Marco Cantamessa: «6 proposte a Matteo Renzi da chi fa innovazione nella trincea italiana»

Per portare la Silicon Valley in Italia dobbiamo adottare un approccio da “trincea”? Ecco i suggeriemnti di Marco Cantamessa per Renzi

Il 22 settembre il premier Matteo Renzi ha compiuto una storica visita a San Francisco. Ha avuto modo di toccare con mano la vitalità di un cluster tecnologico che non ha eguali al mondo. Inoltre, ha incontrato i molti italiani che, stabilitisi in tempi recenti tra San Francisco, Oakland e San José, hanno laggiù portato competenze e costruito il proprio successo professionale e imprenditoriale. Molti di questi amici si sono ora prodigati a fornire al governo italiano consigli di policy, certo non con l’illusione di poter “clonare” nella nostra penisola una realtà che è chiaramente irripetibile, ma con l’obiettivo di portare nel nostro Paese in declino un po’ dello “spirito” e delle dinamiche che caratterizzano la Silicon Valley.

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I suggerimenti per l’Italia

Oltre al più volte citato modello della “dual company”, costituito da imprese la cui testa (commerciale e finanziaria) viene stabilita negli USA, mentre il corpo (tecnologico e produttivo) si trova in Italia, sono stati avanzati diversi suggerimenti, quali quelli descritti in questo interessante documento e che qui riassumo:

#1. L’attrazione in Italia di imprenditori americani, affinché impiantino attività in outsourcing, in particolare facendo leva sulle competenze tecniche e di design che caratterizzano il nostro Paese;

#2. L’attrazione di centri di R&D (ricerca e sviluppo, ndr) di grandi aziende tecnologiche, facendo uso di sconti fiscali;

#3. Il rapido sviluppo di una regolamentazione favorevole alla sperimentazione e all’adozione di tecnologie innovative, quali droni, veicoli a guida autonoma, e Bitcoin.

Mi è venuto spontaneo provare a ragionare su queste misure, partendo però non dalle sponde da quella “caput mundi dell’innovazione” che è la Baia di San Francisco, ma dalla “trincea dell’innovazione” che da Torino a Trieste, e da Trento a Palermo, tenta anche nel nostro complicato Paese di far nascere e crescere nuove imprese innovative.

Le misure da adottare per la Silicon Valley italiana

Le misure che vengono proposte dai nostri amici “expats” sono sicuramente di buon senso, derivano dall’esperienza vissuta, e sono pertanto condivisibili. in linea di massima. Aggiungo anche che coincidono con l’azione quotidiana di chi opera nella “trincea” degli incubatori e degli acceleratori italiani: oggi stesso in I3P, l’incubatore del Politecnico di Torino, abbiamo raggiunto un accordo per far aprire da noi la sede europea di una startup di Los Angeles, abbiamo interagito con due grandi imprese, e ci siamo adoperati in tre diverse occasioni nello spiegare alla nostra P.A. come i ritardi nell’adeguamento normativo stiano bloccando lo sviluppo commerciale di altrettante nostre startup. E, sono sicuro, analoghe azioni sono state intraprese dai colleghi e amici che fanno un mestiere simile in ogni parte d’Italia. Apparentemente siamo sulla stessa linea.

L’approccio da “trincea” funziona?

Mi chiedo: cosa succederebbe se questo “approccio da trincea” che viene proposto da San Francisco e che ho trovato riflesso anche a Torino finisse per rimbalzare pari pari anche a Palazzo Chigi? Cosa otterremmo realmente, se queste idee molto pragmatiche fossero messe al centro della politica industriale del governo? Ma siamo sicuri che i generali debbano replicare quello che fanno già i sergenti?

Io temo che, con questo approccio, l’Italia potrebbe forse rallentare il proprio declino, ma non riuscire a invertirlo: finiremmo per svendere le nostre forti (ma in realtà non così diffuse e numerose) competenze tecnologiche, in un patto che grosso modo suona così:

Cara grande azienda X e cara promettente startup Y, mentre continuate o vi apprestate a spostare i vostri pingui profitti in giro per il mondo con accorte strategie di tax optimization, venite in Italia a mettere su un semplice centro di costo, nel quale sviluppare e sperimentare tecnologie, pagando con pochi soldini i bravi (ma in realtà pochi) ingegneri che le nostre università riescono a sfornare. Lo Stato Italiano, mentre continuerà come prima a tartassare cittadini e imprese native, a voi farà un trattamento di favore

E tutto questo nella speranza che, da questo processo, possano nascere degli “spillover” tali da far nascere anche nel nostro Paese una cultura imprenditoriale moderna.

6 consigli per Matteo Renzi

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Ci tengo a far notare che a parlare così non è un “veterocomunista antiamerikano”. Anzi: proprio perché fermamente liberista e profondamente innamorato degli States, vorrei vivere in un Paese che ambisse a imitare gli Stati Uniti nei suoi pregi, ma non a diventarne una colonia. Ma allora, cosa mi permetterei di consigliare al nostro premier? Più che un consiglio, un’esortazione: a non avere paura di fare veramente il rottamatore, e di non avere timore di avere una visione più ampia e ambiziosa di quella che viene suggerita da oltreoceano. Se vuole cambiare l’Italia, lo faccia davvero, a 360°, e lo faccia per tutti!
Chiudo con una lunga e forse tediosa appendice che contiene anche sei consigli. E’ un’appendice che però invito vivamente a non leggere se non agli aficionados di questi temi, perché non vorrei essere accusato di essere troppo prolisso.

