Tutto sullo Startup Visa nei 10 paesi che l’hanno adottato

Ad oggi sono 10 le nazioni che lo hanno adottato. Difficile ottenerlo in Uk e Usa (che sono mete ambite) facilissimo in Canada. L’Italia ha la migliore legge

In un mondo in cui la tecnologia e i voli low cost hanno reso più labili i confini, gli imprenditori – come ha spiegato su queste pagine l’esperto di Venture Capital Roberto Bonanzinga – vanno dove trovano le condizioni migliori. E gli Stati fanno a gara per accaparrarseli, convinti che solo così potranno crescere economicamente. Lo Startup Visa lanciato dal governo italiano lo scorso giugno non è quindi un esperimento a sé stante; al contrario, dentro e fuori dall’Europa molte nazioni stanno lanciando dei programmi simili per imprenditori migranti.

Singapore, con il suo schema Entre Pass (2004), il Cile (2010) il Regno Unito (2011), l’Irlanda (2012) e il Canada (aprile 2013) sono stati fra i primi a muoversi in questo senso. La Corea del Sud si è aggiunta nel gennaio 2014 e l’Olanda esattamente un anno dopo.

La Spagna, sebbene non abbia un programma per startupper vero e proprio, prevede un percorso agevolato per imprenditori proveniente dai nazioni che non fanno parte dell’Unione Europea. Stranamente, la culla delle startup, gli Stati Uniti, non è stata in grado, almeno fino a questo momento, di mettere a punto una procedura semplice e chiara per ottenere un visto da imprenditore innovativo. Una proposta di legge sul tema, è stata dibattuta al Congresso fin dal 2011, ma è su un binario morto dal 2013, quando di fatto è stata affossata dalla commissione preposta.

L’emanazione di un programma per attirare startup sul suolo nazionale d’altronde, non garantisce per forza che tali imprenditori poi in effetti arrivino. Molto dipende dai requisiti richiesti per poter accedere alle agevolazioni per l’immigrazione – ogni Paese o quasi, fa storia a sé in questo senso – e dall’appetibilità generale del mercato in cui ci si intende recare. Uno dei fattori da considerare è, ad esempio, la facilità o meno di reperire informazione su come presentare la propria candidatura non è azzardato dire che l’Italia, in quest’ambito, fa davvero scuola.

Se l’Italia ha il migliore programma di Startup Visa

“Sulla carta – spiega Josephine Goube, responsabile partnership e comunicazioni di Migreat, un sito specializzato nell’aiutare chi vuole espatriare per lavoro – direi che è il migliore, e non lo dico per farti piacere! Fornisce un procedimento per la candidatura semplice con scadenze chiare, in inglese, ed è seguito da un reale sostegno per integrarsi nell’ecosistema delle startup italiano”. La Spagna, che pure garantisce tempi di risposta rapidissimi (10 giorni lavorativi) prevede una procedura in spagnolo, cosa che risulta naturalmente ostica per chi non proviene da paesi ispanofoni, o comunque di lingua latina.

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Irlanda, Canada, Singapore (più difficile in Uk)

Poi c’è la questione finanziaria. Ogni paese, richiede che il candidato dimostri di aver accesso a fondi sufficienti per mantenersi mentre risiede sul suo territorio, e per lanciare l’impresa innovativa. L’ammontare esatto può variare. Per insediarsi in Irlanda, bisogna dimostrare di aver accesso a un capitale di almeno 75.000 euro. In Canada, se la candidatura è “sponsorizzata” da un fondo di venture capital, servono almeno 200.000 dollari; se c’è dietro un business angel, ne bastano 75.000. Se si verrà ospitati da un incubatore, l’ammontare scende a zero.

A Singapore il capitale sociale deve essere di almeno 50.000 dollari. Nel Regno Unito, dipende da quale, fra i vari percorsi per la concessione del visto per motivi lavorativi, si sceglie. Per il “Tier 1 Entrepreneur”, la richiesta è di almeno 200.000 sterline in fondi propri, oppure non meno di 50.000 pounds provenienti da uno dei fondi di venture capital riconosciuti dal governo. Bisogna poi provare di avere un’adeguata conoscenza dell’inglese, certificata da un organismo competente. Il tutto diventa un po’ più semplice, se si viene “raccomandati” da TechCity UK, uno degli enti che assistono il governo nella procedura di concessione del visto, ma tale opzione è riservata solo a persone di “eccezionale talento” che peraltro devono dimostrare la propria eccellenza tramite la raccomandazione scritta di un esperto del campo in cui andranno ad operare, esperto che deve essere residente in UK. Anche da queste poche considerazioni, è facile comprendere come ottenere un visto per la Gran Bretagna, sia parecchio ostico.

A Londra rifiutate 3 domande su 4 (senza sapere perché)

Ostico e farraginoso. “Nel secondo quadrimestre del 2013 – racconta Goube – il Regno Unito ha fatto registrare una percentuale di rifiuti del 75%; il che significa che 7 candidati su 10 hanno vista rigettata la propria domanda, senza alcuna spiegazione sui motivi della bocciatura, e senza poter recuperare in qualche modo i costi della domanda” (fra le 400 e le 500 sterline circa, a seconda del tipo di permesso richiesto).

Mancano inoltre tempi certi di risposta “gli imprenditori – continua l’esperta di Migreat – possono dover aspettare l’esito per mesi, con il loro passaporto sempre nelle mani dello UKVI (Uk visas and immigration office n.d.r.), senza avere la possibilità di averlo indietro. Sulla carta, il governo dichiara di accogliere gli imprenditori globali con il tappeto rosso. In realtà, gli aspiranti devono compilare da soli la loro dichiarazione e aspettare la decisione senza aver nessuno a cui rivolgersi”.

Malgrado questi limiti la Gran Bretagna, resta una delle mete predilette di vuole lanciare la propria startup e proviene da un Paese non appartenente all’Unione Europea. Così come gli Stati Uniti, nonostante non facciano certo del loro meglio per agevolare chi voglia dare il proprio contributo all’ecosistema.

Tel-Aviv

Canada (e Italia) meglio di Usa e Uk

Mentre nazioni come il Canada e volendo anche l’Italia – anche se da noi è forse ancora presto per dirlo – faticano ad ottenere un riscontro paragonabile allo sforzo messo in campo. Le ragioni sono presto dette: la semplicità nell’ottenere un visto è solo uno dei tanti fattori che spingono un imprenditore a scegliere una metà piuttosto che un’altra.

Regime fiscale, concentrazione di talenti, mentalità internazionale e “vincente” sono elementi altrettanto importanti, che spesso derivano da accadimenti storici e dal vissuto di una nazione e che non è facile replicare altrove. Tuttavia, come dimostra l’esempio dell’Irlanda e, per altri versi, del Cile, con una strategia oculata si può creare dal nulla o quasi un ecosistema con pochi uguali al mondo.

E c’è chi ritiene che se il Regno Unito – ma soprattutto gli Stati Uniti – continueranno a perseverare in una politica che penalizza chi intende portare dall’estero il proprio talento, invece di agevolarlo, col tempo anche il loro fascino inizierà a sbiadire, a favore di Paesi che avranno saputo cavalcare meglio la tigre dell’innovazione. Speriamo che l’Italia sia fra quelli.

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