Come vendere alla Rai il “futuro della televisione”

“Ho avuto la fortuna di conoscere il produttore di Braccialetti Rossi e gli ho fatto una proposta”. Matteo Pertosa racconta come funziona il second screen e perché è così importante una televisione social

Braccialetti Rossi

Il cellulare squilla tre volte. Un suono sordo, lontano. «Ciao, sono in treno. Torno a Dusseldorf da Monaco. Spero di riuscire a farmi sentire». Matteo Pertosa, 29 di Modugno (Bari), startupper di seconda generazione, da qualche settimana è in giro per l’Europa per trovare nuovi clienti di Esocialbike, la sua seconda startup nata nel 2013 che StartupItalia! ha raccontato su Autopia. Ma è la sua prima ad avergli dato le emozioni più belle negli ultimi mesi. Dreamslair, che ha fondato nel 2009, è stata scelta dalla Rai per sviluppare l’app di Braccialetti Rossi, la fiction diretta da Giacomo Campiotti in onda in queste settimane su Rai1, per un progetto sperimentale di second screen. La serie sta riscuotendo un grande  successo, e (cosa rara) ha messo anche d’accordo pubblico e critica. Tutto si tiene. Ma dietro a questo successo c’è anche la rete, i social network, dove si parla tantissimo di Braccialetti rossi. Ed è l’app di Matteo ad aver spinto tantissimo il pubblico sulla piazza digitale.

Sei già un pioniere, ci avevi pensato?

Si, qualcosa del genere… (ride). In effetti non si è mai fatto nulla di simile. Non con una fiction italiana almeno, e non in Rai. In realtà ci hanno già provato con X-Factor e Lucignolo ma…

Ma?

La nostra app è più bella.

Modesto. Raccontaci come è andata.

Qualche mese fa ho avuto la fortuna di conoscere il produttore televisivo Carlo Degli Esposti, fondatore di Palomar. Stava seguendo le riprese di Braccialetti Rossi in Puglia, tra Monopoli e Fasano, a qualche manciata di chilometri dalla mia città.

E che gli hai detto?

Gli ho raccontato cosa facevo, che stavo studiando le applicazioni di second screen e che mi interessa quello che sarà il futuro della televisione. Gli ho raccontato le mie idee su come queste applicazioni stanno cambiando il mainstream e avendolo incuriosito gli ho fatto una proposta: facciamo un’applicazione di social gaming legata alla tua fiction.

Ti ha preso per matto?

No no, l’idea gli è piaciuta subito, conosceva già questo settore e voleva lavorarci.

E poi che è successo?

E’ stato tutto molto veloce. Qualche giorno dopo mi ha messo in contatto con i responsabili dell’area comunicazione della Rai. Mi hanno fissato un appuntamento a Roma e ci sono andato. Gli sono risultato credibile e hanno voluto investire nella mia idea.

Come funziona la vostra app?

L’obbiettivo dell’app è aumentare l’engagement della fiction Braccialetti rossi. La logica è la stessa che abbiamo applicato a Esocialbike: gamificare un’esperienza, in questo caso televisiva, creando un’interazione diretta con lo spettatore per spingerlo attraverso credits e premi a scoprire altri contenuti editoriali, a sbloccare extra, a guadagnare altri punti. Durante le sei puntate della fiction arrivano inoltre delle notifiche push con delle domande sulla trama e i suoi possibili sviluppi.

E come sta andando?

Non abbiamo ancora dati ufficiali sull’app ma, prova a dare un’occhiata su Twitter. L’hastag #braccialettirossi registra migliaia di tweet ogni giorno. Quando la fiction è in onda spunta tra i trending topic. Questo perché ogni punto raggiunto, ogni contenuto sbloccato puoi condividerlo sui social. Il risultato è incredibile e sappiamo che gran parte del traffico l’abbiamo creato noi. E non solo condividendo le foto di Laura Chiatti.

E ora cosa hai intenzione di fare?

Voglio continuare a fare app di second screen, ovvio. Mi piacerebbe aumentare l’esperienza televisiva con altri programmi. Abbiamo acquisito un know how che pochi hanno in Italia, e so che sarà prezioso per i prossimi passi. Presto inizieremo a mettere in cantiere nuovi progetti. Per l’app di Braccialetti Rossi faremo un nuovo rilascio, che migliorerà ulteriormente l’user experience. Questa prima sperimentazione è stato un primo passo importante, in un mondo nuovo che gira con regole tutte sue.

Però ti chiamo mentre sei in giro per la Germania a cercare clienti per Esocialbike. Non sembra che tu voglia abbandonare il tuo progetto

Esocialbike mi sta dando un sacco di soddisfazioni e non la mollo. A febbraio la lanciamo ufficialmente sul mercato dopo un anno di progetti e ricerche. Ho incontrato diversi produttori interessati alla mia idea e ne produrremo duemila in 32 paesi. Al momento è il progetto più grosso di Internet of things in Italia.

Addirittura…

Non è uno scherzo. Gli altri riguardano sensori, sveglie, ma è poca roba. Se ne è iniziato a parlare da troppo poco. Poi ci sono i grandi a livello mondiale: i progetti di Google per la demotica. Quelli di Bmw per la i3. Ma sono altri livelli.

Mi hai già detto una volta che non ti piace definirti uno startupper. Ma di fatto lo sei. Sei ancora della stessa idea?

Più o meno. Mio padre è stato uno startupper (Vito Pertosa, fondatore di Sitael, l’unica azienda italiana ad aver contribuito alla costruzione della sonda Nasa Curiosity, ndr) ed ora ha un’azienda affermata.

Dove la tua attività imprenditoriale è più facilitata?

Nella fase di fundraising soprattutto. Gli altri devono cercare qualcuno che investa nella loro idea. Io metto in giro i miei soldi. Un’agevolazione non da poco.

Se dovessi dare un consiglio a chi volesse lavorare su soluzioni di second screen?

Avventurarsi in Italia nel mondo del second screen non è semplice. Ci sono davvero pochi interlocutori. E serve molto coraggio. In ogni caso è importante capire bene quali sono le dinamiche alla base di un applicazione davvero social se non si vogliono fare salti nel buio. Ma sopratutto avere idee, essere un passo più in là per capire dove ci sta portando la tecnologia. Ma detto così suona semplice, e non lo è affatto.

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