Dal Tajikistan all’Italia: fare per cambiare le cose

6 startup italiane, 5 russe, l’incubatore bielorusso e quello work in progress del Tajikistan. Tutti gli incontri del secondo giorno del Global Entrepreneurship di Mosca

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Un incubatore. Cinque pitch. Trenta delegati italiani. Mancava questo aspetto startupparo, oggi abbiamo avuto anche quello. Oltre alle nostre sei startup che presentavano i loro progetti al pubblico del Global Entrepreneurship Congress

La mattina è stata dedicata a loro, le sei startup italiane scelte tra le migliori del Premio Leonardo. Niso Biomedla vincitrice di Paul Muller, Tykli di Andrea Giacobino, Tensive di Alessandro Tocchio, Optosensing di Luigi Zeni, CharityStars di Francesco Nazari Fusetti e Liquidweb di Pasquale Fedele. Sono qui grazie all’ICE, l’Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane. Ognuna si appropria dell’attenzione degli spettatori per una decina di minuti. La gente è rilassata, ci sono persone lanciate sui puff rossi. I discorsi delle startup sono in inglese. Ed è già tanto, vista l’aria d’orgoglio verso la propria lingua manifestata dai russi. Mattia Corbetta invita il pubblico a prendere i contatti, ma il vero invito al networking è il buffet all’italiana, con scaglie di parmigiano e prosciutto crudo. E davanti a quel cibo, mi viene raccontata la cena tipica russa organizzata la sera prima. Alcuni sono shockati: “Era troppo kitch per essere finto russo”. Altri, come Marco Villa di IAG, si dichiarano a favore: “A me è piaciuto. Sono uno che si reputa abbastanza aperto, però l’aglio proprio non sono riuscito a mangiarlo”. Un gruppetto, invece, racconta della propria nottata alla ricerca di un locale.

Mentre aspetto di andare a fare il tour organizzato dell’incubatore, si siedono vicino a me tre persone. Uno intraprende una conversazione politica appena viene a conoscenza della mia cittadinanza italiana. Stranamente non chiedeva di Berlusconi, ma della visione che abbiamo noi di Putin. Gli altri due conversano. Poi nominano la parola startup. Sono Nastia Khamiankova, della Bielorussa e founder di BEL.BIZDaniel Albert Zaretsky, dal Tajikistan. Stanno discutendo su come riuscire a costituire un incubatore in Tajikistan, il paese più povero tra le ex repubbliche sovietiche. “Se ce l’hanno fatta in Bielorussia, sono sicuro che ce la possiamo fare anche noi. Va fatto un passo per volta e noi li stiamo iniziando a fare” dice Daniel. Chiedo a Nastia se loro ci sono riusciti davvero a creare qualcosa. “La conosci Viber, è una specie di skype per telefonare via internet dal telefono? L’hanno creata dei bielorussi, adesso sono in Israele per portarla avanti”.

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Alle 16 ci hanno prelevato per andare a visitare l’API di Mosca, un’ex fabbrica del cioccolato rimessa in sesto per fare spazio alle startup grazie ad un programma pubblico. “Se andate al piano terra sentirete ancora l’odore di cioccolato” scherza la nostra guida. Si sente anche odore di innovazione. Spazi aperti, un soppalchetto, una minicucina, grandi finestre, i soliti tavoli bianchi e i mobiletti a quadratoni dell’IKEA. Tanti ragazzi, finalmente. Al GEC non ce ne sono poi molti. I cinque che sono stati scelti per fare il pitch davanti a noi si sono vestiti di tutto punto. Tailleur e tacchi a spillo per la ragazza, camicie, pantaloni e addirittura un papillon per i ragazzi. Da quando lavoro per StartupItalia! credo di non avere memoria di un papillon e nemmeno di una cravatta addosso ad un sedicente startupper. Si vede che sono emozionati e che non sono abituati a pitchare di fronte ad un pubblico non russo. Quella che attira maggiormente l’attenzione è GoBel’unico bracciale che misura le calorie assunte e la quantità di glucosio del sangue. “Ah, ma ho visto la vostra campagna su Indiegogo” intervengono dal pubblico. “Quando abbiamo cominciato non avevamo abbastanza soldi per fare nulla. Non ci aspettavamo un successo del genere. Abbiamo iniziato ad ottenere donazioni e poi Indiegogo US ci ha chiamati per dirci che ci avrebbe messo sulla prima pagina della sua piattaforma e nella sua newsletter” racconta Artem Shipitsyn, il CEO. Avevano chiesto 100 mila dollari, ne sono arrivati 681.514 e mancano ancora 28 giorni alla chiusura.

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Ci portano in barca, per fare un giro sul fiume mentre ceniamo. Una cosa estremamente turistica che la maggior parte di noi non avrebbe fatto, ma ci è stata gentilmente offerta dai russi grazie alla faccia tosta di Anna Amati di Meta Group, che organizzerà il GEC di Milano dell’anno prossimo. Al mio stesso tavolo ci sono Alessia Malasecche Germini, sempre di Meta Group, Miriam Cresta, Direttore Generale Junior Achievement Italia, che sta facendo in modo che quello che più manca in Italia venga costruito a partire dalle scuole: si tratta di cultura imprenditoriale. “Stiamo avendo già qualche successo. Quando ricontattiamo le scuole per il ciclo successivo ci raccontano delle bellissime storie”. C’è anche Paolo Anselmo di IBAN, non quella dei bancari, ma quella dei business angels, e Marco Villa di IAG, che racconta di aver fatto il dj e confessa di farlo ancora qualche volta a feste di amici. “Quello che cerchiamo a IAG è soprattutto la passione che uno mette nel proprio lavoro. Non prendiamo neanche in considerazione quelli che non si danno da fare”. A quanto pare qualcuno si sta dando da fare per cambiare l’Italia, una parte di questi è presente qui a Mosca.

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