Report | Perché la manifattura del futuro può essere solo digitale

Pubblicato il rapporto annuale della Fondazione Nord Est. Il presidente Stefano Micelli: «La manifattura sarà sempre più digitale»

Stefano-Micelli«L’economia del Nord Est è a un punto di svolta». A sostenerlo, presentando il consueto rapporto annuale della Fondazione Nord Est di cui è presidente, è Stefano Micelli, docente di economia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. I dati raccolti mostrano la fotografia di un territorio che ha perso la spinta propulsiva dei decenni passati, quando vantava il soprannome di “locomotiva d’Italia”, ma non la vitalità imprenditoriale e il capitale umano che hanno permesso la sua mitizzazione: «I numeri delle rilevazioni Ocse-Pisa mettono in evidenza che gli studenti del Triveneto hanno competenze linguistiche, matematiche e tecniche superiori alla media». Ma è su un altro tipo di competenze, secondo Micelli, che oggi si dovrebbe fare di più: «Le trasformazioni del nostro sistema economico richiedono un profondo ripensamento del rapporto tra scuola, formazione e lavoro. La nuova manifattura, infatti, sarà sempre più digitale e internazionalizzata».

Cosa dice il rapporto

Sono tre i fattori che aiutano a capire il rallentamento della “locomotiva Nord Est”:

  • Il fattore economico. Dallo scoppio della crisi i dati sono impietosi. Tra il 2007 e il 2014, il PIL del Nordest è calato di 8 punti percentuale, gli investimenti sono calati del 22,5% e i consumi delle famiglie del 6,1%.
  • Il fattore occupazionale. In poco più di 6 anni sono andati in fumo 138mila posti di lavoro, più del 5% del totale relativo, e il tasso di disoccupazione è più che raddoppiato passando dal 3,4% del 2008 al 7,7% del 2013. La manifattura (-134mila unità in meno) e quello delle costruzioni (-44mila unità) sono stati i settori più colpiti dalla recessione, in parte controbilanciata dall’aumento del settore terziario (+42mila unità).
  • Il fattore demografico. In questo caso si registra un piccolo aumento: dai 6,7 milioni del 2002 si è passati ai 7,2 del 2013. Una crescita dovuta per lo più all’aumento dell’immigrazione straniera in cerca di lavoro (oggi i residenti stranieri sono il 10%). Di contro la popolazione italiana è più vecchia, con un divario tra gli over 65 e i giovani sotto i 15 che cresce esponenzialmente.

Questi dati sono la dimostrazione che c’è stato un cambiamento di rotta rispetto all’epoca in cui il Nord Est era visto come un territorio ricco e prosperoso. D’altro canto, negli anni ’80 e ’90, era molto diffuso un tipo di capitalismo familiare che poteva contare su un costo del lavoro più contenuto e su una valuta più debole. In più non c’era quella concorrenza che oggi, attraverso una competizione a volte spietata, affossa realtà storiche e prodotti di qualità.

Il digitale come soluzione

Dal rapporto emerge quanto la Manifattura 2.0 stia contribuendo a rilanciare un territorio che, nonostante abbia rallentato la sua marcia rispetto al passato, non si è mai fermato. Una manifattura digitale capace di interconnettere insieme tradizione, cultura e innovazione tecnologica. Una manifattura che basa la sua rinascita su due elementi: la qualità del capitale umano e l’internazionalizzazione delle imprese.

Da sempre, infatti, le imprese del Nord Est hanno guardato al di fuori dei confini nazionali riuscendo a proporre e imporre i propri prodotti sulla scena internazionale. Un esempio? Se si considera sempre il periodo critico dal 2007 al 2013, ciò che colpisce è la capacità di recupero dell’export all’indomani del crollo dei valori registrato nel 2009. In pochi anni i valori sono passati da 55,1 miliardi di euro a 71,2 (nel 2013) a conferma della capacità di tante imprese nel competere in modo efficace su scala internazionale. Oggi, ovviamente, è cambiata la geografia delle esportazioni, sempre meno rivolte verso l’Europa (-5,7% in sei anni) e più aperte a nuovi mercati.

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Il capitale umano

Bisogna (ri)partire dalle competenze. Oggi più che mai. Questo è un altro degli input che il rapporto della Fondazione Nord Est denuncia e che Micelli, nell’introduzione, sottolinea: «Le competenze richieste dal mondo delle imprese ,e le opportunità aperte per nuove iniziative imprenditoriali, non sono le stesse che hanno segnato lo sviluppo del manifatturiero tradizionale su cui il Nord Est ha costruito una parte importante del suo successo economico. Questa discontinuità richiede di  andare oltre gli schemi consolidati sull’upgrade delle competenze dei nostri giovani. Non si tratta semplicemente di capire quanto dobbiamo studiare; è necessario riflettere di più su cosa studiare e, soprattutto, come».

La scuola rimane, su questo tema, il centro di ogni possibile discorso. E non a caso, alla fine del 2014, la Fondazione Nord Est ha contribuito a far partire il progetto “FabLab a scuola” per portare la cultura dei makers, attraverso campagne crowfunding mirate, all’interno di 14 istituti del Veneto, del Friuli e del Trentino Alto Adige.

Manifattura 2.0 e terza rivoluzione industriale

«Il Nord Est sta vivendo un processo originale di terziarizzazione dell’economia che non ha rifiutato la manifattura ma, al contrario, l’ha rilanciata rendendola unica e originale», scrive ancora Micelli, «Rinunciando a puntare sulle tradizionali economie di scala, tipiche del modello della produzione di massa, la manifattura del Nord Est ha scommesso sulla possibilità di creare  valore saldando insieme ricerca, design e cura del  cliente».

Un processo che segue le orme di quella terza rivoluzione industriale auspicata e descritta dal The Economist nel 2012. Una rivoluzione che rende, per l’appunto, più digitale la manifattura con la diffusione di strumenti come le stampanti 3D, i laser cutter e le varie tipologie di frese; di nuovi standard di proprietà intellettuale come l’open source; di nuovi software sempre più semplici da usare. Una cultura che, pian piano, sta contribuendo a modificare la natura e l’essenza delle aziende del Triveneto. L’unica vera possibilità per lasciarsi alle spalle la recessione e guardare con rinnovato ottimismo alle sfide del futuro.

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