Così i Business Angels vogliono cambiare il mercato delle startup italiane

Fisco, lavoro e società: meno tasse, niente articolo 18 e founders «bloccati» per 2 anni. La proposta dell’associazione Iban al ministero dello Sviluppo economico per rilanciare il mercato delle startup

I contratti di lavoro, le tasse, la gestione della società. Come per tutte le imprese, questi tre elementi sono fondamentali anche per le startup e per questo motivo andrebbero regolamentati tenendo conto delle esigenze di un’attività economica appena nata. La normativa sulle startup innovative esiste già, ma quello che propone l’associazione italiana dei Business Angels è di adattarla ai bisogni attuali di chi vuole che le  startup si sviluppino sempre di più.

È questa l’idea da cui è nato lo scorso novembre il “Libro bianco  delle startup” di Iban, successivamente inviato ai ministeri e alle commissioni competenti per attivare un’azione di lobby sia sul Governo che sul  Parlamento. Sul destino di quella che per ora è solo una proposta «Siamo altamente fiduciosi perché sono misure di semplificazione dall’impatto elevato, senza apportare ulteriori costi a carico dello Stato» – ha dichiarato a Startupitalia Paolo Anselmo, presidente di Iban.  Alcune di queste misure erano rientrate in una delle bozze iniziali del decreto legge Investment Compact, «ma sono state poi eliminate per motivi di spazio» ha spiegato a Startupitalia! Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del Mise, aggiungendo che «ora potrebbero rientrare in gioco con gli emendamenti in discussione in Parlamento», si tratterebbe comunque solo di alcuni interventi di tipo fiscale, non di quelli che riguardano il diritto del lavoro.
business angels startupitalia

Le proposte dell’associazione dei Business Angels

Dato che il documento interviene sulla normativa, i rappresentanti dei business angels italiani si sono fatti aiutare dagli specialisti del diritto dello studio legale e tributario Cba: Alessandro Olivetti, Gianvito Riccio, Emanuela Sabbatino e Luca Simone Scarani, coordinati dal managing partner Angelo Bonissoni che ha commentato: «Come operatori del settore legale e tributario, e ancora di più come cittadini, siamo soddisfatti di aver trovato nel ministero dello Sviluppo Economico un interlocutore molto interessato alle nostre proposte e disponibile a valutarne l’introduzione nell’ordinamento».

Le proposte sono divise in tre temi: diritto tributario, diritto societario e diritto del lavoro. E vengono valutati i vantaggi che ne derivano sia dal punto di vista delle stesse startup, sia da quello dei finanziatori.

«Per l’impresa partecipata è interessante abbattere il costo di lavoro e semplificare la possibilità di assumere. Piace anche molto il diritto societario, quindi la semplificazione e la gestione delle regole degli anticipi Iva, dei visti di conformità, in concreto: la semplificazione dell’attività quotidiana della singola impresa». Spiega Anselmo, aggiungendo che invece l’investitore si concentra maggiormente sulla componente di tipo fiscale.

Fisco: non tassare chi disinveste

Proprio partendo dagli interventi sui tributi, il libro bianco propone che non vengano più tassate le plusvalenze derivanti da disinvestimenti, nel caso in cui vengano reinvestite in startup innovative. In concreto: se vendo delle azioni e ci guadagno qualcosa, non pago nessuna tassa su questa somma perché decido di rinvestirla su una startup innovativa.

Altre misure importanti sono quella sull’esenzione dell’obbligo di imposizione del “visto di conformità” per la compensazione del credito Iva superiore a 15 mila euro, le agevolazioni per il rientro dei “cervelli in fuga” e la riduzione delle imposte e delle tasse all’avvio dell’attività.

Startup: soci fondatori bloccati per due anni

Per quanto riguarda la struttura della società, gli obblighi dei soci e la gestione del capitale il documento dei business angels prevede diverse misure. Con la prima si interviene dando all’assemblea la possibilità di chiedere subito un aumento di capitale in caso di perdite. Da sottolineare anche il divieto per i soci fondatori di tirarsi fuori dalla startup prima dello scadere dei due anni di attività. La motivazione sta nella volontà di “congelare” l’idea e il progetto che ha dato vita alla società attraverso il divieto di “abbandonarla” proprio nei primi (e più difficili) momenti.

Lavoro: niente articolo 18 per le startup

L’idea è quella di rendere più semplici “le assunzioni”, creando una tutela diversa (e in alcuni casi inferiore) per i lavoratori delle startup. Ecco quindi che spunta una richiesta di esclusione di questa categoria dalla tutela prevista dall’articolo 2103 del codice civile, quello dedicato alle mansioni del lavoratore,  considerato troppo rigido in confronto alla flessibilità e alla elasticità richiesta dal mercato delle startup. Si chiede anche di escludere le startup dall’area di applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e dalla normativa più stringente sull’utilizzo di contratti a progetto e partite Iva. La ragione secondo Iban va ricercata nel fatto che all’interno di una startup sia difficile individuare un singolo progetto su cui far lavorare una persona, dato che in questo contesto la distribuzione delle mansioni è più orizzontale e trasversale che verticale.

«Ad oggi la startup ha una struttura dei costi molto variabile», ha risposto Paolo Anselmo a una domanda sul perché di queste misure, aggiungendo che «la considerazione che viene fatta quando si assume una persona dipende molto da quella che è la strategicità della stessa. Se trovo una persona capace e competente e ritengo che sia strategica cerco di stabilizzarla col contratto che la mette più al sicuro, magari anche coinvolgendola nel contesto societario. Direi che oggi fare contratti a partita Iva per una risorsa di questo tipo non ha molto senso, visto che in questo modo continua a rimanere sul mercato e potrebbe quindi scappare. Se assumo una risorsa di questo tipo utilizzerei il contratto a tutele crescenti».

  • Ok, basta che sia chiaro che queste sono le richieste dei business angels, non degli startuper …

  • Non mi sembrano richieste che possano fare la differenza.

    Founder bloccati. Se le startup non decollano non è perché le regole non vanno bene ma perché spesso gli investitori pongono condizioni troppo rigide. La maggior parte degli investitori che so essere dell’IBAN pone restrizioni decisamente più forti che chiedere che i founder stiano lì almeno due anni. Quello dovrebbe essere così a prescindere. Se ci sono le condizioni perché non lo sia, significa che tutto il progetto non regge. Quindi da una parte si stringono le palle dei founder dall’altra parte si chiede allo stato flessibilità. Non funziona così. Se vuoi che un business funzioni devi investire e fidarti al 100% dei founder. Se non ti fidi, investi in qualcos’altro.

    Disinvestimenti. Se ho degli utili e li reinvesto dovrei avere una semplificazione in generale e non solo per le startup. Non è che faccio opera di beneficienza, investo soldi perché voglio averne indietro un utile. E se mi va bene, posso fare un sacco di soldi. E’ bene diverso investire in una non-profit dalla quale non avrò indietro nulla o quasi.

    Dipendenti. Problema che non esiste. Se una startup funziona cresce, se non funziona di solito chiude e quando chiudi non c’è articolo di legge che conti. Se invece ridimensiona temporaneamente per problemi finanziari, proprio perché in una startup i ruoli non sono rigidi, è facile riposizionare chiunque, cosa che non succede nelle Poste, dove se quello fa il postino mica gli puoi chiedere di fare il dattilografo.

    Insomma, tanta fuffa.

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