Perché essere troppo ottimisti fa male

Siamo pronti a buttarci a capofitto in progetti ambiziosi anche quando la metà dei dati basterebbe a sconfortarci. Basti pensare al numero di startup che si rimettono in gioco

Lo confesso, sono ossessionata dalle “to do list”, non posso farci niente. Sarà che sono tutto fuorché precisa, puntuale, ordinata. E allora compenso così, facendo una lista per ogni cosa. Perché mi fa sentire bene, mi fa sentire una persona migliore. Come quando alle soglie del nuovo anno, mi fermo a riempire pagine e pagine di meravigliosi propositi. Che poi, puntualmente, dimentico in una cartella che, nel migliore dei casi, ritrovo l’anno dopo. Quando sono già proiettata su una nuova lista. Sotto una nuova ondata di entusiasmo. E così anno dopo anno. Indipendentemente dall’esperienza. 

ottimismo

Ottimismo o pregiudizio?

È stato il ricercatore Neil Weinstein a coniare l’espressione optimism bias, per descrivere il fatto che, parlando del nostro futuro, siamo portati a pensare di avere meno probabilità della media di cadere vittime di eventi indesiderati. Non ho mai avuto un’inclinazione per i numeri, ma basterebbe la matematica spicciola a dirci che, se la maggior parte di noi sostiene di avere probabilità più basse della media in fatto di sfortuna, allora qualcuno di noi è chiaramente in errore.

Eppure la statistica non sembra scomporci più di tanto, e con il pensiero continuiamo a collocarci distanti dalla media. Siamo pronti a sancire con un “si” un patto che, nella metà dei casi, non durerà per il resto della vita, e a buttarci a capofitto in progetti ambiziosi anche quando la metà dei dati basterebbe a sconfortarci. E neanche l’esperienza diretta del fallimento sembra appannare del tutto la luminosità del nostro futuro. O almeno, non così tanto da impedirci di riprovarci ancora. Basta pensare al numero di startup che si rimettono in gioco, per capire che anche se ci scottiamo una, due o tre volte, poi di fatto, continuiamo a credere che la prossima sarà quella buona.

Secondo lo psicologo David Armor di Yale, circa l’80% della popolazione occidentale ha aspettative ottimistiche per la propria vita. Suona fantastico. Eppure nessuno di noi è tanto naif da non sapere che l’economia mondiale è in crisi, che l’ambiente sopravvive in gravi difficoltà, e che siamo circondati da innumerevoli fattori di rischio per la nostra salute. Così come nessuna Startup è all’oscuro della percentuale di progetti naufragati prima ancora di prendere il largo. Eppure, anche in questo caso, la statistica non sembra scalfire un ottimismo di base.

Ma com’è possibile che continuiamo ad avere un’idea irrealistica del futuro che ci attende, anche quando abbiamo a disposizione una gran quantità di informazioni che contraddicono le nostre convinzioni? 

La ricercatrice Tali Sharot, e il suo assistente Christoph Korn, hanno voluto dare una risposta. Per farlo, hanno chiesto a un gruppo di volontari di stimare la probabilità di incappare in eventi spiacevoli, mentre uno scanner per la risonanza magnetica funzionale registrava la loro attività cerebrale. Fatte le dovute previsioni, i partecipanti venivano informati sulla probabilità effettiva che tali eventi si verificassero. A quel punto, veniva chiesto loro di dare una seconda previsione.

Avrebbero aggiornato le loro aspettative sulla base delle nuove informazioni?

Il risultato è stato sorprendente: le aspettative venivano aggiornate soltanto a fronte di informazioni positive, quando cioè la percentuale di rischio effettiva era più bassa di quella stimata. Di poco o per niente, quando la percentuale risultava superiore. In pratica, i partecipanti mostravano un apprendimento differenziato, a seconda che ricevessero informazioni piacevoli o spiacevoli in merito al loro futuro. Ma non solo. Attraverso lo scanner, i ricercatori hanno osservato che l’attività cerebrale dei partecipanti si intensificava quando le informazioni presentate erano positive. Questo vuol dire che non apprendiamo allo stesso modo ogni tipo di informazione, e che il nostro cervello, ottimista per natura, filtra e trattiene solo ciò che è desiderabile.

È possibile che un ottimismo irrazionale abbia un valore per la sopravvivenza?

È evidente che sottostimare la probabilità di eventi negativi nel nostro futuro, riduce i livelli di stress e ansia, a tutto vantaggio per la nostra salute e per la qualità della nostra performance. Ma anche uno sfrenato entusiasmo rischia di diventare un abbaglio.

Non faccio che sentirmi ripetere che devo smettere di fumare. Eppure, nonostante conosca tutti i rischi, continuo a sentirmi immune. Sembra assurdo, ma è proprio questa convinzione ottimistica che mi fa accendere una sigaretta dietro l’altra, felicemente libera da sensi di colpa.

Puri e Robinson, due economisti della Duke University, hanno studiato la correlazione tra ottimismo e scelte che compiamo. Analizzando le abitudini lavorative, i comportamenti di spesa e di risparmio, e quelli relativi alla salute, hanno misurato l’ottimismo e suddiviso gli intervistati in: ottimisti estremi, ottimisti moderati, pessimisti. Non ci sorprende sapere che, dalle scelte di investimento alla produttività, l’ottimismo è un fattore determinante. Ma solo ad una condizione: che sia moderato.

Altrimenti, il rischio è quello di prendere decisioni irrazionali, controproducenti perché prive di un adeguato senso di realtà. Del resto, non fumerei venti sigarette al giorno se non mi crogiolassi nell’illusione di essere dotata di un’ottima genetica.

Insomma, c’è ottimismo e ottimismo. E se sottostimare un po’ gli ostacoli è fondamentale per poter andare avanti, ignorarli completamente ci porta a fare scelte avventate e a ritrovarci mal equipaggiati quando questi si presenteranno. E qui la voce della scienza è in linea con il vecchio buonsenso:

“L’ottimismo è come il vino rosso: un bicchiere al giorno può far bene, una bottiglia al giorno può essere pericolosa”.

E con questo, Puri e Robinson non arrivano a dirci niente di troppo diverso dai nostri nonni.

Che poi c’è chi, come me, ha una nonna ultranovantenne che fuma un pacchetto di sigarette al giorno, gioca a Bingo, e beve vino a pranzo e cena. Ma questa è un’altra storia. E comunque si spiegherebbero molte cose.

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