Ecco perché vivere "sull’orlo del disastro" aumenta la probabilità di successo

“Dobbiamo avere una fonte di rischio permanente”. Quando siamo sotto pressione diamo il meglio di noi, ecco perché dovremmo andare oltre la comfort zone, verso il cosiddetto punto cruciale

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Perché abbiamo sempre bisogno di sentirci sull’orlo del precipizio per dare il meglio di noi? Perché non bastano le buone intenzioni a far scattare un’azione immediata?

È evidente che non basta stabilire obiettivi per il futuro, abbiamo bisogno di qualcosa che accenda quella scintilla di forza di volontà che ci spinge ad agire, qualcosa che ci metta di fronte a un aut aut. Agire “qui e ora” richiede un senso di urgenza. Ma questo, di solito, tendiamo a evitarlo. Almeno fino a quando non rischiamo di perdere qualcosa di davvero importante: un lavoro, una relazione, la salute.

Un colloquio, un pitch pubblico, il lancio pilota, sono situazioni che possono fare la differenza tra il fallimento e il successo. E indipendentemente da quanto siamo pronti ad affrontarli, possono tenerci svegli anche tutta una notte intenti a prepararci. “On the edge of disaster” cantava paonazzo Steve Ballmer asciugandosi il sudore davanti a una platea in delirio. E come dargli torto? Parlare di startup è parlare di rischio.

Ho conosciuto il potere del rischio all’università. Quando, a ridosso di un esame, ero capace di passare notti insonni a divorare concetti che avrebbero richiesto almeno due settimane di anticipo per  venire digeriti. Vivevo nel terrore di non essere mai abbastanza preparata. Ogni istante mi sembrava cruciale, ed ero completamente immersa in quello che studiavo. Ricordo di avere pensato che se fossi riuscita a concentrarmi sempre in quel modo, avrei potuto fare qualunque cosa. «Se facessi del mio meglio ogni giorno, cosa riuscirei a fare?». A modo mio, avevo riconosciuto che il tempo è limitato. Non potevo più sprecarlo a rimuginare sul passato o a fantasticare sul futuro. L’unica cosa che contava era ciò che facevo nel presente. Il paradosso era che, passata la botta di adrenalina, ritornavo ai ritmi di sempre.

Lo confesso, i miei articoli nascono ancora in condizioni simili. Leggo, mi informo, elaboro e annoto idee per la maggior parte del tempo, ma poi, chissà perché, mi ritrovo sempre a scrivere la sera prima della pubblicazione in preda al furor creativo. Eppure, ho la sensazione che non potrei funzionare diversamente. Per quanto mi riproponga ogni volta di giocare d’anticipo, niente come un senso d’urgenza riesce a regalarmi la stessa produttività. Non è un caso se, qualche giorno fa, mi sono soffermata proprio su questa frase:

«Dobbiamo avere una fonte di rischio permanente».

A un primo impatto suonava inquietante – perché dovremmo rendere permanente qualcosa di sgradevole, e anche piuttosto insensata? – non sono le circostanze esterne a farci sentire a rischio?
Una banale verità è che quando siamo sotto pressione diamo il meglio di noi. Ma il rischio non attiva semplicemente la nostra forza di volontà. Indirettamente, ci rende capaci di vivere il momento presente con più consapevolezza. Ci proietta nel “qui ed ora” e ci rende incredibilmente attivi, vitali, concentrati. Perché quanto più abbiamo a mente la posta in gioco, tanto più siamo focalizzati su quello che stiamo facendo. Ma è anche vero che non tutti i rischi migliorano la nostra performance. A volte, possono letteralmente paralizzarci. Questo accade quando cominciamo a sentirci impotenti. Vivere “on the edge of disaster” senza cadere nella paralisi. Dev’essere questo il senso del “rischio permanente”. Ma è davvero possibile?

