Le 10 migliori startup italiane di innovazione sociale (da Le Cicogne a Qurami)

L’elenco, i numeri, i dipendenti, le idee, i finanziamenti delle migliori aziende di social innovation su cui puntare nel 2015

Sono 10 le startup di innovazione sociale tra le 100 migliori startup italiane pubblicate nell’ebook di StartupItalia! (qui per scaricarlo gratis, ora disponibile anche su Amazon).

1. Progetto Quid La moda si fa etica 

Non c’è niente di più frivolo della Moda. Apparentemente. Perché la moda può anche essere etica, se nasce da un iniziativa di stampo sociale. Come quella di Progetto Quid che mira al reinserimento lavorativo di donne in situazioni di disagio, storie di violenza o disabilità. Sarte che confezionano abiti nuovi da tessuti di marca e di ottima qualità, non vendibili sui normali circuiti a causa di qualche piccola imperfezione.

L’idea nasce ad aprile 2012, da un gruppo di giovani professionisti che all’inizio dedica alla startup tutto il proprio tempo libero, affiancando l’impegno nella società alle normali occupazioni. Con un obiettivo chiaro in testa. “Quello  – spiega Anna Fiscale, giovane presidente della cooperativa Quid, che ha sede a Verona – di diventare il braccio destro di grandi aziende di moda, fornendo linee etiche ed ecologiche ai migliori marchi del Made in Italy che vogliono impegnarsi per proteggere l’ambiente e per una società più giusta”. Sembra quasi un sogno, un’utopia, e invece le cose iniziano quasi subito ad ingranare, fra partneship prestigiose e riconoscimenti internazionali, come il primo premio alla European Social Innovation Competition, dove la startup italiana spicca fra oltre 1.200 concorrenti. Oggi, dopo poco più di due anni dall’avvio del progetto, Quid lavora con partner come Calzedonia, Den Store, Berto Industria Tessile, e Altoitaliano. Oltre ai dei “corner” nei negozi di aziende affermate, la cooperativa ha aperto dei propri temporary store in varie località della Penisola (Forte dei Marmi, Trento, Verona, Vicenza).

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Capi esclusivi, dallo stile causal, ma elegante. Non replicabili, con una targhetta che ne contrassegna il numero di esemplari. Coniugare gli aspetti ambientali, quelli del recupero del tessuto con quelli etici, che derivano dalla possibilità di rifarsi una vita, o perlomeno garantirsi uno stipendio che viene fornita da Quid a donne svantaggiate. Oltre ai capi pensati per i negozi, da Quid sono nati una serie di progetti collaterali, frutto di sinergie con associazioni ed aziende esterne, come una linea di T-Shirt in onore dei giovani velisti italiani in partenza per i mondiali di catamarano, o i costumi teatrali per lo spettacolo Il Piccolo Principe realizzati per la Fondazione Aida di Verona.

Numeri
Fatturato 2014: 230.000 euro, pareggio di bilancio
Collaboratori:  17 dipendenti,  10 collaboratori esterni
Numero di clienti 2014: 5.000 clienti
 

2. Tutored – La comunity online dei tutor scolastici

Le ripetizioni scolastiche, come tutti i genitori di alunni non troppo brillanti ben sanno, costano parecchio. E bisogna trovare l’insegnante giusto. Problemi che, per quanto riguarda le ripetizioni universitarie, potrebbe trovate una risposta soddisfacente grazie a Tutored (www.tutored.it), una piattaforma online lanciata in beta pubblica da nemmeno due mesi, ma che ha già raccolto 2.600 iscritti, divisi più o meno a metà. “Stiamo cercando di mantenere un rapporto bilanciato fra gli studenti e tutor sulla piattaforma – spiega uno dei fondatori, Martina Mattone – in maniera che tutti siano soddisfatti, i tutor perché riescono a guadagnare qualche soldino extra, gli studenti perché hanno vasta scelta”. Funziona un po’ come una bacheca di annunci: chi cerca un tutor che aiuti a ripassare può attingere al motore di ricerca che, questo è il vero punto di forza del progetto, consente di selezionare, come insegnati, altri studenti che hanno già passato lo stesso esame, col medesimo professore universitario. Per il momento la startup, che conta tre soci, si sostiene grazie a un finanziamento di 60.000 euro e sta lavorando per implementare il sistema di pagamenti. Il servizio è attivo a Roma e Milano. “Il prossimo 15 gennaio – racconta Martina – ci presenteremo a una platea di investitori e chiederemo i soldi per espanderci in altre 16 città italiane, sede dei principali poli universitari”. A seguire, nelle intenzioni, l’implemetnazione di una piattaforma di un sistema di ripetizioni online, per chi preferisce fare lezione a distanza.

