Portare la propria startup negli Usa? Ecco come fare (e quanto costa)

Una guida di un avvocato italiano a New York esperto di startup che dà alcune dritte su come avviare un’impresa negli Usa, dal ruolo dei founders al costo legale dell’operazione

Eravamo quattro amici al bar… La storia di una startup può cominciare così. E poi finire male se i quattro amici non si preoccupano non solo di trasformare in business la loro idea, ma anche se trascurano come non importanti gli aspetti legali della creazione di una nuova impresa.
Paolo Strino Avvocato New York

“Una stretta di mano non basta!”, sottolinea Paolo Strino, giovane avvocato italiano specializzato sui problemi della proprietà intellettuale in tutti i settori, compresa l’alta tecnologia. Strino lavora a New York per lo studio legale Gibbons, di cui è socio e si sta occupando anche di casi che riguardano startup italiane con attività in America. Per questo è il professionista giusto per dare utili consigli a chi sta muovendo i primi passi come imprenditore. Ha un’esperienza di 12 anni negli Usa: era venuto qui, dopo la laurea in Legge alla Università di Napoli Federico II, a studiare per il Master of Laws, che ha ottenuto alla University of Pennsylvania. Poi è rimasto, lavorando prima a Filadelfia e negli ultimi sette anni a New York. È anche co-fondatore e presidente di ALMA, il network degli avvocati italiani che hanno conseguito il Master in Legge nelle università americane.

L’importanza di dividersi i compiti tra founders

“So per esperienza che le startup all’inizio, avendo risorse limitate, spesso trascurano i requisiti legali da rispettare per non avere problemi più avanti, quando crescono – dice Strino -. Quando i fondatori di una startup sono un gruppo di giovani amici, l’entusiasmo per la loro idea di business fa passare in secondo piano tutto il resto. Una stretta di mano sembra bastare per stabilire un accordo informale sulla divisione dei compiti e delle responsabilità. Invece no, è necessario mettere per iscritto tutti i patti fra i soci”.

Il consiglio di Strino è individuare fin dall’inizio le relazioni fra i fondatori e formalizzarle. Chi controlla le azioni della società? Quali sono i diversi ruoli? Sono alcune delle domande a cui rispondere per chiarire l’assetto della società. “Se la startup opera poi in due diverse giurisdizioni, per esempio fra l’Italia e gli Stati uniti, bisogna decidere qual è la holding di riferimento – continua Strino. Chi controlla gli asset della proprietà industriale e intellettuale? Chi controlla l’azienda americana?”.

Brevetto si, brevetto no

Il capitolo “proprietà intellettuale” è molto delicato. “Se si vuole brevettare un’invenzione, definibile come una soluzione nuova a un problema, bisogna verificare la sua brevettabilità e assicurarsi che non violi altri brevetti – spiega Strino -. Se si tratta di software, in particolare, bisogna essere certi che non incorpori pezzi di codici già precettati. Il tempo per chiedere un brevetto è solo un anno dalla divulgazione/pubblicazione dell’invenzione e quindi bisogna affrettarsi nella richiesta”.

Sembra incredibile ma, racconta Strino, ci sono startup che cominciano a incontrare investitori per chiedere finanziamenti, senza aver fatto i “compiti” sul proprio nome e logo: “Bisogna sincerarsi che siano originali e poi registrarli”.

Una startup innovativa deve anche preoccuparsi di proteggere i suoi “trade secrets”, le informazioni fondamentali per la sua operatività. “Ci sono vari strumenti contrattuali per vincolare dipendenti e collaboratori alla segretezza, per esempio accordi di confidenzialità o di non concorrenza”, ricorda Strino.

I costi per avviare una startup

Ma quanto costa tutto questo? “Dipende – risponde Strino -. Per spendere meno, si può ricorrere a un commercialista per definire la struttura societaria della startup. La spesa maggiore riguarda i brevetti”.

In Italia le startup riconosciute dalla legge possono remunerare anche fornitori esterni, come avvocati e commercialisti, con stock option e quote azionarie, che godono di sconti fiscali. In America questa opzione viene sconsigliata agli avvocati per evitare problemi con la disciplina deontologica statunitense. Gli avvocati americani si fanno pagare di solito a ore e i più famosi arrivano a chiedere $ 1.000 e oltre per ora!

“Ma ci sono molti avvocati italiani, in particolare qui a New York, che magari possono accettare di lavorare con un budget o fornendo un preventivo – dice Strino -. E i più giovani possono essere più simpatetici verso le startup”. Il network di ALMA è un buon punto di riferimento per le startup che italiane che pensano di aprire una sede negli Usa, perché i suoi membri hanno esperienza a cavallo fra i due Paesi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Chi c’è e di cosa si parla al Data Driven Innovation a Roma

24 e 25 febbraio il Dipartimento di Ingegneria dell’Università Roma Tre ospita la seconda edizione dell’appuntamento dedicato alla data driven innovation. Fra gli speaker Raffaele Lillo (Italian Digital Transformation Team) che interviene sul tema Digital Transformation of the Italian Government

«Più sei popolare su Facebook più ti facciamo risparmiare su quello che compri»

Il potere degli influencer applicato all’eCommerce: fare un post su Facebook dicendo cosa compri può valere dai 5 ai 10 euro. E’ l’algoritmo della startup italiana Worldz. Dopo il round da 150K abbiamo intervistato il founder e Ceo, Joshua Priore

Disney ha acquisito MakieLab, la startup della prima bambola stampata in 3D

MakieLab dal 2012 produce giocattoli con la fabbricazione digitale. La famosa casa di intrattenimento per bambini l’aveva già accolta nel suo programma di accelerazione nel 2015 e ora ne assorbirà tecnologia e piattaforma

Perché per un mese, ogni martedì, siamo usciti dalla nostra redazione (e non finisce qui)

Siamo bravi con le parole, ma ci piace di più fare: così è nato un format di networking “leggero” e anche un po’ “carbonaro”. Le quattro colazioni The Next Tech a Milano con le startup sono state utili? Chiedete pure feedback a chi c’era