Per la foresta che cresce

«Ho sbagliato, eccome se ho sbagliato. Ho fatto una serie di cazzate, lo so, lo ammetto. Ma quando hai paura è molto più facile sbagliare. E io ero terrorizzato». Al telefono la voce di Max Uggeri ha perso tutta la sua baldanza. Stavolta non minimizza, non sfotte, non dice «sono tutte cagate». E’ un uomo all’angolo e… Read more »

«Ho sbagliato, eccome se ho sbagliato. Ho fatto una serie di cazzate, lo so, lo ammetto. Ma quando hai paura è molto più facile sbagliare. E io ero terrorizzato». Al telefono la voce di Max Uggeri ha perso tutta la sua baldanza. Stavolta non minimizza, non sfotte, non dice «sono tutte cagate». E’ un uomo all’angolo e sebbene questa frase della paura sia quella che mi rimane più impressa di una lunga conversazione, dico subito che non cerca scuse e nemmeno attenuanti. Vorrebbe solo che la sua storia, la sua rocambolesca, financo tragica storia venisse raccontata per quello che è. Per quello che lui pensa che sia. Lo farà lui, se vorrà. Sul web o in tribunale a questo punto. Perché vista da fuori la sua è soltanto la piccola, miserabile storia delle truffa seriale perpetrata ai danni di decine di aspiranti startupper: sedici denunce sono state depositate alla procura della Repubblica di Milano, il sito di Wired ne ha dato notizia e «io sono diventato il mostro sbattuto in prima pagina».
Inevitabile Max, che ti aspettavi?
«Speravo di sistemare tutto, di avere il tempo e il modo di ripagare tutti, senza sconti. Con qualcuno l’ho fatto. Ma altri hanno deciso che non bastava, che dovevo essere punito con la gogna pubblica ed eccomi qui…».

Anche se oggi fanno tutti a gara a prendere le distanze dal personaggio con frasi pastrocchiate tipo «non lo conosco e se lo conoscevo non lo conosco più», Max Uggeri non è una figura marginale della scena digitale italiana. Ha collaborato con tantissimi incubatori, è stato socio di nomi importanti. Amico di persone perbene. Non serve lavarsi la mano se gliel’avete stretta. E non ha molto senso. La storia non si cancella: si comprende. Da ragazzo Max era un hacker piuttosto bravo pare, si faceva chiamare Il Reverendo e oggi che è uscita fuori la “truffa seriale” quel nome da guru gli si ritorce contro: i giornalisti adorano fare i titoli con i nomignoli a effetto. Acquisì una certa notorietà internazionale quando uscì il primo iPhone. Si vantava di essere stato uno dei primi al mondo ad averlo craccato (ma non era vero) e a svilupparci applicazioni. Divenne iReverend, una versione del suo nome che denotava il legame con i prodotti Apple. Ha la mela in testa, Max. Smise di fare l’hacker: ormai sviluppava applicazioni, anche per grandi brand, nessuno se lo ricorda oggi? Era veloce e sveglio, faceva molti soldi e ne spendeva altrettanti. Faceva la bella vita. Questo particolare serve a capire anche la determinazione con cui molti hanno deciso di coalizzarsi e denunciarlo. Il fatto è questo: lui gli aveva portato via 3, 5 o anche in qualche caso 20 mila euro di risparmi e quando lo avevano scoperto si era giustificato dicendo che era nei guai con la malavita; e intanto su Facebook postava foto gioiose in località a cinque stelle. Inaccettabile. Bastardo. La pagherà stavolta. Il rancore di molti ha anche questo movente. Non c’è nulla di strano è anzi tutto molto umano. Come il Conte Max del film di Alberto Sordi, il “reverendo” Max Uggeri viveva una allucinante doppia vita: di giorno un “mentor” spensierato e allegro, e di notte a pagare i debiti con soldi non suoi. E per quanto apparisse a tutti un po “cazzone” e molto smargiasso nessuno (o meglio: quasi nessuno) dubitava che avesse davvero successo e che nel dorato mondo della app economy se la passasse alla grande. Beato lui.

Sul tema Apple poi era una autorità. Quando ero ancora direttore di Wired un redattore lo intervistò sull’iPad. Ai tempi Max mi aveva attaccato piuttosto pesantemente. Nulla di particolare, Max è fatto così: è polemico. Molto polemico. In questi anni l’ho sentito sparlare di tanti protagonisti della scena startup e ripensando oggi alle cose che diceva di Tizio e Caio mentre intascava di soppiatto i soldi di qualche startupper, non posso non notare che forse avrebbe potuto almeno  risparmiare qualche attacco e guardarsi in casa. Ma era il suo modo di vivere. Molto sopra le righe. E visto che era “simpatico”, gli si perdonava tutto. Prima. Adesso no. Adesso deve pagare tutto. Io comunque quando mi proposero l’intervista a Max su Wired non misi alcun veto: io sono fatto così, non sono vendicativo, mai. E in ogni caso non mi ha sorpreso trovarlo come guest-columnist sempre su Wired due anni dopo quando ormai non ero più direttore da un pezzo. Era autorevole, inutile negarlo. E soprattutto: perché negarlo?

