I 3 emendamenti che stravolgono la legge sulle startup

Il Decreto sulle agevolazioni per le startup innovative ha subito alcune sostanziali modifiche nel processo di conversione in legge. Si tratta di limiti che vengono direttamente dall’Unione Europea. Ecco quali sono

25 e 32 sono i numeri che comprendono gli articoli che regolano le agevolazioni per le startup innovative all’interno del Decreto Legge 179/2012, convertito con modificazioni nella legge del 17 dicembre 2012 numero 221.

Un articolo, per la precisione il numero 29 del Decreto Legge 179, prevede le agevolazioni fiscali per i soggetti che investono in tali startup. Affinché ciò fosse davvero possibile, serviva un altro decreto, uno attuativo per l’applicazione della norma. Tale decreto è uscito ed è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 20 marzo 2014. E’ quindi in vigore.

 

Da un’attenta lettura emergono alcune criticità che riportiamo di seguito sottolineando che si tratta di aspetti non previsti dalla norma originaria.

  • Si introduce un limite soggettivo: non possono beneficiare dell’agevolazione i soggetti che alla data dell’investimento possiedano più del 30% della startup (Art. 2 comma 3d). E’ una norma che tende a penalizzare coloro che più sostengono e credono nell’iniziativa, siano essi i fondatori o soggetti investitori istituzionali, finendo così per disincentivare il contributo che tali soggetti possono portare all’innovazione e alla crescita della startup.
  • Si introduce il limite complessivo ai conferimenti nella startup a 2,5 milioni anno, pena la perdita del beneficio fiscale per tutti investitori. Qui si crea una condizione di incertezza per cui un socio che crede di beneficiare di un incentivo, poi in corso d’anno scopre che così non è perché si richiede un nuovo aumento di capitale originariamente imprevisto (situazione che può capitare). Con un ulteriore complicazione: una startup che ha bisogno di capitali importanti per consolidare la propria crescita e ha trovato soggetti disposti a investirli, può vedersi bloccata perché alcuni investitori non vogliono superare il limite dei 2,5 milioni per non perdere il beneficio fiscale (e per non farlo perdere a tutti gli altri). E ciò è tanto più vero alla luce del punto precedente se consideriamo che proprio gli investitori più forti potrebbero volere l’investimento (avendo più del 30% hanno già perso il beneficio), mentre i più piccoli (magari riuniti insieme) sarebbero contrari per non perdere il beneficio, con il risultato di porre un freno alla crescita (Art. 4 comma 8).
  • Per detrarre l‘imposta, gli investitori devono ricevere e conservare “copia del piano di investimento della startup innovativa, contenente informazioni dettagliate sull’oggetto della prevista attività […], sui relativi prodotti, nonché sull’andamento previsto o attuale delle vendite e dei profitti” ( Art 5b). Qui si apre un dubbio interpretativo: cosa significa “piano di investimento” e informazioni “dettagliate”? Il piano è annuale, biennale, quinquennale? Dettagliate a che livello?  Inoltre la startup innovativa vive per definizione in una condizione di incertezza: “innovativa” vuol dire andare ad aprire il mercato, portando prodotti o soluzioni del tutto ignote ai potenziali clienti sino a quel momento. Nessuno sa se i clienti saranno recettivi alle soluzioni ipotizzate e solo l’esperienza lo potrà dire (il cosiddetto “try and fix it”). La forza di una startup sta nella capacità di adattare le proprie soluzioni alle reali esigenze del mercato, piuttosto che nella pianificazione. Il risultato per gli investitori è un potenziale molto alto di contenzioso fiscale data l’incertezza della previsione, con un rischio anche per gli amministratori ai sensi della 231 ( Art 5b).

Abbiamo avuto modo di parlare di questi problemi con il Stefano Firpo, Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dello Sviluppo Economico. Sembra che sui primi due punti il problema sia di vincoli dell’Unione Europea (in fondo potete trovare lo stralcio di norma del 2010 fornitami sugli aiuti al capitale di rischio). Il limite dell’art.4 comma 8, i 2.5 milioni per capirci, dovrebbe essere presto superato da una revisione della normativa europea che lo innalzerebbe a 15 milioni. Meno chiara la possibilità di lavorare sul limite dell’art. 2 comma 3d (soglia del 30%) che sembra dipesa dalla volontà sempre europea di escludere il “friend money”.

Sembra che sia invece possibile lavorare sulla richiesta di piano dell’articolo 5b.

Questo il quadro sinora, purtroppo peggiorativo della norma iniziale. Cosa fare dunque? La miglior cosa che possiamo fare è unire tutti i nostri sforzi per ottenere con il Ministero un tavolo di confronto tecnico dove poter portare nel modo più sereno e collaborativo i nostri contributi, nel tentativo  di riportare la norma ai suoi confini iniziali.

Noi sono a disposizione in ogni modo possibile.

Giangiacomo Rocco di Torrepadula

[email protected]

cell. 335 7612 564

Marco de Paolis

[email protected]

Tel. 030 2421 245

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