Condivisione. Networking. Contaminazione. Cultura Digitale. In una parola: Indigeni Digitali

Dieci domande al fondatore Fabio Lalli. Come è nata e che ruolo ha l’associazione, l’importanza che riveste per l’ecosistema italiano e una call to action: “Ripartiamo dall’educazione civica e abbiniamola all’educazione digitale!”

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Sono molte le città italiane in cui è presente Indigeni Digitali: Roma, Milano, Napoli, Catania, Pisa, Firenze, Cuneo, Trieste, Cagliari, Bari. Ma si stanno spostando anche all’estero per esportare il modello con cui sono nati, aperitivi di networking, in particolare a Londra e a Berlino. Fabio Lalli, presidente di Indigeni Digitali, racconta a StartupItalia! come è nata l’associazione e il rapporto con le startup italiane.

1. Cos’è Indigeni Digitali in un tweet?

Indigeni Digitali è un business network con due obiettivi: fornire supporto alle startup e diffondere la cultura digitale in Italia.

2. Come è nata l’idea?

Indigeni Digitali è nato da un modello che utilizzo all’interno di alcune aziende per fare knowledge sharing e networking tra i dipendenti. In sostanza si tratta di un aperitivo informale che ha l’obiettivo di far incontrare persone dello stesso ufficio o di uffici diversi, ma che lavorano agli stessi progetti. Spesso queste persone, nonostante lavorino tutto il giorno con gli stessi obiettivi, non si parlano nemmeno. Il mio ruolo è stato sostanzialmente quello di accendere e alimentare la conversazione e lo scambio di idee e diventare un hub della relazione. Il 10 febbraio 2010 ho pensato di ricreare questo modello di networking, aperto alla rete. Si è sviluppata una grande community che ha portato, l’11/11/11, data non casuale, alla fondazione di un’attività no profit, l’associazione Indigeni Digitali.

3. Quali sono la mission e i valori di Indigeni Digitali?

Inizialmente voleva essere solo un momento di incontro per scambiare opportunità lavorative e condividere conoscenze, ma soprattutto esperienze. Con l’estendersi della piattaforma abbiamo però capito che l’Italia era carente di cultura digitale e di rete. Allora sono stati organizzati eventi all’interno delle scuole e nelle aziende per sensibilizzare le persone riguardo a questi temi. Addirittura nell’ultimo anno e mezzo è nato un modello di supporto per startupper, studenti, professionisti e imprenditori dove persone con competenze particolari le condividono e le mettono a disposizione proprio come se fossero dei mentor o dei coach.
Ad esempio, io ho iniziato a fare da mentor a una startup, Mangatar, conosciuta proprio a un incontro di Indigeni Digitali.

4. Perché in Italia è importante diffondere una cultura digitale?

In primis perché ne siamo carenti, e molto. E’ un fatto, appunto, culturale: da una parte non abbiamo mai fatto e ricevuto cultura di rete, quindi non c’è mai stata sensibilizzazione ai concetti di rete. Non l’abbiamo nel DNA. Ma c’è un motivo. La mancanza formativa e infrastrutturale riguardo questi concetti.

5. Una soluzione?

Io ripartirei da un’evoluzione dell’educazione civica. Potremmo ripartire da quella, ma abbinata a temi di cultura di rete e digitale, con concetti ad esempio di netiquette, o riguardo i modi di utilizzare gli strumenti in rete e alla consapevolezza della condivisione in internet.

6. Un esempio concreto?

Mi è capitato di fare una giornata di formazione in una scuola media. Il tema era appunto la cultura di rete. Prima della lezione mi sono fatto dare l’elenco con nomi e cognomi degli studenti che avrebbero partecipato. Ho creato un account finto su Facebook e li ho invitati tutti, senza che sapessero minimamente chi fossi. Mi hanno accettato tutti e ho visto l’uso sconsiderato in alcuni casi che facevano della condivisione di foto, link e status update. Durante la lezione ci sono veramente rimasti di stucco quando ho iniziato a citare alcuni comportamenti sbagliati messi in pratica proprio da loro.

7. E quindi?

Bisogna rendersi conto che la rete non è più uno strumento di comunicazione ma uno strumento che influenza tutto, è un’estensione della vita reale. Se manca l’educazione civica è carente anche il comportamento che si ha in rete. La gestione della propria identità è un concetto fondamentale: la presenza in rete non è altro che una proiezione della propria vita reale; spesso c’è un disallineamento dovuto proprio alla mancanza di educazione.

8. Quali sono le vostre attività principali?

Noi connettiamo persone. La nostra attività è alimentare i momenti di aggregazione. Non solo organizziamo, ma spesso supportiamo eventi di networking, proprio per la nostra natura estremamente inclusiva. Indigeni Digitali nasce proprio con l’idea di creare relazioni e fare rete. Per noi è centrale quindi il networking e la contaminazione, come momento di apprendimento dall’esperienza altrui (successi, fallimenti, progetti, idee ecc.)

9. Un altro esempio…

Un evento che abbiamo organizzato con un approccio di questo tipo è stato Weedi, ovvero un crowdsourcing per risolvere i problemi proposti dalla pubblica amministrazione. Co-creazione, co-working e co-design applicati al problem solving!

10. Come Indigeni Digitali può aiutare le startup a crescere e rinforzarsi?

Facendo considerazioni riprese dal libro “The Rainforest: The Secret to Building the Next Silicon Valley”, un ecosistema è un insieme di tasselli che creano la struttura. Per avere un buon ecosistema non servono solo investitori o università, ma reti di persone, spazi di coworking, incubatori, il sistema universitario fatto di studenti e docenti. E le community. Le community sono uno dei vari tasselli che permettono all’ecosistema di funzionare. Indigeni Digitali è proprio questo, e non vuole essere null’altro. Non c’è l’interesse ad essere un fondo di investimento, noi siamo una community. L’obiettivo è quello di estendere il modello di networking ad ogni città italiana. Non sarebbe corretto ricreare la Silicon Valley italiana a Roma o a Milano. L’Italia è talmente piccola che l’ecosistema non deve essere centralizzato ma distribuito. Inoltre se fosse vero il contrario ci sarebbe uno sradicamento delle persone, il che porterebbe ad un impoverimento del territorio e ad un depotenziamento dell’imprenditore, che perde le sue relazioni, la sua conoscenza delle dinamiche e dei luoghi.

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