Nana Bianca: un polo di attrazione delle idee

Una realtà che comprende 18 startup e già due casi di successo internazionale . I fondatori: “Il Paese aiuti le giovani imprese, così loro aiuteranno il Paese”

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«Il nostro focus non è finanziario, è imprenditoriale. Il cuore del nostro lavoro è aiutare le startup a svilupparsi.  Ci interessa far crescere i team all’opera dentro Nana Bianca». Paolo Barberis, già fondatore di Dada, quando parla dell’acceleratore che ha messo su a Firenze con Alessandro Sordi e Jacopo Marello a fine 2012, tende a far passare in secondo piano il livello puramente monetario. Quello che conta sono le persone. Non a caso, Nana Bianca si definisce “polo di attrazione delle idee.

È quello l’unico vero scopo: «Dada si è quotata in borsa nel 2000. Dopo anni di crescita in pubblico, con scadenze fitte come quelle trimestrali, in cui devi avere tutto sotto controllo, siamo passati a una seconda fase, senza obiettivi». Non ci sono finanziatori esterni. Barberis, Sordi e Morello vanno avanti da soli, senza vincoli, per costruire e far crescere una comunità. Tolto l’interesse finanziario, resta però quello imprenditoriale. «Lo spazio che abbiamo creato è attraente per gli imprenditori. I fondi con cui abbiamo stabilito degli accordi possono venire da noi per incontrare le startup e decidere se investire o meno».

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Ad oggi, Nana Bianca ospita 18 startup: 12 accelerate, 6 in fase di investimento angel. Sono soprattutto realtà dell’ecommerce, del marketing e dell’advertising online. Le startup non hanno spese vive per il programma di accelerazione. Il finanziamento è diverso per alcuni casi specifici, ma in media le nuove startup che partono da Nana Bianca per compiere il primo tratto del percorso di crescita, ricevono una cifra di 50 mila euro attraverso il fondo Club Italia Investimenti (definizione del sito: «il primo veicolo di pre-seed al fianco degli acceleratori italiani»). Per quanto riguarda l’investimento early stage, Nana Bianca assieme a H-Farm è main partner di P101, società di venture capital connessa ad altre importanti realtà dell’innovazione italiana, come il Politecnico di Milano o l’Istituto Italiano di Tecnologia.

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Nell’open space di Firenze, ogni 6 mesi c’è un ricambio di 4/5 startup. Il programma d’incubazione è tutto basato sul lavoro gomito a gomito tra le società e la squadra di Barberis, che offre anche supporto legale, fiscale e giuslavoristico. La selezione per entrare in Nana Bianca passa attraverso gli Asteroids, giornate in cui 30/40 team presentano i loro progetti: un pitch di 5 minuti seguito da uno scambio domande-risposte di altri 5 minuti. «Mettiamo da parte le grandi exit. La selezione e la crescita dei team di lavoro è la cosa più importante», sottolineano Sordi e Marello, «vanno fatti crescere con persone nuove che possano sviluppare le loro attitudini». Per farlo con facilità, andrebbe tagliato il costo il lavoro, sempre elevato per le startup che dispongono di risorse piccole, nell’ordine delle decine di migliaia di euro. «Il Paese aiuti le giovani imprese, così loro aiuteranno il Paese. Abbiamo più bisogno noi di loro, che loro di noi».

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Ma la proiezione delle startup di Nana Bianca è ovviamente globale: le idee più brillanti non si fermano nei nostri confini. Vale la pena di ricordare Timbuktu, il primo magazine per bambini (in inglese, spagnolo e italiano) su iPad, già premiato da Mind the Bridge in California come miglior startup italiana (le founder sono 2 ragazze provenienti da Toscana e Puglia) e oggetto di numerosi articoli sulla stampa di mezzo mondo. Realizzata nella Silicon Valley, ha trovato in Nana Bianca un angel investor. Se invece guardiamo alle startup nate nel “pianeta” fiorentino e pronte a fare un balzo verso l’estero, un esempio perfetto è Buru-Buru, piattaforma per l’ecommerce di artigianato made in Italy. Tramite le news sul sito dell’acceleratore se ne può seguire lo sviluppo passo passo, dalla costituzione del team – in origine tutto al femminile – alla scelta del crowdfunding per diventare internazionali, al motto di “la creatività ha valore”. Restando in Italia, una realtà emergente è Domee, tra le prime startup ospiti di Nana Bianca. Offre un servizio automatico per creare un sito web personale a partire dai contenuti pubblicati sui social network. Nella sua versione attuale, Domee è stata presentata lo scorso novembre: «Dopo il primo mese di assestamento, abbiamo i dati per una maggiore consapevolezza di ciò che dobbiamo fare. E siamo in crescita», dice il fondatore Valerio Gioia. Ora in Domee lavorano 7 persone, tutte incontrate da Gioia dentro l’acceleratore. Operano fuori dall’open space, ma la società fa ancora parte del programma di accelerazione ed é in trattativa con grossi investitori. Una quota di minoranza appartiene a Nana Bianca, il posto dove i ragazzi di Domee hanno imparato come gestire un’impresa in crescita evitando di cadere in errori di percorso. «Un aiuto dal valore inestimabile», lo definisce Gioia.

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