Nella mente dello startupper: le reazioni al cambiamento

I cambiamenti possono essere presi come fallimenti o come opportunità: bisogna avere la mappa giusta per proseguire lungo il viaggio della propria startup ed arrivare a destinazione

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Ci sono idee che puntano dritte alla rivoluzione (“Un computer su ogni scrivania”) e altre che vogliono solo risolvere un problema. Idee che ci fanno sognare, anche grazie a una strategica celebrazione da parte dei media (chi non freme per i Google Glass?). E altre che passano in sordina perché meno “di moda” e più di nicchia (pensiamo a Square). Non tutte nascono per innovare, alcune si limitano a migliorare servizi già esistenti sfruttando le nuove tecnologie a proprio vantaggio (è il caso di Dropbox).

Il punto non è quanto la vostra idea vi sembri buona in partenza, ma quanto sarete disposti a trasformarla in futuro. Perché non si tratta di dimostrare a tutti i costi di avere un’idea di successo, ma di creare un prodotto che soddisfi un bisogno reale. E qui il talento non conta se non si è aperti al cambiamento.

Perché se una startup è un viaggio, lo è quasi sempre verso l’ignoto: gli scenari possono mutare senza preavviso, il “decollo” durare più del previsto, e nessuno può dire con certezza se e quando arriverà a destinazione. Ma se una startup è un viaggio, ogni viaggio ha la sua mappa. Ed è in base a quella che si sceglie, che si realizzano il se e il quando.

Abbiamo tutti le nostre “mappe mentali“: di come le cose sono (mappe della realtà), e di come dovrebbero essere (mappe dei valori). È una sorta di lente attraverso cui interpretiamo (e deformiamo) la realtà. Ci guida nel mondo, sia interiore che esteriore, ci aiuta a comprenderlo, e ci consente di avere sempre una spiegazione coerente su tutto. Ma come ogni mappa, è solo una rappresentazione, qualcosa che rimanda a qualcos’altro. Perché di tutta la realtà, noi cogliamo soltanto una parte: quella che siamo abituati a vedere più spesso, anche se raramente ne siamo consapevoli.

Sappiamo fin troppo bene che la realtà è soggettiva, eppure vi siamo talmente immersi da non farci troppo caso. Non ci accorgiamo che in ogni descrizione, descriviamo noi stessi. E che anche quando diamo “ottimi” consigli (credendoci del tutto obiettivi), in verità, stiamo parlando di noi, della nostra storia. Perché quello che noi siamo, comunica infinitamente di più di tutto quello che diciamo o facciamo. E spesso l’esperienza ci insegna che non possiamo andare troppo lontano senza cambiare il nostro modo di vedere.

Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento (chi mi conosce riderà per l’eufemismo). A dirla tutta, non esco mai di casa senza un navigatore sotto mano. E riesco comunque a perdermi!

Una volta, a San Francisco, un’amica mi ha proposto di visitare una palestra di climbing. Avevamo un indirizzo ma nessun’idea di dove fosse. La città era nuova per entrambe e non era certo il caso di affidarci al nostro istinto (diciamo, non proprio da sherpa). La cosa più saggia era riporre ogni speranza in Google Maps (sempre sia lodato) ed è quello che abbiamo fatto.

Ma ci sbagliavamo. Ci siamo ritrovate a girare a vuoto tra gli stessi quattro isolati, prima di scoprire che eravamo di fronte a un curioso caso di omonimia (ebbene si, a San Francisco i nomi delle vie si ripetono!). E naturalmente, la destinazione che stavamo cercando era da tutt’altra parte rispetto a dov’eravamo.

A volte (come nel nostro caso) la mappa che stiamo seguendo, semplicemente, è sbagliata. Possiamo moltiplicare i nostri sforzi, liberare i pensieri più positivi di cui siamo capaci (ed è quello che abbiamo fatto scoppiando in una risata), ma non arriveremo a destinazione comunque. E solo se non ci importa dove siamo diretti, qualunque direzione fa lo stesso (disse lo Stregatto ad Alice). Altrimenti, ci occorre avere la mappa giusta, o potremo essere anche molto efficienti, ma non per questo arriveremo ad essere efficaci.