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La piattaforma offre diversi livelli di servizio, uno di base, gratuito e uno premium, a pagamento. L’iscrizione per gli studenti è sempre gratuita; i tutor invece non pagano la prima prenotazione da parte del promo allievo, mentre a partire dal secondo scatta l’obbligo di abbonamento a 12 euro al mese. Chiunque può proporsi come tutor: l’affidabilità e il giudizio sul lavoro degli stessi si basa, come in altre comunità, su un meccanismo di valutazione e feedback da parte degli studenti che possono segnalare se sono soddisfatti o meno. “Il prezzo della ripetizione – spiega Mattone viene concordato – fra il tutor e il ragazzo, noi non interveniamo sulla transazione, ci limitiamo semplicemente a suggerire delle fasce di prezzo o l’opportunità di sconti nel caso di gruppi di studenti numerosi”. Per rendere ancora più accattivante il servizio, Tutored ha stretto accordi con aziende come Uber e Spotify per offrire sconti e premi a chi sottoscrive gli abbonamenti da tre e dodici mesi.

Numero utenti: 4.300 iscritti alla piattaforma (1.300 tutor e 3.000 studenti)
Età media: 23 anni
Soci: 3
Collaboratori: 3
Finanziamenti ricevuti: 60.000 euro da LVenture Group e Club Italia Investimenti

3. Resilia – Una dispensa collettiva per recuperare il cibo in eccesso 

Resilia è una startup che nasce dall’unione delle competenze di due società pre-esistenti: Petricorstudio Architetcts e Indica Srl, che si sono incontrati all’interno del coworking bolognese Kilowatt. Il focus è sulla creazione di progetti innovativi di resilienza urbana, dalla riduzione degli sprechi di cibo, al riutilizzo dei materiali a fine vita, agli interventi di manutenzione cittadina.

“Prendi un gruppo di ingegneri vestiti da architetti – dice la co-fondatrice Alessandra Vaccari – mettili in un co-working pieno di energia, aggiungi una social media agency – che non si prende mai troppo sul serio- , un service designer – che è anche web designer e factotum – condisci con un gruppo di professionisti per lo sviluppo sostenibile e il gioco è fatto”. In questo caso il termine resilienza, che si usa spesso in senso figurato per indicare la capacità di far fronte ad eventi traumatici della vita, viene intesa come “strumento che permette di agire sull’ambiente naturale e antropico per individuarne strategie e azioni pratiche di adattamento”.

Resilia

Il prodotto di punta di Resilia è S-Cambia Cibo, una “dispensa collettiva”, dove segnalare ad amici o estranei gli alimenti in eccesso, che non si è riusciti a consumare e che andrebbero buttati. Basta fotografare quello che si vuole condividere, inserire sul sito alcune informazioni di base (data di scadenza, caratteristiche del prodotto) e condividire il tutto sulla piattaforma, dove l’alimento a rischio spreco comparirà geolocalizzato sulla mappa della città.

Oltre a Scambia cibo, Resilia lancerà tra breve Opengaia un portale di crowdfunding per piccoli interventi di manutenzione urbana (fossi e tombini, di ghisa e non:) e afforestazione (alberi) e Wastefablab, un centro di preparazione e educazione al riutilizzo di oggetti vecchi o non più adoperabili per lo scopo per cui erano stati progettati.

