«Così ho venduto (via Skype) la mia startup a una multinazionale»

L’arrivo in Italia dalla Corea. Gli articoli di TechCrunch, i contatti con la Germania, il ruolo di Linkedin (e quello di Skype). L’exit di Cibando comprata da Zomato raccontata da Guk Kim che presenta la nuova app

Quella di Cibando è una bella storia italiana. E’ una startup nata qui, cresciuta qui, e almeno per un po’ ha rischiato di creare qui una piccola multinazionale del food. Ma in questa storia c’entra, e tanto, l’Asia. C’entra perché il fondatore di Cibando, Guk Kim, 26 anni, è nato a Seul. Ma c’entra anche perché a dicembre ha venduto la sua startup all’indiana Zomato dando il via ad una serie di acquisizioni nel campo del food che hanno scandito i primi mesi del 2015. Oggi Guk Kim è country manager di Zomato in l’Italia. La sua Cibando, anche se con un’altra forma, resterà qui. Continuerà a crescere qui. E assumerà qui 175 persone in due anni. Continuando ad essere una bella storia italiana.

Guk Kim StartupItalia

Da Seul a Pompei. Poi un’articolo di TechCrunh

Kim nel 1994 si è trasferito in Italia con i suoi genitori in Italia. A Pompei. «Perché Pompei? Mio padre rappresentava in Italia una società di import export e a Pompei avevamo già amici. Quando gliel’ho chiesto per la prima volta anni dopo mi ha risposto: perché sono un businessman. In quel momento ho capito che anch’io avrei voluto fare il businessman». Integrarsi in Italia non è stato un problema. Ma da Pompei qualche anno dopo si trasferisce a Roma dove si è laurea in economia alla John Cabot. E a Roma comincia a fare startup. Perché? «Leggevo TechCrunch. Leggevo di questi ragazzi che facevano impresa con poco e chiudevano round di investimento milionari. Volevo farlo anch’io». Ma all’epoca a in Italia non c’era ancora tutta l’attenzione sulle startup che abbiamo oggi. Il suo primo progetto era una piattaforma per modificare il layout di MySpace. Avvia i primi contatti con i pochi business angels che popolavano l’ecosistema in quegli anni. D-Pixel, Italian Angels for Growth. Tutti a Milano. Spostamenti continui, e giornate passate nel capoluogo lombardo. «La ricerca di un posto dove mangiare era un’impresa e ad aiutarmi c’era solo l’89.24.24. Ho pensato: perché non creare un’app che raccolga tutti i ristoranti, geolocalizzandoli, e dando tutte le info necessarie per sceglierli, dal locale alla cucina?».

L’89.24.24, Cibando. E il Ceo di Zomato raggiunto su Linkedin

Cibando nasce da quelle ricerche. Anno 2010. Un’app per iOS per mappare i ristoranti con foto di spazi e piatti. Funziona. Piace ai ristoranti. Ai clienti.  Nel 2012 è tra le migliori app del mercato italiano per Apple. Il venture Berlinese Point Nine Capital investe nella società di Kim 300 mila euro. Tra i suoi soci quelli che hanno investito poi in Helpling e Delivery Hero (oggi Rocket Internet). Da lì crescere è detto fatto. Raggiunge i 2.000 clienti e un fatturato che sfiora il milione di euro. 25 dipendenti tra Roma e Milano. A fine 2013 comincia a ragionare di portare Cibando a Londra e diventare una multinazionale. Ma di mezzo ci si mette ancora TechCrunch. «Avevo letto un articolo sulla crescita di Zomato e degli investimenti che avrebbe fatto il suo fondatore Deepinder Goyal a seguito dell’investimento fatto da Sequoia (37 milioni di euro, ndr). Ho deciso di scrivergli su LinkedIn. Mi ha risposto dopo un’ora». Kim avvia i primi contatti con Goyal. Ci siamo sentiti via Skype, ma chiudere con loro un anno fa era impossibile». L’accordo non si trova. Però dopo un anno riprendono i contatti. «Mi hanno cercato loro a novembre». Parlano, contrattano via Skype. «Non li ho mai incontrati di persona, l’accordo l’abbiamo trovato dopo 10 giorni di riunioni su Skype. Anche il mio contratto l’ho inviato su Skype e ho mandato una copia a Londra. Li incontrerò la prima volta a fine Marzo quando andrò in India».

Zomato Rome Team StartupitaliaUn’exit fatta via Skype

Una negoziazione non facile. La multinazionale indiana era in posizione di forza. Ma a loro interessava il mercato italiano, Cibando ha già un mercato suo in Italia. E un know how che ha fatto la fortuna dei venture tedeschi. «La fase di contrattazione è stata uno stress incredibile. Io sono l’unico founder e dovevo farlo da solo. Dovevo tenermi tutto dentro. Non potevo comunicare nulla al mio team, in caso di fallimento della trattativa li avrei demoralizzati. Ero l’unico ponte tra Zomato e i nostri soci, una fatica mentale difficile da spiegare». Kim parla con voce pacata. Ha i modi gentili, calmi, di chi quel periodo se l’è oramai messo alle spalle. «Ma ho venduto la mia azienda, l’azienda a cui ho dedicato gli ultimi 4 anni della mia vita e per quanto bello possa sembrare all’esterno vi assicuro che non è una scelta facile. Ho avuto dubbi fino all’ultimo».

18mila ristoranti mappati in due mesi

Kim firma. A gennaio mappa con 35 collaboratori tutti i ristoranti di Milano per la nuova app di Zomato. Febbraio è il turno di Roma. 18 mila ristoranti in tutto. Si dividono le strade, le battono alla ricerca di tutti i ristoranti della città. In 20 giorni il lavoro è fatto. L’app è pronta e online per iOSAndroid Windows e BlackBerry. Zomato arriva in Italia il 10 marzo. «La prima cosa che abbiamo fatto è stato dare ai nostri 25 collaboratori un contratto a tempo indeterminato. Non era scontato, ma sono riuscito a tenermi tutto il mio team e a migliorarne i contratti». Ma è una cosa buona anche per la multinazionale indiana. Perché se c’è una cosa che vale più dei soldi, è il tempo. «Perdere tempo a formare un nuovo team, a capire il mercato di un’altra nazione è un gap difficile e costoso da colmare». Kim sarà il country manager. I suoi collaboratori dipendenti. E altri 75 ne verranno assunti entro il 2015, 100 ancora nel 2016. 200 persone in tutto per una startup che ha convinto due continenti.

Un consiglio? Guardare all’estero, subito.

«Essere asiatico mi ha aiutato? Non lo so, forse. Quando ho fatto impresa la prima volta ero del tutto incosciente di quello che sarebbe stato» racconta Kim. «Non pensavo alle difficoltà dell’Italia, al dramma dei contratti, delle difficoltà burocratiche. Quindi un po’ l’incoscienza mi ha salvato». Forse l’aiuto è arrivato in maniera più determinante dal fatto di aver guardato subito all’estero. Per formazione, e origine. Milano da piccolo, poi la Germania. Londra. E Nuova Dely, raggiunta con un messaggio sui social network. Internet alla fine cancella i confini per chi confini non se ne pone. E se quella di Cibando alla fine è una bella storia di successo italiana, è anche perché è anche molto, molto altro che italiana.

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