E’ stato allora che con Max ci siamo conosciuti. In un bar alla moda di Milano, di quelli dove era di casa, mi ha raccontato la storia del Reverendo e tutte quelle robe lì. Affascinante, indubbiamente. Almeno finché non scopri che le carte che dava erano spesso truccate. Sono passati due anni. Che qualcosa non andava l’ho intuito qualche mese fa. Mi aveva cercato con urgenza, mi aveva invitato a cena a Milano. Sembrava una cosa molto importante. «Un progetto grosso». Sono andato. Per quasi tutto il tempo mi ha parlato di mirabolanti nuove imprese per conquistare il mondo con una piattaforma digital sullo sport (non esagero, diceva così). Lo avevo ascoltato senza troppa convinzione. E poi alla fine mi aveva detto: «Con le startup ho chiuso, mi metto in proprio». Perché, Max? Non me lo disse, farfugliò, accennò a della “merda” che girava in rete, disse che si era «stufato di questi ragazzini», ma aggiunse che avrebbe sistemato tutto. Ma dietro la solita maschera, per la prima volta vidi un uomo disperato. A modo suo chiedeva aiuto. Aveva bisogno di lavorare e di guadagnare qualcosa.
Tu, Max?
Sì.

Gli proposi una rubrica settimanale su questo blog. Alfabeto Max. Quando uscì la prima puntata, ricevemmo una telefonata di avvertimento: «Occhio che Uggeri frega le startup». Dopo la seconda puntata è stato lui a dirmi: «Fermiamo tutto, sta per scoppiare un casino». In quei giorni un amico di Max mi ha contattato via Facebook e mi ha spiegato che il casino era una truffa anzi una serie di truffe. C’era un gruppo segreto su Facebook dove le vittime si stavano organizzando: “Max Uninstaller”, un nome che dice tutto. Se avessi dato la mia parola di non dire nulla fino a quando le denunce non fossero state pubbliche, mi invitavano a farne parte come “membro silente”. Ho accettato e così per tre mesi – in cui Max è sparito dalla circolazione – ho seguito questa onda montare, nuove storie aggiungersi, tutte uguali in fondo: società fantasma, bonifici fasulli, quote sociali non versate. Amicizie tradite in qualche caso. Ho letto la delusione autentica degli startupper che ci sono cascati, il rancore – legittimo – di molti. Fino all’autentico godimento, ieri, quando la notizia è diventata pubblica e il loro nemico è finito nella polvere. «Vedo un sole meraviglioso splendere» ha scritto una di loro. Li capisco. Per capirli bisogna aver visto le decine di eventi pubblici in cui Max Uggeri era il guru. Per capirli bisogna aver compreso quella che sembra essere la motivazione principale di molti denuncianti. Questa: dobbiamo fermarlo per evitare che altri startupper ci caschino.

Ieri in serata Max mi ha ritelefonato. Aveva letto il post di Wired («non mi hanno davvero cercato come dicono»); aveva ricevuto, dice, decine di manifestazioni di solidarietà. E il suo avvocato aveva mandato una risposta in cui si nega ogni addebito. La voce era tornata non dico baldanzosa ma combattiva.

«Wired ha scritto che adescavo gli startupper. Ma quando mai? Avevo la fila, avrei potuto fotterne migliaia allora. Alcuni erano veri e propri stalker, mi perseguitavano per un consiglio. E io glieli davo. Gli dicevo: la tua idea fa cagare, perché non la cambi così? E gliela rivoltavo, gli davo un senso. Questo se lo sono dimenticato tutti?».
Non è questo il punto Max, il punto è che al momento di costituire la società, gli “rubavi” i soldi del bonifico. Perché ti sei ridotto così?
«Guarda io nella vita ho frequentato posti dove giravano decine di milioni, stavo in H-Farm per dire e in tanti altri posti simili, ti pare che mi metto a rubare tremila, quattro mila euro a qualcuno?».
Lo hai fatto, Max, almeno sedici volte a giudicare dalle denunce. In qualche caso non hai nemmeno costituito la società falsificando le carte.
«In solo due casi, per mancanza di tempo. Negli altri casi, è vero, mi tenevo i soldi per pagare un debito. Avevo paura».