Soci: 6 soci fondatori
Finanziamenti ricevuti: 20 mila euro
Capitale sociale: 12000 euro
Fatturato previsto: 500 mila euro fra due anni
Età media 30

4. Bibak – Sensori contro le mine antiuomo

Bibak, in persiano, significa “senza paura”. Un nome perfetto per una startup che si è posta l’obiettivo di contribuire a risolvere il problema dello rimozione delle mine antiuomo nelle zone tormentate da conflitti. Nata in origine all’interno del Graduate Studies Program  della Singularity University, Bibak è oggi incubata in Olanda, allo Statup Bootcamp HighTech XL di Eindhoven. 

“Quella dello sminamento – racconta la co-fondatrice Selene Biffi – è una questione annosa, con una settantina di Paesi interessati, secondo dati UN, da 110 milioni di mine. Oggi lo sminamento è, nella maggior parte dei casi, fatto ancora come si faceva durante la Seconda Guerra Mondiale, con i metal detector e personale adeguatamente formato. Un processo lungo, pericoloso e costoso”.

Bibak Team

Bibak sta sviluppando un sistema di identificazione degli ordigni che combina alcune caratteristiche dei metodi attualmente esistenti, riducendo però costi e tempi del processo. L’obiettivo è anche quello di coinvolgere quanto più possibile le comunità locali nel processo, di modo che il passaggio tra post-conflitto e sicurezza sia il più rapido e partecipato possibile. “Ecco perché – spiega Biffi – le comunità interessate dal problema delle mine sul loro territorio vengono all’inizio formate per l’utilizzo dei sensori e dell’identificazione delle mine e, a sminamento ultimato, viene insegnato loro a riciclare la nostra tecnologia; ad usare, per esempio, i sensori come generatori di l’energia”. Il team della startup, che è composto al momento da cinque persone, ha presentato ‘idea a diversi investitori in Olanda e a un fondo di investimento specializzato in imprese sociali. Finito, a febbraio, il programma di incubazione, verrà scelto il paese dove iniziare i primi test sul campo: fra i papabili, Afghanistan, Bosnia e Mozambico.

CANNY - December

Bibak crea i suoi sensori combinando tre tecnologie: metal detector, GPR (ground penetrating radar) e un sensore per i vapori provenienti dagli esplosivi (in questo caso specifici per quelli contenuti nelle mine, TNT e RDX principalmente), una combinazione che porta a ridurre i tempi del processo di sminamento. I sensori vengono inseriti in una “tanica” (in inglese, jerry can, da cui il nome “Canny” del prodotto finale) assieme a un kit di primo soccorso e a dell’acqua che serve a combattere la disidratazione, uno dei problemi principali per gli sminatori. “Abbiamo già messo a punto tutti e tre i sensori – dice Biffi – anche se ancora in una forma basica. Il 6 febbraio presenteremo CANNY pubblicamente, e siamo già in trattativa con diversi partner e NGOs per la prova sul campo e relativa fase di rodaggio”.

Dipendendi / Collaboratori: 5
Numero di clienti o prodotti venduti: n/a
Età media: 34
Finanziamenti ricevuti: euro 15.000 per l’incubazione  presso Startup Bootcamp HighTech XL ad Eindhoven (Olanda), novembre 2014

