Perché siamo in Italia Startup (e la via maestra per cambiare le cose)

Non servono tante parole, per fortuna. Non servono tante parole per spiegare perché qualche giorno fa, con StartupItalia!, ho aderito ad Italia Startup, l’associazione creata un paio di anni fa da Riccardo Donadon e altri amici. Anzi, più delle parole, forse serve un aneddoto che risale al 2008. Wired Italia stava per arrivare in edicola… Read more »

Non servono tante parole, per fortuna. Non servono tante parole per spiegare perché qualche giorno fa, con StartupItalia!, ho aderito ad Italia Startup, l’associazione creata un paio di anni fa da Riccardo Donadon e altri amici. Anzi, più delle parole, forse serve un aneddoto che risale al 2008.

Wired Italia stava per arrivare in edicola e ricordo che ebbi in proposito una conversazione molto franca con Luca De Biase. Luca è molto più di un giornalista che si occupa di innovazione: è stato e resta un punto di riferimento prezioso e un “connettore di punti”. Ricordo che nell’ambiente si diceva che l’arrivo di Wired avrebbe cannibalizzato Nova, il bel settimanale del Sole 24 ore che Luca dirigeva e ha ripreso a dirigere da qualche tempo. Molti vedevano l’inizio di una rivalità. Era una cosa senza senso. Ed anzi, soltanto dirlo, avrebbe creato dei danni, atteggiamenti inutilmente difensivi, ponti levatoii che si chiudevano lasciando soltanto muri. Bene, a Luca lo dissi subito come la vedevo. Gli dissi, Luca come sai giochiamo per la stessa squadra e con lo stesso obiettivo. Solo che in ruoli diversi. Ma vinceremo solo se la cultura dell’innovazione uscirà dalla nicchia dove si trova e questo accadrà solo se sapremo fare squadra.

Nella mia vita recente questo atteggiamento si è tradotto nella associazione Wikitalia, nella fondazione Make in Italy, nel blog collettivo Chefuturo! e in tanti altri progetti. Per questo, quando Italia Startup ha finalmente annunciato di voler aprire le porte a tutti, con StartupItalia!, abbiamo aderito: per fare squadra, per collaborare, per far crescere l’ecosistema. Per far sì che i pochi che ancora si ostinano a vedere la vita come una serie di giardinetti difesi da muri impenetrabili, magari costruiti mentre stanno parlando di open source o sharing economy in qualche dotto convegno, capiscano che la strada è un’altra. Non siamo davanti ad un bivio. In certi casi serve una inversione ad U. La strada giusta, quella per cambiare davvero l’Italia, non è una strada breve né facile. O si resta così o si prova a percorrerla tutti assieme.

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