«La vera forza delle startup europee è il nomadismo digitale»

Intervista a Roberto Bonanzinga di Balderton Capital che spiega il vero potenziale delle startup europee e perché è meglio cominciare a fare sistema

Roberto Bonanzinga è Venture Partner di Balderton Capital, uno dei maggiori fondi di investimento europei. Da sette anni a Londra, dopo aver vissuto e lavorato in Silicon Valley, è forse la persona ideale per parlare delle specificità dell’ecosistema delle startup del nostro continente e del ruolo che l’imprenditoria innovativa italiana può giocare in questo contesto. Ed è appunto quello che abbiamo fatto, nel corso di un’oretta buona di conversazione su Skype, da cui ho estratto qui i passaggi più significativi.

Di startup si parla molto anche nel Vecchio Continente, ma i casi di successo davvero stratosferico, gli “unicorni”, come li chiama qualcuno, scarseggiano. Cosa manca all’Europa per poter fare davvero concorrenza agli Stati Uniti?

Accettare il fatto di essere un sistema multi-centrico, e sostenere i nomadi digitali. Quello che sta succedendo al momento è che stanno emergendo degli ecosistemi locali, i più importanti sono intorno a Berlino, Londra, Helsinki e Stoccolma, grazie soprattutto ad alcune aziende che attorno a sé stesse hanno creato ambienti di successo. 

D’altra parte secondo me, nessuno di questi sistemi è talmente potente da permettere di dire la prossima Facebook nascerà qui, che è poi quello a cui dovremmo mirare, se non vogliamo continuare a creare sempre aziende satelliti che poi, se va bene, finiscono per essere acquisite da aziende americane. Oltre a ciò, bisogna considerare che questi sistemi sono molto diversi dal punto di vista culturale, della connotazione geografica, dello sviluppo digitale; mentre esiste la BayArea non c’è l’Europa, ma ci sono the Europas. La soluzione qual è? Rendere gli imprenditori sempre più consapevoli di quelle che sono le caratteristiche di ciascun ecosistema, così da capire quali sono quelli più adatti ai problemi che vogliono risolvere. Qui dipende molto dal tipo di business di cui si occupa l’azienda. Per chi fa giochi, ad esempio, Helsinki è un buon posto dove stare, perché c’è un ecosistema già sviluppato che aiuta a far crescere l’azienda. Se devi assumere 3000 persone nei prossimi tre anni lo puoi fare: sarebbe molto più complicato, anche se non impossibile, farlo a Barcellona, Madrid o Roma. Ecco nascere una nuova fascia di imprenditorialità, che chiamo dei digital nomads, che per crescere si sposta dove è in grado di trovare terreno più fertile, anche se trasferirsi non è necessariamente la regola. Gli svedesi di Sound Cloud, ad esempio, hanno fatto bene a spostarsi a Berlino perché è la capitale della musica elettronica. Ma per una realtà come l’italiana Yoox, che vuole porsi come punto di incontro fra mondo della moda e mondo digitale, andava benissimo rimanere in l’Italia dato che molti stilisti hanno sede lì.

Cosa possono fare, gli Stati per agevolare questo tipo di “migrazioni” e l’innovazione europea in generale?

Sicuramente ormai, è un dato di fatto che il tema dell’imprenditoria tecnologica sia entrato nell’agenda dei governi, anche in Italia. Il fatto che quello che secondo me è uno dei più bravi imprenditori europei, Paolo Barberis, sia stato ingaggiato come consigliere di Renzi per quanto riguarda l’innovazione è sicuramente un segnale positivo.
Dall’altra parte, è necessario creare delle condizioni che facilitino il movimento dell’imprenditorialità. Molto interessante, da questo punto di vista è quello che stanno facendo in Estonia per quanto riguarda la cittadinanza digitale e, in senso ampio, come spazio di sperimentazione digitale. Oggi un imprenditore estone in dieci minuti registra la sua azienda e in altri cinque minuti ha un conto bancario. A Londra, una startup che sto seguendo, per avere un conto in banca, ci ha messo quattro mesi. In America esiste il Delaware, dove si registra il 90% delle startup perché il processo di registrazione è semplice e le tasse sono molto basse.
L’Estonia potrebbe diventare un po’ il Delaware dell’Europa.

Il nomadismo digitale
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Non pensi però che con questa idea del nomadismo digitale, gli Stati possano essere preoccupati di vedere le proprie aziende fuggire, magari per crescere ma senza che questo porti ricadute positive sul territorio?