5. Le Cicogne – Baby sitter online

“Tutto nasce tre anni fa – racconta Monica Archibugi, fondatrice de Le Cicogne, startup che mette in contatto chi fornisce servizi di baby sitting con genitori sull’orlo di una crisi di nervi – guadagnavo qualche soldo portando e andando a prendere dei bambini che andavano a lezioni di tennis e mi sono inventata questo nome “baby taxi””. La cosa è piaciuta tanto che grazie al passaparola, Archibugi si è trovata piena di clienti e non ha iniziato a passarli alle amiche. “Mi sembrava assurda l’idea di rifiutare dei lavori in periodo di crisi”. Finite anche le amiche, è nato un gruppo Facebook, segreto, dove mettere in contatto domanda e offerta del servizio. “Poi un amico – racconta ancora l’imprenditrice – mi ha girato il link a un articolo dove si parlava di un sito estero che faceva le stesse cose, e ho capito che poteva diventare un’attività vera e propria”. Ad aprile 2013, con due socie, nasce la società, prima solo su Roma, poi da dicembre, anche a Milano. Uno dei punto di forza della startup, è il coinvolgimento delle lavoratrici: ogni cicogna riceve un centinaio di volantini per farsi pubblicità vicino casa, facendo così contemporaneamente pubblicità alla piattaforma online. A marzo 2015 è prevista l’espansione su scala nazionale, grazie a una nuova app che permetterà di fare il matching di domanda e offerta anche da mobile e in più darà alla startup la possibilità di entrare nella transazione fra cicogna e cliente, prendendo una commissione su ogni accordo, mentre al momento i ricavi arrivano invece da un canone mensile pagato dalle baby sitter e dall’offerta di servizi premium alle famiglie.

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Il sito fornisce vari tipi di servizi di assistenza per le famiglie con bambini: dalla semplice presenza a domicilio come baby sitter, al “taxi”, ovvero il reperimento di persone si occupino anche di seguire i vari spostamenti dei figli in macchina, autobus o a piedi, al “tutoring”, per chi cerca qualcuno che aiuti i pargoli a fare i compiti o nella prepazione di un esame, per finire con il “babyparty” che riguarda, ovviamente, l’organizzazione di feste. Il costo, per le “cicogne” che si iscrivono al servizio, tutte ragazze fra i 18 e i 30 anni, varia fra i quindici euro mensili e i sessanta euro per sei mesi.

Fatturato 2013: circa 10.000 euro (per 2014 previsto 15.000)
Soci: 3
Collaboratori full time: 4
Utenti: 2.500 iscritti piattaforma (1.500 famiglie e 1.000 baby sitter)
Età media team: 24 anni
Finanziamenti ricevuti: micro-seed da 50.000 nel 2013 (Lventure Group) e altro finanziamento da 85.000 euro ad agosto 2014 (Lventure, Club Italia e alcuni business angel)
 

6. Redooc – Come rendere pop la matematica

Di santi e navigatori, nella storia italiana, ce ne sono a bizzeffe. Matematici, meno. Tutt’ora i nostri alunni si classificano regolamente nelle ultime posizioni nelle classifiche internazionali dedicate all’apprendimento delle materie scientifiche. È muovendo da questa constatazione che due consulenti, impegnati fino a quel momento nella formazione per manager, hanno deciso di lanciarsi in una nuova avventura, fondando la startup StarRock e lanciando Redooc, piattaforma online che mira a rendere divertente e “pop” l’insegnamento della matematica. Il metodo si basa soprattutto sull’utiizzo di video lezioni ed esercizi interattivi. “Siamo molto apprezzati dai professori –  – dice Nicolò Amendola, co-fondatore assieme a Chiara Burberi della startup – che si rendono conto che il nostro non è un sistema per rimpiazzarli, al contrario, per agevolarne il lavoro”. Al momento Redooc, si rivolge agli alunni dei licei e degli istituti tecnici e professionali, in futuro anche a quelli delle medie. “Non è possibile – continua Amendola – che in Italia un ragazzo su quattro prenda il debito in matematica e si spendano centinaia di milioni l’anno per le ripetizioni in materie scientifiche. Fuori il mondo corre a 200 all’ora e noi siamo ancora fermi a quindici anni fa”.

