Le domande da porsi per creare una startup davvero disruptive

Cosa sto facendo di diverso dagli altri? Come si può collaborare? Come cambieranno le cose? Sono alcune delle domande chiave per decidere il percorso della propria startup. Parola di Ralph Weickel

Originariamente pubblicato sul blog di Working Capital, firmato da Silvio Gulizia

Una startup deve essere disruptive in ogni cosa che fa, non c’è dubbio. Quando entra in un mercato deve guardare lontano, con l’obiettivo di cambiare radicalmente lo status quo. Il concetto di innovazione disruptive è un tormentone da cui non si scappa. Se una startup non si pone come obiettivo quello di avere successo nel lungo periodo significa che non è disruptive, sostiene Ralph Weickel, presidente della Corporation for Positive Change. E appreciative Inquiry consultant, una cosa che difficilmente si traduce. Quello che fa nella vita è identificare e sviluppare le forze presenti all’interno delle persone e delle organizzazioni. Una cosa complessa. Ho avuto la fortuna di conoscerlo a Blank Disrupt, straordinario evento dedicato all’innovazione disruptive che si è svolto a Catania un paio di settimane fa. Gli ho posto qualche domanda su come questa filosofia si possa davvero concretizzare nella vita e nel lavoro di una startup.

Perché una startup dovrebbe essere disruptive? 

L’unica misura del successo per una startup è essere disruptive in ogni cosa che fa. L’approccio giusto è porsi sempre la domanda: “Che cosa sto facendo di diverso dagli altri?” “Cosa succederebbe se…?”. Occorre valutare quali sarebbero le conseguenze se scegliessimo di seguire una strada che oggi il mercato non accetta o per la quale i nostri clienti non sono ancora pronti. Il 99 per cento delle startup fallisce proprio perché non sono disruptive, perché chiudono le porte al mondo esterno.

Quali sono gli strumenti per essere disruptive?

Non è questione di strumenti, ma di approccio mentale. Per stimolare un pensiero disruptive occorre porsi fuori dagli schemi, ragionare con paradigmi diversi da quelli a cui si è abituati. Per una startup tecnologica, per esempio, può essere disruptive discutere delle strategie da mettere in atto mentre si passeggia in mezzo alla natura o in un museo. Quando viene fondata una startup è fondamentale passare del tempo ad analizzare le motivazioni che ci spingono a fare quello che stiamo facendo e avere chiaro dove vogliamo arrivare nei prossimi tre anni. È così che ti crei una mappa mentale. Senza questa mappa mentale non puoi avventurarti nel futuro. Bisogna guardarsi negli occhi e chiedersi: “Chi sei? Cosa sei in grado di mettere sul tavolo?”. Andare dalle aziende del settore e chiedere: “Come mi vedi? Come possiamo collaborare?”. È così che crei un network e capisci come puoi avere successo.

Quali sono le linee guide che una startup dovrebbe seguire?

Non è questione neppure di linee guida. È il modo di pensare che fa la differenza. Se un gruppo di ragazzi vuole iniziare un nuovo business ha bisogno di andare in giro a fare ricerche, devono capire dove sta il mercato, dov’è che c’è tensione fra quello che c’è e quello che la gente vorrebbe avere. Devono chiedersi: “Come saranno cambiate le cose quando saremo un’azienda di successo?”. Le startup hanno bisogno di crearsi una visione chiara di quello che deve accadere. Perché ci sono loro e cosa cambieranno? E quando hanno chiara la loro missione devono individuare le azioni necessarie da compiere nel breve, medio e lungo termine perché il sogno si avveri. Quali sono le partnership che hanno bisogno di creare, in quale network hanno bisogno di essere presenti? È questo che aiuta a restare concentrati sull’obiettivo.

Quali sono i prodotti disruptive che vedi sul mercato?

Quali le caratteristiche che li contraddistinguono?
 Non sono sicuro di essere in grado di definire un prodotto disruptive. Ce ne sono diversi molto interessanti, come tutti quelli in grado di raccogliere dati e informazioni. Diciamo che ci sono due tipi di prodotti disruptive. Quelli che migliorano la qualità della nostra vita in un modo che oggi non siamo in grado di immaginare, offrendoci qualcosa che la renda più piacevole. Prendi l’iPhone, per dire: sette anni fa nessuno avrebbe pensato che lo avremmo voluto avere sempre con noi, anzi non sapevamo neppure che ne avevamo bisogno. Queste cose a volte sono già presenti intorno a noi, ma non riusciamo a rendercene conto. E poi ci sono i prodotti di cui abbiamo bisogno solo in alcuni momenti, come il chip per tracciare i dati medici, a cui non pensiamo fino a quando non ne abbiamo bisogno. In questo caso magari il segmento di popolazione a cui cambiamo la vita è più piccolo, ma l’innovazione portata può essere comunque disruptive.

Ci sono delle caratteristiche pratiche che un prodotto deve avere per essere rivoluzionario?

Certo. La prima cosa è che deve generare una connessione emozionale con chi lo usa. Gli utenti devono provare piacere e curiosità nell’usare il prodotto. E questa è la parte critica: senza questa connessione emozionale non c’è nulla. Poi deve essere cool, nuovo, avere un bel design. Se vedi che è bello e ti piace, allora pensi che può funzionare e questo aiuta. Tutto il resto però viene dopo la connessione emozionale. Non c’è niente di appeal per la stampa 3D o i Google Glass. Possono essere molto disruptive, hanno un grande potenziale, come i Bitcoin. Però non c’è un interesse di massa verso queste cose, mentre, per esempio, guarda le sigarette elettroniche. Quelle sono davvero disruptive, la gente le vuole avere sempre con se. I Glass possono avere un successo del genere, ma non sono ancora disruptive.

Un consiglio per le nostre startup?

Al di là di quanto una startup possa essere convinta di quello che sta facendo, dovrebbe provare sempre e comunque a sfidare il proprio paradigma. Le startup che si innamorano di quello che fanno e non si guardano attorno, che non guardano a quelle cose che non considerano cool, sono quelle che falliscono.

Silvio Gulizia

Baroni all’università: “Questo è mio, questo è tuo, questo è coso”

L’indagine di Firenze dimostra che i feudi sono ancora troppi ma anche che l’Abilitazione scientifica nazionale funziona: costringe i baroni a esporsi più che in passato, mettendoli all’angolo

L’app che trova e ti mette in contatto con l’avvocato giusto | JustAvv

Il ceo Mariano Spalletti entra nel dettaglio della piattaforma online che dà la possibilità agli utenti di trovare l’avvocato adatto per risolvere ogni tipo di problema legale

A colloquio con gli insegnanti via Skype, l’idea di un Liceo Classico di Cosenza

Il dirigente scolastico Antonio Iaconianni spiega a StartupItalia! i dettagli di questa iniziativa che punta a modernizzare il liceo classico Telesio. E semplificare il rapporto tra famiglie e scuola sfruttando la tecnologia