Uno dei capisaldi della Psicologia Positiva è il concetto di “flow”, uno stato attivo di benessere legato all’impegno e alle sfide. Viviamo il flow quando siamo lucidi e concentrati su un compito, ma ci sentiamo al tempo stesso estraniati dalla realtà. Ci capita quando affrontiamo una sfida difficile pur sapendo di essere in grado di gestirla, siamo talmente immersi in ciò che stiamo facendo da arrivare a perdere il senso del tempo e dello spazio. È una sensazione in qualche modo collegata alla felicità, eppure quando la proviamo siamo così concentrati a viverla da non accorgercene.

«Il flow nasce dall’equilibrio tra gli stimoli cui siamo sottoposti e la nostra capacità di controllarli».

La differenza tra ciò che ci motiva e ciò che ci annienta è sottile. Possiamo immaginare una linea che va dalla noia alla frustrazione più totale. Da una parte non avremo più stimoli, dall’altra ci sentiremo impotenti. Il punto centrale è il nostro flow. È questo che dovrebbe guidarci in ogni attività. Raggiungerlo può non essere immediato, ma possiamo sempre allenarci a trovarlo. C’è una zona, al margine di ogni nostra abilità, in cui impariamo meglio e più velocemente. Viene chiamata “punto cruciale”, ed è dove la nostra probabilità di successo oscilla tra il 50 e l’80 per cento. In questa zona proviamo frustrazione e difficoltà, ma siamo anche completamente coinvolti in quello che stiamo facendo e il nostro impegno è al massimo. Al di sotto, c’è la classica “comfort zone”, in cui raggiungiamo anche l’80 per cento di successo, ma non abbiamo nulla da imparare, e siamo inesorabilmente destinati alla noia. E poi c’è la “zona di sopravvivenza”, quella in cui siamo in preda alla confusione più totale. Ci sentiamo sopraffatti, lottiamo ma continuiamo a cadere. Ci rialziamo e cerchiamo disperatamente nuove soluzioni. Qualche volta ce la facciamo, ma si tratta per lo più di fortuna. E la probabilità di successo scende sotto il 50 per cento.

A volte, siamo portati a pensare che il semplice esercizio sia già di per sé un successo. Ci hanno insegnato fin troppo bene la lezione del “fare”, che ne abbiamo quasi dimenticato il senso. Così, se ci dedichiamo a qualcosa a tempo pieno, arriviamo a credere di aver fatto tutto il possibile. Ma il nostro vero obiettivo non è la pratica, è il progresso.

«Non confondete mai il semplice fare con il raggiungere un risultato» diceva John Wooden.

Abbiamo bisogno di raggiungere dei risultati, e per questo ci servono delle sfide. Nessuno è fatto per migliorare in un solo giorno. Ma possiamo cominciare ponendoci piccoli obiettivi nel tempo, e sforzarci al massimo per raggiungerli. Ma dobbiamo trovare la nostra “zona cruciale” se vogliamo migliorare. Basta puntare appena un po’ più in là delle nostre abilità, e volta per volta, andare oltre. È solo così che possiamo provare quel senso di benessere legato al flow. E trovare la nostra “fonte di rischio permanente”.

Un Commento a “Ecco perché vivere "sull’orlo del disastro" aumenta la probabilità di successo”

  1. ILDomandante

    Non sono pienamente d’accordo con la tesi dell’articolo. Mi sembra più che tu stia giustificando tout court l’irrazionalità della produttività che scaturisce dalla botta di adrenalina. Certo, il rischio fa parte della nostra società, e deve far parte delle nostre vite. Tuttavia delegare la propria volontà alle deadlines a mio parere è un segno di pigrizia, immaturità, disinteresse reale per quel che si vuole fare.. o si deve fare. Anche io in una certa misura mi impegno al massimo i giorni prima delle scadenze, ed è senz’altro utile e necessario “spremersi”, ma che non sia la regola, che non sia un obbligo, che non sia un meccanismo da lodare. E’ un segno di mancanza di volontà ed incapacità organizzativa. Lavorare con calma non è noioso, lo può essere per chi non è capace di farlo. L’ansia della prestazione non sempre porta al successo, al contrario. All fine credo sia soggettivo, quindi è azzardato generalizzare.

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