40 anni, laureato, preparato: ecco chi fa startup in Italia (e perché negli Usa è l’opposto)

Una ricerca dell’Università di Padova, esamina quali fattori favoriscono la nascita di nuove imprese e delinea il ritratto degli startupper italiani.

Il ritratto dell’imprenditore delle startup italiane è «agli antipodi rispetto a quello degli Usa, contraddistinto da giovani un po’ nerd ma dotati di idee dirompenti, alla Mark Zuckerberg» scrivono Marco Bettiol, professore di Business Management e Andrea Furlan, professore di Management, dell’Università degli Studi di Padova.


1. «L’età media dello startupper è di 40 anni, perché la maggior parte dei nuovi imprenditori proviene dal mondo del lavoro, in cui hanno maturato anni di esperienza sul campo» spiega Bettiol aStartup Italia. I due docenti assieme ai ricercatori del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Padova, hanno realizzato una ricerca sulle startup del nord Italia che sono riuscite a superare la crisi economica. E ne è emerso un ritratto approfondito, per capire quali condizioni hanno permesso la loro nascita in un periodo di recessione economica e per studiare i fattori della loro competitività nel tempo.

Il campione è composto da 450 imprese (società di capitali) specializzate nei settori high (biotecnologie, ricerca e sviluppo, informatica) e medium tech (meccanica e meccanica strumentale) e con sede nel nord Italia. «La maggior parte delle startup sono state fondate tra il 2005 ed il 2007 e sono riuscite ad attraversare la grande crisi economica e finanziaria. Sono state quindi selezionate le startup “sopravvissute” per capirne sia le dinamiche di nascita che la loro competitività nel tempo» scrivono gli autori, che discuteranno i risultati delle analisi, il 9 ottobre (ore 16, SuperFlash Store Padova). All’incontro con l’imprenditore Philippe Hayat, che è il fondatore di 100.000 Entrepreneurs, organizzato da Università di Padova e Corriere Innovazione.

2. Gli imprenditori italiani che fanno startup sono esperti e molto istruiti. «Più del 50% hanno una laurea e circa il 10% un master o dottorato, e non improvvisati: nel 62,7% dei casi hanno una grande esperienza, maturata in anni di lavoro sul campo nello stesso settore della nascita della nuova impresa. Questa “maturità” si riflette sull’età dei fondatori che nel 41,6% dei casi è tra i 41-50 anni, nel 30,7% tra i 31-40, nel 22% oltre 50 anni e solo nel 5,7% tra i 18-30».

3. Solo il 7% ha provato a lanciarsi nella produzione di beni e servizi capaci di creare un nuovo mercato. «Nel 42% dei casi il motivo principale è quello di valorizzare l’esperienza che si è maturata nel lavoro, e non durante l’università. Il 55% delle startup puntano su un’innovazione di tipo incrementale e operano in settori già esistenti. Anche se una percentuale non trascurabile, il 16% si è concentrato su un mercato emergente ancora non consolidato».

«Siamo di fronte al profilo di un imprenditore più maturo, con un un età media più alta, perché gli startupper, nel campione esaminato, per la maggior parte devono prima maturare anni di esperienza nel settore in cui decidono di operare. Molti di loro sono laureati che arrivano sul mercato del lavoro con una preparazione generale, e nel tempo acquisiscono una esperienza professionale e la maturazione economica per tentare la strada imprenditoriale». Ecco uno dei motivi di un’età media così alta.

«Le startup qui nascono dall’esperienza nel lavoro – spiega Bettiol -, non in particolare dal colpo di genio, come può essere l’idea avuta da Zuckerberg. Fare startup in Italia prevede una strada molto più lunga e una prospettiva dilatata nel tempo, che dipende spesso dal lavoro e dalle risorse economiche della famiglia o degli amici».

4. Nei meccanismi di finanziamento, «non sorprende il ruolo assolutamente marginale svolto dai venture capital (circa il 2%), colpisce il peso svolto dal ricorso ai mezzi propri: il 74% degli imprenditori ha finanziato l’azienda con capitali propri, di familiari o amici. Solo il 18% ha fatto ricorso al prestito bancario» si rileva nella ricerca. Il sistema bancario, infatti, «è un altro dei grandi assenti nei meccanismi di finanziamento e infatti c’è una corrispondenza, tra la maturazione delle competenze professionali con quella economica» prosegue Bettiol.

Per questo la spinta a fare startup viene rinviata nel tempo. Gli startupper, in molti casi, «non vanno nemmeno dalle banche, si fanno finanziare dagli amici e dalla famiglia. E’ un indicatore anche a livello italiano, che il sistema funziona ancora così. Non vedono le banche con un interlocutore con cui fare delle partnership, e spesso incontrano banche che non sono disposte ad investire in idee innovative. In Silicon Valley hanno i Business Angels e fanno innovazione di tipo differenziale su larga scala. Da noi, che lavoriamo sempre su delle nicchie, le startup sono concentrate su un tipo di innovazione incrementale che non rivoluziona un settore, ma punta a creare una cosa nuova che ancora non c’è. Ma in piccolo. Mentre il modello americano è una standardizzazione, e in questo modo lo impongono a tutti, l’innovazione italiana si rivolge a piccoli e specifici mercati».

Per abbassare l’età media degli startuper italiani, si dovrebbe ridurre la forbice tra «imprenditori giovani, che saltano a piedi pari il percorso accademico per fare startup, ma a cui manca una cultura universitaria che servirà loro nel mondo dell’impresa, oppure ci arrivano dopo 14 anni di lavoro dipendente» sottolinea Bettiol. Questo è uno dei ruoli che dovrà avere sempre di più l’Università, per fare innovazione e stare al passo con i tempi. «Le Università, penso possano servire a questo scopo ed avere questo ruolo – aggiunge il docente di Business management – , con dei corsi aperti a giovani imprenditori che vogliono fare startup e dei corsi di studio, per i propri iscritti, che siano davvero focalizzati sull’apertura di un’impresa».

 5. C’è il problema dell’Equity crowdfunding che ancora non decolla. «Siamo i primi in Italia ad avere una legislazione che regola l’Equity crowdfunding, ma questo strumento non riceve ancora l’attenzione che merita», conclude Bettiol. «Avere un’idea innovativa richiede tempo, poi serve una esperienza e delle relazioni nel campo. L’Equity crowdfunding, è una strada da intraprendere per fare in modo che le banche diventino dei partner, ad esempio, e non vengano viste solo come chi dà e poi toglie credito. Per una volta che siamo leader europei in un settore, credo che questa sia il caso di percorrere questa strada. L’Equity crowdfunding inoltre si basa su delle piattaforme digitali, che aiutano a comunicare l’idea imprenditoriale, un altro aspetto che spesso manca a chi fa startup in Italia».​

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