Dobbiamo liberarci di questo concetto di tutelare il nostro orticello, che sia Italia, Inghilterra, o altro. Gli imprenditori devono poter andare dov’è il miglior posto per costruire l’azienda. E le autorità dovrebbero esser ben felici di ciò. Alla fine il problema non è quello di assicurarci il nanismo locale, vedi l’azienda finanziaria che fa tre milioni a Milano, ma sostenere piuttosto l’imprenditore italiano che fa l’azienda da tre miliardi dove si trova meglio. Poi, se c’è grande successo le ricadute sul territorio avvengono. Sottolineo che non è un problema soltanto italiano. Se incontri le autorità di TechCity ti parlano dell’importanza strategica della loro zona, senza considerare che per alcune startup stare a Londra può non esser la cosa migliore, considerati i costi della città, che possono rendere un’azienda non competitiva in fase d’avvio.

E l’Italia, vista da fuori, com’è messa?

Che in questi ultimi anni, la situazione sia migliorata è indubbio. Ma penso ci sia anche un livello di hype, incredibile. Si privilegia l’apparenza rispetto alla sostanza. Ti faccio degli esempi: secondo me è allucinante quanta poca visibilità abbia per esempio la storia di quello che Yoox (una delle aziende su cui Balderton ha investito n.d.r.) è riuscita a fare nel mondo. Un altro caso emblematico è quello di Volagratis. Fabio Cannavale è sicuramente uno degli imprenditori più importanti che ci sono in Europa in ambito tecnologico, ma anche di lui si parla molto poco. C’è stata talmente tanta disattenzione che a un certo punto lui per quotare l’azienda se n’è andato in Svizzera.

Eppure di startup si parla molto…Si organizzano convegni, si creano associazioni di portatori di interesse…

Io vengo da un’estrazione che ha molto più a che fare con il fare prima che con il parlare. E sono un po’ freddo rispetto ad alcune cose che stanno succedendo. Ce ne sono altre che invece mi piacciono. Ho già citato il fatto, positivo, che come consigliere per lo sviluppo e l’imprenditoria in Italia sia stato preso un imprenditore. Poi ci sono degli esempi che apprezzo molto, come quello di H-Farm. Donadon ha una visione dell’innovazione e del ruolo che l’Italia potrebbe avere in Europa che è molto interessante. O il fatto che siano nati dei fondi nuovi di venture capital o si siano potenziati quelli esistenti. Ma alla fine quello che conta sono i casi di successo: tutto conta ma, se si vogliono ispirare i giovani italiani, invece che a cercare un lavorare in banca, a lanciare una startup, servono più casi tipo quello di Fabio Cannavale.
Ci sono anche delle cose che si stanno muovendo, che sono “promising”: non voglio fare un lista, perché non sarebbe giusto, ma ci sono delle iniziative interessanti, come Vivocha, ContactLab, MusixMatch. Se avessi tempo a disposizione, preferirei aiutare queste cose promettenti a diventare storie di successo, piuttosto che mettermi attorno a un tavolo a parlare di startup.

Dal punto di vista delle competenze digitali, quali sono secondo te quelle di cui abbiamo più bisogno in Europa?

Penso che abbiamo delle ottime skill come ingegneri, anche in Italia ce ne sono di altissimo livello. Anche a livello di modelli di business abbiamo delle competenze interessanti. Là dove abbiamo il gap più ampio rispetto a realtà come gli Stati Uniti, è l’area del product design. Sarebbe bello qui vedere l’Italia investire molto. Ci sono delle cose interessanti che stanno avvenendo, dalla Digital Academy al Polihub.

Temo però che da questo punto di vista l’Italia abbia un po’ perso il treno. Avevamo un’occasione unica per trasferire le nostre competenze nel material design nel digital design, ma decisioni politiche e accademiche errate si è ritenuto vent’anni fa che questo passaggio non s’aveva da fare, non era una cosa nobile a sufficienza. Ragion per cui non siamo stati in grado di trasferire l’eccellenza italiana nel mondo del design, nel digitale. Oggi se vedi il grande product design nel digitale, è fatto in Svezia, Olanda, o negli Stati Uniti. Forse se ci fosse stata una classe, anche accademica, un pochino più lungimirante, avremmo potuto essere la fucina del product design. Chissà se siamo ancora in tempo.

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