Che cosa faresti se non avessi paura?

Che cos’è il talento? E come si diventa talentuosi? Se la passione è l’essenza del talento, il coraggio è l’essenza della passione. Una breve guida per entrare nella nostra mente e lanciarci in imprese straordinarie

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Si dice che un fortunato cocktail di geni è indispensabile per arrivare dove si vuole. E che, in assenza di questo, non c’è passione o tenacia che tengano. Si dice anche che le persone di talento sono destinate a fare cose grandiose e (come se non bastasse) con il minimo sforzo.

Ma la verità sul talento è un’altra. Quello che un tempo consideravamo un “dono genetico” riguarda essenzialmente la crescita del nostro cervello. Oggi sappiamo che una combinazione di pratica intensiva e motivazione è in grado, da sola, di creare quelle specifiche connessioni cerebrali che ci servono per migliore la nostra performance. Qualunque sia la sfida che vogliamo intraprendere, siamo nati con l’attrezzatura per trasformare una difficoltà iniziale in un’abilità fluida. Questo perché sono le piccole azioni ripetute nel tempo a trasformare gradualmente il nostro cervello.

Fin qui suona fantastico. Ma non basta a spiegare il talento. Rimane il fatto che non tutti sviluppiamo le stesse capacità (le stesse connessioni cerebrali), inoltre si possono acquisire elevate abilità specifiche senza per questo avere talento. Un po’ come se esistesse un tasto “on” senza il quale le conoscenze rimangono semplicemente tali.

In effetti il talento non ha niente a che vedere con i geni, ma neanche con le capacità. Inizia piuttosto con brevi intensi incontri che scatenano in noi un’indelebile motivazione. Il “tasto di accensione” consiste sempre in un minuscolo pensiero in grado di cambiare la nostra vita. Questo pensiero nasce nel momento in cui osserviamo persone di talento e ne rimaniamo profondamente affascinati. Che si tratti di Steve Jobs, Bill Gates o Leonardo da Vinci, un giorno (consapevoli o meno) qualcosa dentro di noi ci ha fatto esclamare: “Quello potrei essere io!”. Da quel momento, da quel piccolo ambizioso pensiero, è scattata una “scintilla” che ancora oggi, di fronte agli ostacoli, ci mantiene motivati. Quella scintilla è ciò che chiamiamo passione: il tasto “on” per il talento.

La passione è uno slancio inarrestabile. Libera l’ottimismo, il coinvolgimento emotivo, l’entusiasmo e la determinazione. Ed è quando lavoriamo per mantenere viva quella scintilla, che stiamo seguendo il nostro talento.

Ma la capacità di seguire le proprie ambizioni va ben oltre il puro e semplice desiderio. Richiede un mix di passione, perseveranza e autodisciplina. In una parola: coraggio. Possiamo dire che se la passione è l’essenza del talento, il coraggio è l’essenza della passione. Eppure, anche la paura ha una sua utilità.

Cosa faresti se non avessi paura?” recita un poster negli uffici di Facebook (la frase è di Spencer Johnson). Mi faccio spesso questa domanda. Mi aiuta a districarmi nelle situazioni di stallo, quelle in cui mi blocco per il timore di rischiare. Quando mi rispondo che farei esattamente quello che sto facendo, allora mi sento sulla buona strada. Perché spesso ciò che temiamo è proprio ciò che sospettiamo di poter fare. Ed è solo quando ci assumiamo dei rischi, che ci regaliamo l’occasione di fare cose eccezionali.

 Facebook

“Il coraggio non è la mancanza di paura, ma la capacità di vincerla.” (Nelson Mandela)

Lo sa bene Facebook, che ha messo il coraggio tra i cinque valori fondamentali dell’azienda. E ha sposato il mantra secondo cui la cosa più rischiosa è non correre alcun rischio. Per promuovere una “cultura del coraggio”, Mark Zuckerberg incoraggia i dipendenti a lavorare ai progetti che li appassionano e a prendere decisioni coraggiose ogni giorno, anche a costo di avere torto ogni tanto. Qualcosa di simile a Google, che dà ai suoi dipendenti il tempo per lavorare su progetti collaterali all’azienda, in cui le persone possano assumersi il rischio di sbagliare.

