Ci sono più soldi che idee? I 190 milioni restano a Roma

A 100 giorni dal mega bando Smart&Start per le startup del Sud, il capo di Invitalia, Arcuri, annuncia la svolta: “E’ meglio che una parte restino a noi piuttosto che sprecarli”

Smart&Start

Ci sono più soldi che idee. O meglio: ci sono più soldi che idee se i soldi pubblici vengono spesi male e non consentono alle idee migliori di crescere. Questo ho pensato ieri sera a Luiss Enlabs, l’incubatore della Stazione Termini, nella sala conferenze, dove si presentava il libro di Paolo Cellini “Internet Economics” con il presidente di BNL Luigi Abete, il capo della Luiss Gianni Lostorto, l’amministratore delegato di Wind Maximo Ibarra e quello di Invitalia Domenico Arcuri (per la verità c’era anche una delle founder della startup Le Cicogne, arruolata al volo per cancellare il solito scandalo di panel sulla innovazione formati solo da uomini, generalmente in là con gli anni: grazie per esserci stata).

Domenico Arcuri, 47 anni, calabrese, già amministratore di Deloitte, una eleganza di abiti ricercatissima (“Sono un tipo decentemente vestito” ha detto anche l’altra sera con qualche civetteria), non è un volto noto della scena startup italica eppure è quello che ha in mano le chiavi del forziere più importante: soltanto sul bando Smart&Start gestisce 190 milioni di euro. E’ una vicenda che i lettori di StartupItalia! conoscono bene visto che abbiamo raccontato il flop del sito al debutto, il 4 settembre, le polemiche, la scelta del ministro Zanonato di tirare dritto (“Ci sono panini per tutti, perché dovrei fermarmi?” fu la sua lapidaria conclusione). In quei giorni ebbi occasione di conoscere Arcuri: mi invitò nel suo ufficio, la sede di Invitalia a via Calabria, due passi da via Veneto. Fu incredibilmente affabile visto quello che avevamo scritto, mi chiese di mantenere riservata la conversazione e mi disse che voleva essere giudicato su come sarebbe finita la vicenda dei 190 milioni di euro per le startup e le piccole imprese del Sud. “Aspetti i risultati, farò una commissione di valutazione dei progetti inattaccabile. Provereremo a fare le cose per bene”. La commissione è poi arrivata e via via che passavano le settimane ci si è accorti che quel che mancava erano le domande per coprire il plafond di 190 milioni, e quindi Invitalia ha riavviato un giro del Sud per ripresentare il bando. Aveva ragione Zanonato: ci sono panini per tutti, anche troppi forse, viste le dimensione asfittiche del venture capital in Italia. Intanto sul fatto di dare “a pioggia” 190 milioni di euro, con tagli fino a 500 mila euro per ogni progetto, gli addetti ai lavori si sono divisi. Qui avete letto Paolo Cellini che ha difeso la strategia perché essenziale al rilancio del Sud, tagliato fuori dal venture capital tradizionale; e Giovanni De Caro che invece considera questo modo di spendere i soldi pubblici tutt’altro che smart.

In questo contesto martedì sera quello che ha detto Arcuri a Luiss Enlabs va considerato una svolta. Ero sul palco come moderatore e non sono riuscito ad appuntare tutto, ma il senso era molto chiaro. Dopo aver ricordato un suo incontro di più di venti anni fa a Roma con Bill Gates, al McDonald di piazza di Spagna, per valutare una collaborazione, Arcuri ha detto in pratica quello che segue:

1) I 190 milioni del bando sono troppi soldi per noi e troppo pochi per i destinatari, “il target”. Infatti, 500 mila euro non sono sufficienti a far decollare davvero una azienda

2) La modalità di erogazione dei soldi, per stadi di avanzamento del lavoro, prima paghi e poi rimborsiamo, non funziona

3) Concentrare quei soldi solo in alcune regioni del sud, ovvero dove per una parte del paese vive una moltitudine di cialtroni (questo Arcuri lo ha detto autoironicamente visto che lui stesso è calabrese) è sbagliato anche perché se aderisci ad un progetto del genere poi devi pagare le tasse. (ma, tralasciando un giudizio sull’efficacia dell’autoironia, va detto che il vincolo territoriale dei fondi viene dall’Europa che vuole favorire le cosiddette regioni della convergenza)

4) Più in generale l’intera vicenda del bando ha visto degli errori ma va detto che si tratta della prima volta in assoluto in cui la Pubblica Amministrazione fa una operazione totalmente paperless, cioé senza carta, e quindi qualche inciampo iniziale andava messo nel conto

5) Aver approvato i primi progetti entro 60 giorni come era stato promesso, è stato un grande successo, “una bella cosa”

Da queste premesse, che ho riassunto per sommissimi capi, Arcuri fa discendere una conclusione che cambia tutto: “A questo punto è meglio che una parte dei 190 milioni restino a noi piuttosto che mandarli sprecati. Del resto non abbiamo mai detto che li avremmo erogati tutti, ma abbiamo sempre detto che il bando era fino a 190 milioni. Questo vuol dire che se non ci sono progetti adeguati, una parte di quei soldi possiamo tenerli noi per utilizzarli per consentire a delle imprese che magari hanno vinto il primo round, di diventare grandi con un ulteriore finanziamento”. (Magari rifinanziando il fondo della vecchia legge 185 sulla formazione delle imprese).

Più in generale Arcuri ha concluso immaginando un ruolo diverso di Invitalia, meno giocatore solitario che gestisce risorse pubbliche e più abilitatore dell’ecosistema che si relaziona con gli altri operatori che forniscono soldi, logistisca, mercato e formazione, per rafforzarli.

Dall’apertura del bando, il 4 settembre scorso, sono passati 100 giorni esatti. La rotta si inverte ma la storia è tutt’altro che finita.

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