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Al momento sul sito sono disponibili lezioni che coprono gli argomenti trattati nel primo biennio del Liceo Scientifico e degli Istituti Tecnici, che corrisponde circa ai primi 2 anni e mezzo degli altri Licei/Istituti. Sono più di 150 lezioni e oltre 3500 esercizi spiegati. Altri contenuti sono in arrivo. Ogni allievo ha un proprio profilo, con un report sempre aggiornato dell’attività: video lezioni viste, livelli di esercizi già fatti e da rifare, punteggi ottenuti. Un modo per incentivare la competizione con altri alunni e per dare professori modo di seguire i progressi di ciascuno. Per i ragazzi, il costo di utilizzo della piattaforma è di dieci euro al mese. Per le scuole, sono previsti accordi personalizzati; in alcuni casi il costo delle licenze per un anno può venire coperto da aziende nell’ambito di azioni di responsabilità sociale d’impresa.

Fatturato 100k
Collaboratori:  10
Numero di clienti: circa 2500
Età media: 24 anni
Finanziamenti ricevuti: 200k

7. Heritage – Il portale della memoria collettiva

Preservare la memoria e, con essa, l’identità. È questa la vocazione più profonda di Heritage, startup torinese che nasce come spin off dell’esperienza più che trentennale della cooperativa Copat, che si occupa di tutelare, conservare e valorizzare il patrimonio culturale. “Abbiamo deciso a luglio 2013 – spiega una delle fondatrici di Heritage, Elisabetta Bruno – di dar vita a questa nuova società, per seguire i nostri progetti più innovativi. Avevamo già una rete di rapporti consolidati, per cui abbiamo iniziato subito a lavorare su alcuni progetti, selezionando quelli che riteniamo possano crescere nel tempo”. Un criterio fondamentale per Heritage è infatti quello della sostenibilità: i risultati raggiunti debbono poter svilupparsi nel futuro ed essere aperti a successive implementazioni.  Un esempio di tale concezione è il portale della Memoria (www.portalememoria.org), un sito che documenta le vicende di popoli dalla storia travagliata, come gli armeni e i tibetani, utilizzando sia fonti informali, “dal basso”, che progetti di ricerca più aderenti ai rigorosi standard accademici. Il tutto ottimizzato sia per la consultazione da Pc che da dispositivo mobile. I referenti principali di Heritage sono enti pubblici o fondazioni private operanti in ambito culturale. Ora la società è alla ricerca di investitori; un contributo, per i primi progetti, è arrivato dal Consiglio Regionale del Piemonte.

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Attualmente, Heritage sta portando avanti due progetti: il già citato Portale della Memoria, che si pensa in futuro di allargare alle vicende di altre popolazioni, e il Grossman Digital Documentation Center, un portale web dedicato alla figura e all’opera dello scrittore e giornalista russo Vasilij Grossman. La banca dati, consultabile e ricercabile tramite abstract dei testi e parole chiave, contiene più di 500 record di pubblicazioni che vanno dal 1934 al 2014. Il 14 settembre 2014, cinquantenario della morte dell’autore, il portale è stato presentato a Mosca, a studiosi e specialisti provenienti da tutto il mondo.

2014 fatturato previsionale: 80.000 euro
Soci: 3
Dipendenti: 2
Collaboratori: 3
Numero clienti: 5
Età media: 35

8. MHC – Digitalizzare il sapere antico per costruire le città del futuro

Difficile pensare di costruirsi un futuro, in Italia, puntando soltando sulla carriera accademica. Fra scarsità di posti e note storture del sistema nostrano (dalle clientele al nepotismo), la strada è tutta in salita. C’è chi però, come un gruppo di dottori di ricerca, urbanisti e architetti di Firenze e dintorni, invece di lamentarsi, si è rimboccato le maniche, fondando MHC, cooperativa nata nel 2013 come spin off dell’Università di Firenze. MHC, composta da 7 soci, la maggior parte dei quali di sesso femminile, si occupa di urbanistica partecipata, “Non siamo interessati – spiega il presidente di MHC Giovanni Ruffini – soltanto all’aspetto tecnico dei nuovi strumenti digitali, ma all’utilizzo degli stessi come strumento di conoscenza e inclusione dei saperi locali nella progettazione delle città”. Pur essendo l’attività della cooperativa ancora agli inizi, MHC si è già aggiudicata due azioni del bando del comune di Firenze relativo a progetti di recupero e rigenerazione in aree di degrado urbano, grazie ai quali ha potutto stabilire la propria sede nel Parco dell’Innovazione Le Murate, ed ottenere un finanziamento di circa 8.000 Euro per lo sviluppo di una piattaforma di web-mapping e geo-social networking, da utilizzare nelle proprie attività di pianificazione urbanistica partecipativa e interattiva.

