12 cose che ho capito sul coworking alla conferenza europea di Lisbona

Alla Europe Conference in Portogallo c’era anche Damiano Ramazzotti di Talent Garden

Pochi giorni fa ho avuto la fortuna di partecipare alle Europe Coworking Conference dove oltre a presentare la nostra realtà abbiamo avuto modo di partecipare a panel, workshop, chiacchiere davanti ad un caffè e giri per la piovosa Lisbona con le migliori realtà di coworking a livello mondiale. Quando dico le migliori non dico le più grandi, ma le più belle e particolari: quelle piccole che sono state in grado di aggregare settori diversi insieme… quelle con una o due sedi, ma di dimensioni mastodontiche… quelle che pur avendo una sede di dimensioni modeste, sono diventate un faro per tutti coloro che vogliono attivare e coltivare la propria community. Quelle in cui si lavora circondati da oltre 1300 piante, e quelle in cui il design è minimale e tutto accade online. Insomma ho capito che la parola co-working vuol dire ormai troppe cose, e che farne di tutta l’erba un fascio non valorizza tutto quello che ognuno di questi attori sta facendo.

coworking

Quindi quando si parla di co-working… quali sono le categorie che differenziano uno spazio da un altro?

E soprattutto quali sono i criteri secondo cui un co-working si posiziona rispetto al territorio, ai propri membri e ad altri spazi simili?

Vediamoli uno per uno:

1. Una tematica verticale o meno

La più grande differenza forse è quella tra spazi con membri di ogni genere, estrazione e tipologia e quegli spazi che desiderano dedicarsi ad un settore verticale.

2. Perché dedicarsi ad un settore verticale?

Sicuramente offre una riconoscibilità ed un posizionamento maggiori, la possibilità di dare servizi coerenti con l’appartenenza ad un settore comune e se si tratta di un settore ad alto potenziale (come il digital) offre sicuramente un mercato più in grado di permettersi la membership.

3. Perché non farlo?

Dietro a questa scelta si nasconde spesso la paura di ridurre la contaminazione tra settori diversi

 

4. Dimensione dello spazio

Small is beautiful? Big is better? Questa domanda vede da un lato la valorizzazione della community che molti ritengono essere più coesa quanto più lo spazio è piccolo e dall’altro la sostenibilità economica, che spazi più grandi hanno ampiamente validato.

Vi sono poi delle opzioni intermedie che vedono all’interno di uno spazio molto grande, diverse macroaree rivolte a stakeholder diversi e di dimensioni varie, (freelance, startup, corporale…) in cui gli spazi di ritrovo non servono solo a contaminarli gli uni con gli altri, ma a favorire l’incontro tra diversi tipologie di coworker. Insomma un modello modulare in cui la dimensione va di pari passo con la creazione di occasioni sempre diverse di incontro.

 

5. Dimensioni dei clienti

Il co-working è veramente solo la casa dei freelance? Sembrerebbe di si, ma molti più co-working si chiedono che spazio dare ad aziende piccole medie e grandi e se questo valorizzi o meno la loro community.Gli spazi chiusi hanno senso in un co-working? Apparentemente si, ma a patto che un muro fisico non sia un muro di collaborazione. In luoghi dove spesso è il biliardino a favorire la contaminazione, l’open space pur rimanendo importante, non è realmente il luogo dove avviene la collaborazione e il contatto in quanto è proprio li che di solito si lavora e ci si concentra.

 

6. Network tra coworking diversi o network con una identità unica?

Questa differenza è sostanziale e mostra le differenze tra due modelli:

– un modello (network tra spazi diversi con brand diversi) che pone al centro la possibilità, per i membri, di appoggiarsi ad uno spazio ovunque si va,

– un modello (quello del network con una identità unica) che pone al centro la vision del network, i founder che contribuiscono ad essa, i servizi offerti dalla struttura centrale e il mettere a fattor comune tutte le risorse e le attività; comunicazione, spazi online e tecnologie, network, scoutistiche e tanto altro.

 

7. Cosa vuol dire aderire ad un network con un brand unico?

Quali sono le paure ed opportunità legate all’adesione ad un network di questo tipo? Sicuramente la prima paura è quella di perdere la propria identità e questa paura è rafforzata laddove lo spazio non offra qualcosa di più. Oltre i servizi, che sicuramente aiutano a non “ridiventare l’acqua calda” I network più di successo sono quelli che mettono una vision comune al centro; si presentano come un modo per mettere a fattore comune le proprie risorse per il raggiungimento di un obiettivo comune, e non semplicemente portare un brand all’estero.

 

8. Network locali e network internazionali

I network più forti sono sicuramente i network che partono creando sinergie a livello nazionale che quelli a livello internazionale. L’effetto ostello (un luogo dove appoggiarsi in ogni paese) è spesso difficile da valorizzare: la mobilità a livello internazionale non è così grande e comune a tutti i coworker e spesso delle sedi isolate non hanno sviluppato localmente la massa critica di relazioni per poter veramente fare rete a livello internazionale.

I network che riescono ad espandersi prima sul territorio nazionale hanno producono una massa critica, anche in singole città che sicuramente ha grande valore per i propri membri e che laddove si aprano sedi internazionali riesce a veicolare un grande numero di relazioni.

 

9. Chi possiede il real estate… e chi paga l’affitto

Mentre questa differenza non ha un reale impatto sul posizionamento dello spazio in termini di community e servizi, sicuramente ha un impatto decisivo sul modello di business. Sicuramente quegli spazi che sono riusciti quantomeno a creare una commistione con il real estate, portando a bordo i proprietari dello spazio o avendo una vera e propria logica da real estate riescono ad avere una scalabilità maggiore e non risentire dei pericoli dei primi 4 6 mesi in cui si fatica a portare a bordo membri.

 

10. In definitiva quali sono i coworking che funzionano meglio?

Sicuramente quelli che riescono ad avere una identità forte: alcuni legati alla vision (come Tag), altri legati alla “ospitalità” (come Grind), e altri ancora legati fortemente ad un luogo fisico molto particolare (come village underground a Lisbona, costruito con container e vecchi autobus a due piani!).

Gli spazi che ancora insistono sulla identità di coworking non sono più differenzianti, e l’elemento della riduzione dei costi seppur sempre importante nella scelta di chi si avvicina, non è quasi mai la ragione principale della scelta.

 

11. Ci sono troppi coworking?

No. Come Elon Musk di Tesla Motors dice che i veri suoi competitor non sono le aziende che fanno macchine elettriche ma tutta l’industria delle macchine a benzina, i veri competitor del coworking sono gli uffici tradizionali e i business center.

Ciò che prima era l’emersione di nuovi player (i coworking) ora è una trasformazione globale del mondo degli spazi di lavoro, in cui la parola co-working avrà meno senso in quanto sarà un elemento base del 99% dei nuovi spazi.

 

12. Errori comuni?

Dimenticarsi una vision, non capire l’identità dei propri potenziali clienti, non sapere comunicare l’identità dello spazio e partire senza avere prima una community pronta ad entrare.

Regola n°1: partire troppo piccoli è un errore. La fatica non cresce proporzionalmente alla dimensione dello spazio, mentre le soddisfazioni, l’impatto e la sostenibilità economica sicuramente si.

 

DAMIANO RAMAZZOTTI – TALENT GARDEN

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