Salviamo la grande bellezza

Una generazione perduta che vuole ritrovare la strada: il mondo degli startupper e delle loro riunioni “carbonare”. Investiamo in formazione affinché questo entusiasmo non si trasformi in fallimento assicurato

Grande Bellezza

Che ci fa una prefazione di Riccardo Luna sul mondo delle startup su un libro universitario? Non è l’inizio di una barzelletta, è la domanda che bisognerebbe farsi quando si inizia a leggere l’ultima pubblicazione di Loris Nadotti. Perché un professore dovrebbe chiedere ad un giornalista di scrivere due righe su un mondo che sembra schivare l’accademia per tuffarsi nella pratica? Perché, al di là degli entusiasmi dei giovani startupper, serve formazione ed investimenti in formazione, altrimenti si è votati al fallimento.

Non ho inventato le startup, come qualcuno ogni tanto dice per prendermi in giro (o per sottintendere che si tratti di un fenomeno artificiale). Di certo quando ho iniziato ad occuparmene in Italia, le startup erano un tema quasi esoterico, riservato ad alcuni benemeriti circoli accademici e totalmente fuori dal raggio di attenzione dei media. I giornali e le tv se ne infischiavano, anzi, peggio: infischiarsene vuol dire comunque esserne a conoscenza. E’ più esatto dire che ne ignoravano l’esistenza. Star-che?, come mi chiese amabilmente la conduttrice del tg1 nella primavera del 2013, ma questa è un’altra storia.

Questa storia, la storia di come in Italia una generazione abbia deciso di volersi staccare di dosso l’etichetta di generazione perduta che gli abbiamo cucito addosso, per me inizia nel 2008: ero stato incaricato di aprire l’edizione italiana di Wired e invece che farne un giornale di gadget tecnologici, come qualcuno si attendeva, avevo deciso di rispettarne il DNA originale e impostarlo tutto sulla innovazione e in particolare sulla innovazione Made in Italy. E avevo scoperto le startup. Anzi, gli startupper. Ricordo che li scoprii per caso perché come direttore di Wired ero stato invitato a partecipare a degli eventi che sembravano delle riunioni carbonare: lì giovani pieni di entusiasmo (ma a volte anche cinquantenni pieni di entusiasmo) presentavano la loro “idea innovativa” cercando di convincere qualcuno a finanziarla. Nelle loro slide al terzo anno immancabilmente i ricavi diventavano milionari e uno poteva sorridere della ingenuita ma se lo facevi subito ti sentivi in colpa perché vedevi che ci credevano davvero. Ci credono. Giocano a fare Zuckerberg, pensai con la solita semplificazione di noi giornalisti: nel senso che c’era del vero, alcuni sognavano un’altra Facebook, ma il fenomeno startup era, già allora, più ampio e profondo di quel che avevo capito all’inizio. Non riguardava solo i siti e le app, per intenderci, aveva radici salde nella ricerca universitaria e il suo orizzonte toccava settori molto complessi come il biotech e primari come il cibo.

Per farla breve, gli eventi si moltiplicavano, tanto che andava di moda dire che c’erano più eventi di startupper. Ma poi non è stato più così. Sarà stata la crisi economica con la disoccupazione giovanile che è schizzata in alto. O sarà stato il successo del film The Social Network con la celebre scena in cui il rettore americano dice che “i giovani non vengono da noi per cercare un lavoro ma per creare un lavoro”. O sarà stato anche il lavoro che in tanti in quei mesi abbiamo fatto per far crescere un ecosistema, favorire alleanze, raccontare storie di successo. Sarà stato per tutto questo che ad un certo punto le startup sono diventate importanti e gli startupper un’onda che cresce ogni giorno.

Un venture capital italiano molto noto nelle sue conferenze ricorda sempre che la prima volta che la parola startup è finita in prima pagina su un giornale italiano lo si deve a me: una cover story per la Repubblica nel febbraio 2012. Non so dire se fosse la prima volta. So che quell’anno è stato storico: il governo Monti ha varato una task force sul tema, ne è venuto fuori un rapporto con proposte legislative e molte di esse sono state adottate in uno degli ultimi provvedimenti dell’esecutivo. Non si è trattato di una rivoluzione, ma certo oggi fare una startup in Italia è un po’ meno difficile di prima.