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Fra i vari progetti gestiti da MHC, spiccano la Florence Emotional Map, sorta di catalogo geolocalizzato di emozioni e sensazioni vissuti dagli abitanti della città toscana nei vari momenti della giornata, e Sestri Partecipa, sito dedicato alla redazione partecipata (ossia con il coinvolgimento dei residenti) del Piano Urbanistico Comunale di Sestri Levante. La cooperativa fa inoltre parte dell’associazione temporanea di impresa che si sta occupando della redazione del regolamento urbanistico del Comune di Scansano (Grosseto) e collabora con la Ong Medina per la creazione di una “mappa dei rischi” della città centro-americana di San Salvador.

9. Qurami – Insegnare a fare le code negli uffici (anche agli inglesi)

È proprio vero che dove c’è un problema, c’è un’opportunità di business. Cosa c’è di più problematico e seccante di dover aspettare per ore in coda, una volta strappato il numeretto in uno dei tanti uffici pubblici? Ecco allora spiegato il successo di Qurami, startup capitolina nata nell’estate del 2010 da un’idea dell’attuale amministratore delegato, Roberto Macina, proprio per porre rimedio a questa situazione. Si tratta in sintesi di un’applicazioe per smartphone e tablet tramite cui prenotarsi per l’accettazione all’anagrafe o in ospedale, conoscere in tempo reale il numero esatto di persone davanti a sé e il tempo di attesa stimato e ricevere una notifica all’avvicinarsi del proprio turno. Il numeretto elettronico è del tutto equivalente a quello cartaceo: in questo modo si può decidere quando partire da casa per recarsi all’appuntamento, risparmiando tempo ed energie. Presentata per la prima volta ufficialmente a ottobre 2010 allo Startup Weekend di Roma, l’idea ha riscosso subito grande interesse. Partita ufficialmente a ottobre 2012 grazie a un primo finanziamento da 100.000 euro di Lventure Group,e incubata presso la sede capitolina di LUISS EnLabs, nei successivi due anni la startup ha ricevuto diversi altri finanziamenti da fondi di Venture Capital e business angel, e ha stretto collaborazioni con importanti società italiane e internazionali produttrici di dispositivi elimina-code.

Qurami - Team

A Roma è possibile usare Qurami nelle sede  delle università “La Sapienza”, “Roma Tre”, “LUISS” e “Tor Vergata” (Facoltà di Economia), gli Uffici per l’Impiego della Provincia, le strutture dell’Ospedale Israelitico e del Policlinico Universitario Agostino Gemelli, l’Agenzia per la Mobilità e il Bioparco. A Milano il servizio è attualmente attivo presso l’ufficio AFOL della Provincia e la Camera di Commercio, a Firenze presso il Comune, a Trieste presso gli Ospedali Riuniti e il Comune, a Padova presso la segreteria studenti dell’università. Ora la società punta al consolidamento sul mercato internazionale partendo dal Regno Unito e in particolare da Londra, dove si è aggiudicata l’anno scorso il primo premio alla UK-Italy Springboard, competizione per giovani imprese organizzata da UK Trade & Investment. In prospettiva, l’idea è quella di allargarsi anche al mondo delle banche e degli esercizi commerciali.