Potreste aver progettato il collaudo in ogni dettaglio, avervi investito ogni risorsa, eppure nonostante tutto, la vostra idea potrebbe non suscitare l’interesse sperato. Forse non risponde a un bisogno sentito, o la soluzione che propone non è in linea con le attese del pubblico. Abbandonare tutto, o insistere caparbiamente attaccati al proprio punto di partenza, non ha molto senso.

I problemi importanti che dobbiamo affrontare non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero a cui ci trovavamo quando li abbiamo creati, osservava Einstein.

Questo ci fa pensare che se vogliamo essere parte della soluzione, dobbiamo cambiare il modo in cui vediamo il problema. Se non sempre le cose prendono la direzione che avevamo pianificato, è pur vero che non sono gli eventi in sé, né i nostri errori, a danneggiarci di più, ma la nostra risposta ad essi. È solo questa che andrà ad influenzare gli eventi successivi prendendone il controllo.

Se non sempre abbiamo il potere di cambiare la realtà esterna, rimane in noi una capacità che alcuni psicologi hanno chiamato “reframing”: il saper mettere gli avvenimenti in una cornice diversa. Cambiare cornice non significa necessariamente cambiare il contenuto di quanto ci accade, ma è chiaro che, se tutto è determinato dalle nostre percezioni, modificando il punto di osservazione, anche la realtà stessa ne uscirà trasformata.

Così, un mancato entusiasmo iniziale, può essere visto come un fallimento imminente (per cui arrendersi) o come un cambiamento che non avevamo previsto, e che è lì proprio a dirci che dobbiamo rivedere la nostra mappa, cambiare rotta, e farlo in fretta. Tutto sta nell’interpretazione che scegliamo di dare, e nella rapidità con cui decidiamo di agire.

Tra lo stimolo e la risposta c’è un intervallo di tempo, ed è lì che risiede la nostra libertà e il nostro potere di scegliere come reagire (Stephen Covey)

Perché se il cambiamento è inevitabile, il modo in cui reagiamo ad esso è sempre una nostra scelta. Possiamo nascondere la testa sotto la sabbia, o reagire quando le cose sono ormai insostenibili. L’alternativa è imparare a fiutare il cambiamento prima che questo ci sorprenda.

La  differenza tra un atteggiamento proattivo e un atteggiamento reattivo, sta proprio nella nostra capacità di anticipare gli eventi. E una startup è, per natura, proattiva. Non si limita a rispondere agli eventi esterni, ma concentra i propri sforzi altrove. Accetta le cose che al momento non può controllare, e lavora al meglio su quei fattori che possono essere in qualche modo trasformati. Ma soprattutto, una startup proattiva sa di essere responsabile della propria efficacia, del proprio successo, e in ultima analisi, della maggior parte delle opportunità che le si presenteranno.

Se vogliamo ragionare in maniera proattiva, dobbiamo essere disposti a cambiare il nostro modo di vedere e di rispondere agli eventi, anche a costo di mettere in discussione ciò a cui teniamo di più, che si tratti della nostra mappa, o della nostra idea. Solo così saremo liberi dalla dittatura dei nostri stessi schemi mentali, dalle nostre resistenze, e da quel pensiero rigido che ammette solo determinate alternative. Perché qualunque cambiamento esterno richiede un lavoro che parte da noi stessi. E noi siamo sempre in grado di cambiare. Possiamo basare la nostra vita sull’immaginazione anziché sulla conoscenza. Possiamo legarci al nostro illimitato potenziale anziché al nostro limitato passato.

La più grande delle libertà umane è la facoltà di scegliere il proprio atteggiamento in ogni circostanza, la propria risposta a ogni situazione”. (Viktor Frankl)

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