#1. Lavorare in modo sistemico

La “to-do list” è ben nota a Matteo Renzi, unico premier a mia memoria che sia mai andato in conferenza stampa presentando la classifica “Doing Business” della Banca Mondiale, e impegnandosi a far recuperare posizioni al nostro Paese. E la ricetta è ovvia quanto difficile: abbattere la burocrazia, ridurre le tasse su chi produce ricchezza, creare regole certe che conducano a un mercato del lavoro moderno e flessibile, portare la giustizia civile a un livello che sia degno di un Paese avanzato. E’ un’ambizione eccessiva e che produrrà risultati solo nel lungo termine? Si tratta di semplice “benaltrismo”? No, è la cruda consapevolezza che i mali vanno affrontati alla radice, e che qualsiasi altra azione non servirà a nulla.

#2. Mobilitare gli investitori italiani

Stante lo schiacciante debito dello Stato, non dedichi risorse pubbliche a finanziare direttamente l’innovazione. Faccia le riforme di cui sopra per attrarre investitori esteri, ma soprattutto per mobilitare gli investitori italiani. In Italia abbiamo 8500 miliardi di Euro di ricchezza privata attualmente inoperosa. Se l’1% appena venisse investito in capitale di rischio per la crescita delle start up (o nella crescita delle imprese esistenti che hanno qualche “tesoro nel cassetto”), faremmo letteralmente esplodere il settore del Venture Capital. Altro che il “fondo dei fondi” da 150 milioni di Euro pubblici che tanti oggi sognano!

#3. Stimolare l’innovazione come fa lo Stato di New York

Se riuscirà a spiegare il concetto ai funzionari della Ragioneria dello Stato e di Bruxelles, è molto meglio premiare gli innovatori non con soldi pubblici dati “ex-ante”, ma lasciandoli “ex-post” nelle loro tasche, dopo che se li sono guadagnati. In pratica, siccome so benissimo che sarebbe difficile una politica di “zero taxes for 10 years”, tagli l’IRES a chi reinveste in azienda gli utili d’impresa. Sarebbe un modo per premiare automaticamente le aziende che riescono ad affermarsi sul mercato e che scelgono di crescere ancora. Sarebbe anche un modo per permettere agli imprenditori che non amano “le exit” (e ce ne sono!) di far crescere le proprie imprese autofinanziandosi, anche senza ricorrere ai fondi di Venture Capital.

#4. Scegliere una politica industriale

Se c’è da fare qualche scelta di politica industriale, giochi sull’intersezione tra i settori che stanno emergendo a livello globale e quelli sui quali l’Italia ha (almeno per il momento, perché nulla è eterno) un po’ di vantaggio competitivo: la “manifattura di alto livello”, il settore del food, i settori del lusso (fashion, design e affini), il potenziale inespresso legato all cultura e al turismo. A questo proposito, annoto che le “aziende digitali” della Bay Area stanno oggi orientandosi verso gli oggetti fisici: Google sta entrando nella robotica, nella domotica, nell’automotive e negli accessori di abbigliamento. La nostra massima ambizione deve essere quella di diventarne un semplice “centro stile”, o possiamo forse puntare a qualcosa di più?

#5. Imitare gli USA

Nel sostegno dell’innovazione, imiti gli Stati Uniti introducendo il Public Technology Procurement. Si “mettano al bando i bandi”, quelli che prevedono la presentazione di un progetto, la valutazione da parte di un comitato, e la seguente valutazione burocratica e non sostanziale dei risultati. La Bay Area è nata grazie al mercato creato da un committente munifico ma esigente come il Department of Defense, capace di remunerare e far crescere non chi faceva belle promesse, ma chi sapeva sviluppare e costruire radar, aerei e reti di telecomunicazione, purché funzionassero per davvero.

Siamo un Paese pacifico, lo so. Ma allora, perché non dedicare lo 0.5 % della spesa sanitaria nazionale a investimenti per beni e servizi innovativi che garantiscano ai cittadini cure mediche più efficaci e futuri risparmi? Per i conti pubblici si tratterebbe di un “errore di arrotondamento” da 500 milioni di Euro, che farebbe da volano per lo sviluppo di decine di imprese innovative, le quali potrebbero poi andare con forza sui mercati esteri.

#6. Puntare sui giovani

Ultimo consiglio, forse un po’ scontato, non abbia paura di spendere nelle nuove generazioni, anche se questo volesse dire far soffrire un po’ gli anziani: le famiglie, la formazione, la scuola, l’orientamento e la ricerca sono il nostro futuro. Abbiamo un Paese in crisi demografica; dei pochi giovani che nascono, non ne stiamo formando abbastanza con le competenze che servono per essere competitivi nel XXI secolo; dei pochi che sono qualificati, una buona fetta li stiamo perdendo a favore dei paesi nostri concorrenti, mentre non ne attraiamo da altri Paesi. I “cervelli” che ha incontrato a San Francisco, ma che potrebbe anche incontrare a Londra, Parigi e Berlino, sono ormai tanti, troppi.

Tutte persone che si sono formate grazie a quel debito-monstre che oggi ci troviamo a dover sostenere, ma che ora producono PIL e pagano le tasse altrove. Scuola e università devono pertanto ricevere le risorse che servono all’obiettivo “ordinario” di educare e formare per bene gli studenti, ma anche al compito “emergenziale” di recuperare i tanti, troppi, NEET che abbiamo nel nostro Paese. Ovvio che hanno anche il dovere di usarle per fornire ai cittadini un servizio reale e misurabile, con un valutazione seria e non solo burocratica e formalistica. Ma non si può pensare di far rinascere un Paese senza investire nei cittadini e nella classe dirigente del futuro.

di Marco Cantamessa
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