Del resto, Einstein ci ha illuminato anche su questo: È meglio essere ottimisti ed avere torto, piuttosto che pessimisti ed avere ragione.” D’accordo. Ma allora perché, il più delle volte, preferiamo avere ragione?

Spesso dietro un fallimento si nasconde la paura di avere successo più che di fallire. Magari non vogliamo alzare le aspettative, perché mantenerle richiederebbe uno sforzo che non siamo sicuri di poter dare. Oppure, nel profondo, pensiamo di non meritare il riconoscimento sperato, e una voce subdola ci ripete di non provarci neanche. Di solito, ci nascondiamo dietro il buon senso: pensiamo di conoscere già tutti gli ostacoli e preferiamo definirci “realisti” piuttosto che ammettere di avere paura. E così abbassiamo gradualmente le nostre aspettative, ignoriamo quel “minuscolo pensiero”, finché la scintilla non si spegne del tutto.

Anche le neuroscienze ci mettono in guardia: mantenere aspettative basse non diminuisce la delusione, tutt’altro. Non solo porta a risultati peggiori, ma non riesce neanche a proteggerci dalle emozioni negative qualora si verifichino esiti indesiderati. Questo perché il nostro cervello risponde in modo simile sia alla previsione di una caduta, che alla caduta in sé: è la stessa “matrice del dolore” ad essere attivata. E sarà tanto più intensa quanto più a lungo avremo coltivato l’attesa negativa. Allo stesso modo, la previsione di un evento piacevole attiverà sistemi neurali che hanno a che fare con il piacere stesso. In altre parole, la previsione della caduta modifica l’urto.

Accade perché il nostro cervello crede ai pensieri tanto quanto alla realtà. Non distingue l’immaginazione dal reale, di conseguenza elabora entrambi allo stesso modo. Ecco perché dovremmo fare attenzione anche alle nostre più silenziose aspirazioni. Non solo perché una previsione positiva è una profezia che si autoavvera, ma perché già di per se’ attiva nel nostro cervello le stesse fonti del piacere reale. Insomma, ci conviene.

“Quando sei ispirato da un grande proposito, da un progetto straordinario, tutti i tuoi pensieri valicano i loro confini. La mente trascende i propri limiti, la consapevolezza si espande in ogni direzione e ti ritrovi in un mondo nuovo, grande e meraviglioso.” (Yoga Sutras di Pantanjali)

Perché quando non abbiamo paura, quando seguiamo il nostro talento e diamo voce alle nostre più intime ambizioni, attiviamo in noi qualcosa di più di un pugno di neuroni. Perché quella “traccia di piacere” nel nostro cervello rimane, trasforma la realtà che ci circonda e, sul lungo periodo, può fare davvero la differenza. Questo ci fa pensare che dovremmo imparare a “delegare” un po’ di più al nostro cervello, e affidarci ancora una volta all’immaginazione. Come suggerisce Pedram Keyani, Engineering Manager di Facebook: Immagina di non doverti preoccupare delle dimensioni: che prodotto potresti creare? Immagina di non essere vincolato dalla velocità di elaborazione: cosa potresti sviluppare?

E allora, immagina di non avere paura: qual è la prima cosa che potresti fare?

2 Commenti a “Che cosa faresti se non avessi paura?”

  1. Roberto Testa

    Maddalena complimenti. E’ un capolavoro.
    Mi ricorda un quadro mentre viene dipinto: ad ogni pennellata si vede un passo più in la e alla fine si vede e si capisce l’insieme rimanendo con la “sensazione” di vedere molto di più del quadro stesso.

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