Ma non sono le leggi a cambiare i paesi. Il movimento degli startupper, se mi passate questo termine vagamente politico-studentesco, era ormai in moto. Una moltitudine di ragazzi che senza chiedere niente a nessuno inseguono la loro idea innovativa e sperano di conquistare il mondo. Possibile farlo in Italia, in questa Italia? Sì, possibile. Ci sono tanti casi di questi anni a dimostrarlo. Aziende vere che sono partite magari nella cucina del fondatore che ha scritto righe di codice; o in un laboratorio universitario dove i ricercatori hanno scoperto il fascino di diventare anche manager. Fatturati veri. Posti di lavoro veri, ancora non tantissimi ma veri non legati a prebende e incentivi vari. Una Italia in cui credere per uscire dal tunnel.

Epperò. Come in tutte le storie c’è anche un però. La grandissima parte di questi ragazzi che affolla le competition, che partecipa agli hackaton, che si incontra ai pitch&drink per fare networking, non ha idea di come si costruisce una azienda. Non hanno la minima competenza per muovere i primi passi. E se non facciamo qualcosa, ora, subito, sono destinati a fallire. Intendiamoci, una alta quota di fallimenti è connaturata al dna stesso di una startup, ovvero di una azienda innovativa che sta su quella frontiera in cui si immagina un prodotto o un servizio nuovo che possa creare un mercato. Uno su mille ce la fa, cantavano negli anni ’60 per altre ragioni. E la percentuale nei paesi più evoluti non è così drammatica ma insomma il fallimento fa parte del gioco ed anzi accettarne la logica, incoraggiare le persone a provare e non scoraggiarsi è uno dei traguardi culturali che dovremmo darci come paese. Ciò chiarito, se non facciamo nulla, se non interveniamo sulla formazione degli startupper, il fallimento non è una possibilità: è assicurato. E rischiamo così, dove abbiamo contribuito a creare una marea di sognatori, di veder tornare a casa un esercito sconfitto di disillusi. E questo non ce lo possiamo permettere.

Che fare? Investire tempo – e se serve denaro – sulla formazione. Spiegare loro che tra una idea e una impresa c’è di mezzo il mare, come diceva un antico adagio. E per solcare questo mare serve soprattutto preparazione manageriale: dal banalissimo “come si fa un business plan” e “come si fa un pitch” alle regole – molto solide – su come si fa marketing del proprio prodotto o servizio, come si costruisce una azienda, come ci si rapporta con gli investitori eccetera. Sì certo in Italia c’è anche un problema di soldi, i capitali del venture capital non sono sufficienti a far decollare le imprese che funzionano. E’ tutto vero. Ma il vero gap in questo momento è la formazione perché se sai cosa chiedere, come chiederlo e perché chiederlo, i soldi puoi trovarli in Italia o in Europa o nel resto del mondo. Se non lo sai, è meglio che non li trovi.

Siamo in un momento delicatissimo. Un momento in cui all’aggravarsi delle crisi economica con un record di giovani Neet che non lavorano e non studiano, fa da contraltare dal basso questa spinta dal basso di startupper che in qualche modo ci provano, hanno una idea e cercano di realizzarla. Si danno da fare. Molti hanno talento, tutti hanno passione, alcuni hanno anche una preparazione di base eccellente. Non possiamo lasciarli soli. Non solo per generosità verso di loro, ma per intelligenza verso di noi. Dire che le startup saranno la panacea di questo Paese vuol dire mentire, perché numericamente è impossibile. Ma le startup sono, nel mondo, lo dicono anche gli ultimi dati Ocse, il più grande fattore di crescita economica, di posti di lavoro e in generale di innovazione diffusa e a basso costo dei paesi sviluppati. Non sprechiamo questa opportunità, aiutiamoli a crescere. Per il nostro bene.

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