Questa storia della paura Max dice che non avrebbe voluto che uscisse fuori. Il perché è evidente: teme rappresaglie. Ma il problema è che l’ha scritta lui stesso in decine di post e messaggi privati e qualcuno di questi è finito a Wired che l’ha pubblicato: «Era finito in un giro di usurai». Parliamo di gente cattiva e che ti può far paura specialmente se hai una moglie e due figli. Vi risparmio i dettagli.

Lo dici perché cerchi comprensione?
«Non cerco comprensione e non cerco scuse. Ho sbagliato e basta».
Sì, ma come ci sei finito in quel giro lì? Guadagnavi un sacco di soldi…
«Una cartella esattoriale tre anni fa di 91 mila euro. Roba vecchissima, di quando avevo vent’anni e nemeno lo sapevo cosa fosse il fisco. Era un momento difficile in famiglia per questioni di salute. Non sapevo che fare. Sono finito su un sito internet che prometteva di risolvere quel tipo di problemi. Ho sbagliato. Sono entrato all’inferno».

L’inferno in verità è iniziato anche per qualche decina di startupper. Persone che investono tutto sé stesse per realizzare il loro sogno di impresa.  Tempo, talento e soldi. In Uggeri vedono un faro e lui li frega. Prende i loro soldi e li usa per pagare il debito che intanto è quadruplicato.
Come pensavi di cavartela? Era chiaro che un giorno ti avrebbero scoperto.
«Il mio modello di business era chiaro e funzionava alla grande in realtà. Da un powerpoint creavo una azienda, la facevo crescere e dopo un po’ rivendevo le mie quote sopravvalutate. Ho fatto così con una startup: qualche mese fa ho incassato gli ultimi 100 e rotti mila euro con cui ho chiuso la mia partita con gli strozzini. Solo che a un certo punto la macchina si è inceppata…».
E adesso come pensi di uscirne?
«Vorrei pagare il giusto. Tutto, ma non di più. Quando ho capito che il casino stava per scoppiare ho chiamato tutte le persone coinvolte e ho detto loro: eccomi, non sto scappando, ammetto di aver sbagliato, vi ripagherò. Ho chiesto di sederci attorno ad un tavolo per fare un accordo. Niente sconti, niente “saldo e stralcio”: fino all’ultimo euro. In cinque hanno accettato, gli altri no».
Ti sei chiesto perché? Forse perché si sono sentiti traditi.
«Forse perché qualcuno è in cerca di pubblicità», dice dimostrando però di non aver capito bene cosa sta accadendo. C’è una ipotesi di reato penale seria, truffa aggravata, il rischio del carcere, una famiglia in crisi, una vita, la sua, in pezzi a nemmeno cinquanta anni. «E invece rinascerò. Pagherò tutti. Lavorerò e pagherò tutti. E rinascerò».

Vedremo. A giudicare dalle sedici denunce la parola di Max Uggerri vale poco più di zero a questo punto. Contano i fatti. Spetta alla procura della Repubblica portarlo in tribunale per accertarli e al giudice comminare la pena. A noi resta la scia di una parabola, la sua, che ha lasciato troppe vittime sul campo. E la morale della storia. Ma se qualcuno pensa di poter fare la morale agli altri su questo tema, secondo me è fuori strada. La causa profonda del “caso Uggeri”, come è stato chiamato, non è il sensazionalismo della comunicazione che si fa sulle startup. Perché una forte dose di entusiasmo e di follia c’è, ci deve essere, in tutti i progetti innovativi che partono. Sennò apri una pizzeria. Pur sapendo che il 90 per cento delle startup falliscono e le pizzerie no, ma questo lo abbiamo detto tutti mille volte.
Quanto all’ecosistema italiano, in questi anni l’ho visto crescere giorno dopo giorno. Ci sono ancora molti limiti, su tutti, anche questo l’ho detto tante volte, l’assoluta impreparazione a fare impresa di chi mette una idea su un powerpoint e pensa che il resto sia facile (e questa vicenda lo conferma purtroppo). Ma guardiamo i fatti. Quelli veri. Quelli che una truffa da 200 mila euro (perché di questo parliamo) non può cancellare (ed anzi, ce ne fossero in Italia di settori economici di pari rilievo con così pochi episodi di rilievo penale). Guardiamo i fatti. Le nuove norme sulle startup, le agevolazioni fiscali, il visto per gli startupper sono cose molto concrete che se ancora non ci rendono un paradiso per gli startupper, certamente ci hanno portato fuori dall’inferno. Così come i successi globali di alcune imprese nate in questi anni. E le prime 21 startup che hanno superato la soglia (piccola, ancora, ma significatica), del milione di euro di fatturato.

E se per qualcuno fa più rumore un Reverendo che cade, è perché non sa vedere la foresta che cresce.

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