Fatturato: 250K
Utile: 0 (tutti i proventi sono stati investiti per la crescita (dati 2014))
Finanziamenti ricevuti: 100+160+540k, totale 800K
Dipendenti: 8
Collaboratori: 4
Età media: 26.9
Numero di clienti o prodotti venduti: 120 strutture raggiunte, 40 clienti, 3 paesi

10. Pedius – Bocca e orecchie per chi non sente 

Si chiamava Quintus Pedius, viveva all’epoca di Giulio Cesare, ed è la prima persona sorda di cui rimane traccia negli archivi storici. Non potendo studiare ed esprimersi con le parole, per via della sua menomazione, fece il pittore. Chissà come ci rimarrebbe oggi, a scoprire che in suo onore è stata battezzata un’applicazione che consente anche ai non udenti di dialogare per telefono, trasformando la voce in stringhe di testo. Un’app creata da un team italiano, a partire dal fondatore, Lorenzo Di Ciaccio, ingegnere informatico poco più di trentenne di Gaeta- Di Ciaccio rimase folgorato, nel 2012, da un servizio delle Iene in cui si raccontava l’odissesa di un automobilista sordo, che rimasto ferito in un incidente non riusciva a chiamare i soccorsi. “Non è possibile cha accadano cose del genere – si disse”. Detto, fatto: molla un posto fisso, trova soci e collaboratori e si mette al lavoro per risolvere il problema. In tempi relativamente brevi arriva il primo prototipo, ma la strada è tutta in salita: difficile attirare l’interesse di clienti ed investitori, in un settore così particolare. Ma la tenacia di fondatore e team viene premiata: arriva l’incubazione in Working Capital, e, a ottobre 2014, l’accordo con Telecom per integrare la tecnologia di Pedius nei call center della multinazionale. “Questocontratto – racconta Di Ciaccio – ci ha dato un tono diverso, da startup siamo diventati un’azienda a tutti gli effetti”. Arrivano anche una citazione della tecnologia nello spot in Tv con Pif, una presentazione in Parlamento nell’ambito di un incontro sull’innovazione sociale e quindici minuti sul palco alla convention annuale di Telecom Italia. Per Pedius, però, è solo l’inizio: dopo l’apertura del servizio a Londra e a novembre anche in Irlanda, alla startup preparano lo sbarco negli Stati Uniti, fissato per gennaio 2015.

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Pedius libera chi ha problemi di udito dalla necessità di affidare i propri messaggi a degli intermediari, con gli inevitabili problemi di privacy che questo comporta, specie quando si tratta di accedere a servizi finanziari o sanitari. Tutto si svolge attraverso l’applicazione che grazie a una sofisticata tecnologia di riconoscimento vocale trasforma i suoni in testo, e viceversa. Il modello di business dell’azienda si basa sull’offerta di una soluzione di base gratuita, abbinata a una premium. Di gratuito, ci sono 20 minuti di conversazione al mese su rete fissa; a pagamento si possono avere altri 60 o 100 minuti, da utilizzare entro un mese dall’acquisto. Fra Italia e Inghilterra, a Pedius si sono registrati in pochi mesi più di 2000 utenti. Di questi, il 10% ha un account premium.

Fatturato (parziale 2014) 36.000 €
Utile: 1600 €

Utenti: 2000
Età media: 34 anni
Finanziamenti ricevuti: 25.000€ grant Working Capital

I notai si difendono: «Le startup devono capire che stiamo facendo i loro interessi»

Le contestazioni giuridiche, ma anche la ragioni politiche che hanno spinto il Consiglio Nazionale del Notariato ad opporsi all’Investment Compact e la possibilità di costituire una startup con la sola firma digitale

La torre (nata in Olanda) che aspira lo smog delle nostre città

Il primo prototipo, realizzato dal rinomato studio Roosegaarde, ha visto la luce a Rotterdam. Si chiama Smog Free Tower, è alta sette metri ed è in grado di aspirare l’aria inquinata e produrre aria pulita. Presto sarà costruita anche a Pechino, Città del Messico, Parigi e Los Angeles.

Terna: «Con Next Energy cerchiamo la tensione innovativa dei giovani»

Il gestore della Rete Elettrica Nazionale spiega perché è alla ricerca di talenti che sappiano portare nuove idee e una nuova mentalità nell’azienda. Con Cariplo Factory e PoliHub, ha dato vita a Next Energy, bando aperto fino al 31 luglio