I giovani europei sono timorosi e non vogliono rischiare

Sono l’avversità al rischio e la paura di fallire le due ragioni principali per cui di giovani imprenditori europei ce ne sono ancora pochi. Di quei pochi, poi, il 56% ha difficoltà ad ottenere i fondi necessari per avviare un’impresa

Allianz

Qual è la situazione attuale dell’imprenditoria giovanile in Europa? Se n’è parlato alla conferenza “Accelerate EU”, organizzata dalla European Startup Initiative presso l’Allianz Forum di Berlino.

All’ultimo piano del palazzo dell’Allianz, con vista sul Pariser Platz e la porta di Brandeburgo, si sono confrontati in due panel imprenditori, consulenti, policy maker della UE e rappresentanti di think tank attivi nel campo dell’imprenditoria giovanile.

Complessivamente e – direi – sorprendentemente, il quadro della situazione tratteggiato dai vari partecipanti risulta ben meno roseo di quanto si sia portati a credere frequentando gli ambienti startup, dove in genere si respira molto ottimismo ed energia.

Jérôme Roche, policy officer per la DG Connect (direzione generale comunicazione, reti, contenuti e tecnologia dipendente dalla vicepresidente della Commissione Europea Neelie Kroes), cita il dati rilevati dall’Eurobarometro, in base ai quali nel 2009 circa il 4% dei giovani interrogati affermava di voler avviare un’attività imprenditoriale, mentre nel 2012 la percentuale era scesa all’1,2, mentre l’imprenditoria femminile continua ad essere fortemente minoritaria nonostante le misure adottate a livello UE.

In base ad un sondaggio condotto dalla European Startup Initiative, i cui risultati saranno pubblicati nel corso del 2014, il principale problema dei giovani imprenditori continua ad essere economico. Il 56% ha difficoltà a ottenere un finanziamento per la propria idea da parte di early stage investors, il 36% non riesce a penetrare nel mercato, a causa – tra l’altro – della mancanza di infrastrutture adeguate e dei vincoli legislativi vigenti a livello europeo e nazionale. Nell’indagine per nazionalità per lo meno gli Italiani rientrano nella categoria di chi ritiene che il proprio Governo abbia preso provvedimenti utili per sostenere l’economia startup – segno che il cd. “decreto startup” (convertito dalla l. 221/2012) ha dato un reale segnale positivo ai giovani imprenditori.

Ulteriore problema “culturale” è rappresentato dalla naturale avversità al rischio degli Europei, e del conseguente terrore di fallire. La paura di non riuscire nella propria impresa e di venire stigmatizzato dagli altri impedisce ai giovani europei non solo di assumersi il generico rischio d’impresa, ma anche di parlare apertamente della propria idea con consulenti o altri imprenditori dai quali ottenere preziosi consigli per paura del “furto d’idea”. Quest’ultimo aspetto, sottolinea Chris Brown, partner di Traction Tribe, è un fenomeno completamente diverso da ciò che accade negli Stati Uniti, dove gli startupper non hanno timore a confrontarsi continuamente sui propri business models, correndo naturalmente il rischio di essere copiati o battuti sul tempo, ma soprattutto giovandosi dello scambio di opinioni e della competenza degli altri per migliorare il proprio progetto. Il fallimento come ipotesi fisiologica e non patologica delle dinamiche dell’imprenditoria è invece oggetto del progetto fail 2 succeed di Think Young, un think tank europeo con sede a Bruxelles (ma fondato da tre italiani) che svolge un’attività di ricerca sulle tematiche connesse ai giovani in Europa.

Ma in generale il problema fondamentale che emerge dalle dichiarazioni degli speaker è lo svantaggio competitivo del mercato europeo rispetto a quello statunitense, asiatico, russo etc. Questo fenomeno si manifesta almeno in due sensi: da un lato, le imprese startup europee troppo spesso partono con una strategia locale, per lo più circoscritta al paese d’incorporazione, illudendosi di potersi poi espandere all’estero e negli States secondo una logica tradizionale. Questo meccanismo però non funziona, perché l’economia startup di oggi è di per sé globale, già solo per il fatto di sfruttare la rete come principale mezzo di comunicazione e canale di commercio, e perché per essere un cd. “global player”  – o quantomeno un “european player” bisogna strutturarsi in senso globale da subito, e non cercare di adattare il proprio modello nazionale ad altre realtà. Secondo Sebastian Siglerschmidt, direttore dell’Allianz Digital Accelerator, una startup di successo oggi deve poter contare su un mercato almeno europeo se non, appunto, globale. D’altro lato, il mercato europeo resta poco attraente anche per startup non europee, proprio a causa della sua perdurante frammentazione non solo culturale. Il progetto Europe 4 startups nasce precisamente con questo obiettivo: aiutare startup non europee ad entrare nel mercato dell’Unione superando le difficoltà derivanti dalle diversità politiche, culturali e legislative dei paesi membri. Oggi, riferisce la presidente Hélène Michel, quando si propone ad una startup di entrare nel mercato europeo la risposta è: “Europe? Oh, we’ll get there eventually. Let’s first focus on the US and Russia!”

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