, senza soluzione di continuità.
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