Invitalia crea un fondo di Venture Capital: investirà 50 milioni in startup

Il fondo di venture capital di Invitalia prende forma. L’ente che gestisce Smart&Start per conto del Mise annuncia che il fondo sarà di 50 milioni, da investire in startup insieme a venture privati.

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Il fondo per investire in startup annunciato nell’intervista concessa a StartupItalia! ha preso forma. Non ha ancora un nome, ma arriverà entro 30 giorni. Le modalità sono quelle anticipate da Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia nell’intervista che riportiamo di seguito, pubblicata il 20 ottobre 2014. Il fondo investirà al 50% in startup insieme a privati. Gli investimenti previsti per singola azienda saranno in media di 500 mila euro. E in totale avrà a disposizione 50 milioni, che saranno investiti in 100 startup. Si tratta di un fondo di venture capital, con investimenti a 7 anni. Prenderà il via a fine giugno (ndr).

Intervista pubblicata il 20 ottobre 2014

«Se un privato deve scegliere di investire tra l’Ilva o una startup innovativa, con un alto rischio di fallimento, non avrebbe dubbi: mette i suoi soldi nella prima. Ma lo Stato può permettersi di rischiare, di aspettare e di puntare sulla crescita di una startup. E invogliare anche il privato ad investirci». Nell’ultimo anno Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, ha cercato convincere il governo a sostenere il suo progetto di fare entrare la controllata del ministero dell’Economia nel capitale delle startup. E ci è riuscito.

50 anni, calabrese, laureato alla Luiss con una tesi sulla redditività degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, guida Invitalia dal 2007 (allora si chiamava Sviluppo Italia). Nel 2013 la prima azione a favore delle startup con il bando Smart&Start. «Rivolgerci solo al sud è stata una scelta che rivendico: volevamo far recuperare in parte il terreno perso in quelle aree del Paese». Ora con il nuovo bando i finanziamenti sono estesi a tutta Italia. E entro dicembre saranno definite tutte le modalità di intervento di Invitalia nel capitale delle startup. Per ora le condizioni sono due: che l’investimento sia fatto insieme a capitali privati, e che sia temporaneo, «quattro, cinque anni, così che ci sia un ritorno anche per l’investitore pubblico». Lo Stato, insomma, si fa angel investor.

Come è maturata questa decisione?
Un anno fa, con il primo bando Smart&Start. Ma non era facile convincere il ministero della bontà di creare un fondo per investire in startup.

Come funzionerà questo fondo? 
I dettagli non sono stati ancora definiti. Quel che è certo è che interverremo come investimento successivo alla fase seed. E’ quello il momento in cui le startup hanno più bisogno di liquidità. Una zona grigia nella vita di una piccola azienda dove spesso per mancanza di soldi si rischia di fallire. Uno Stato che non se ne fa carico non è uno stato che funziona bene.

Un investimento fatto con i privati e temporaneo: cosa significa?
Che nessun intervento vedrà come protagonista solo Invitalia. Cercheremo aziende su cui investire con i privati che compreranno quote pari a quelle della nostra società. Con loro valuteremo portata e necessità di investimento. Al tempo stesso però non intendiamo rimanere nelle società: una volta cresciute e consolidate venderemo le quote e le lasceremo al mercato. Trattandosi di investimenti ad alto rischio, anche se solo una su venti ci permetterà di fare leva, e quindi guadagnarci dei soldi, questo ci permetterà di limitare i danni di quelle che non sono andate bene.

Tradotto in soldi: di che cifre parliamo? 
Per ogni startup, considerata la media degli investimenti in Italia, contiamo di comprare quote tra i 500mila euro e un milione. Questo vuol dire che Invitalia investirà da 250mila a 500mila euro. Il resto lo faranno i privati, sempre al 50%.  Poi è certo, se Invitalia decide un’operazione del genere non si tratterà di un numero limitato di startup.

E di quante?
Troppo presto per dirlo. Ma contiamo prenderne molte.

Le diranno che così mette a rischio i soldi pubblici.
Ma farlo non è soltanto doveroso, ma sacrosanto. Non ci sono molti attori in grado di fare questo ora in Italia e rischiamo di veder morire aziende che potrebbero avere un grande futuro. Non è un sussidio di disoccupazione, né un prestito a fondo perduto. E’ un investimento.

Smart&Start ha creato 353 nuove imprese: si aspettava un risultato del genere?
Quantitativamente no, qualitativamente è ancora presto per dirlo. Ma stiamo seguendo la vita di queste nuove imprese.

Qualcuna si sta facendo notare?
Si, alcune crescono bene e meriterebbero un secondo round di investimento. Stiamo studiando dei sistemi per farlo. Ma non posso fare nomi in questo momento.

Ci sono degli errori commessi nel primo Smart&Start che non rifarebbe? 
Sicuramente uno: abbiamo accettato nel primo bando un concetto troppo largo di innovazione. Abbiamo accettato anche chi fa innovazione nel marketing, nel prodotto, o nei processi lavorativi, e non ha funzionato bene. Ma soprattutto una cosa di cui ci siamo resi conto è che l’importo massimo di finanziamento a 500mila euro sono troppo pochi.

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