Così le startup stanno riavvicinando Turchia e Armenia

Due popolazioni divise per secoli dall’ odio ricominciano a parlarci grazie alla magia del commercio, degli scambi economici e culturali, e delle startup

Turchia e Armenia, storicamente, non sono mai state troppo amiche. Il genocidio degli armeni, prova generale dell’Olocausto, in cui morirono due milioni di persone non è tutt’ora riconosciuto dal governo di Ankara. E non sono mancate certo le occasioni di conflitto fra i due popoli. Così, stupisce, in positivo, la notizia che a fine febbraio, un gruppo di startup armene ha partecipato a Startup Turkey, uno dei principali eventi per imprenditori innovativi del paese guidato da Erdogan.

Anche perché non si tratta di un’iniziativa isolata, ma dell’ultima tappa di un processo di riavvicinamento dei due popoli (o almeno della parte più “tecnologica” di essi) che sta venendo portato avanti all’interno del Programma di Supporto al Processo di Normalizzazione Armenia-Turchia, finanziato dall’Unione Europea.
Startup Turkey Amenia

In precedenza, un gruppo di imprenditori armeni aveva visitato il Technopark di Istanbul, e le sedi di altre startup e acceleratori per familiarizzare con la realtà imprenditoriale del paese confinante. Lo scorso novembre, invece, si era tenuto a Yerevan, capitale dell’Armenia, uno speciale startup week-end transfrontaliero, il primo ad unire rappresentanti di due nazioni che non hanno fra loro rapporti diplomatici.

“Penso che il modo di ragionare dei giovani sia diverso – aveva detto in quell’occasione lo startupper Artavazd Barseghyan – siamo aperti e non guardiamo ai problemi. Vogliamo trovare soluzioni”. “Non ha importanza a quale nazione appartieni – aveva aggiunto – siamo uniti dalla tecnologia”. A parte il programma finanziato dall’Ue e gli startup week-end, esistono altre iniziative pensate per andare al di là degli antichi rancori.

L’ambasciata americana in Armenia, ad esempio, organizza il progetto “Technology Goes Beyond Borders” che dà modo a sei imprenditori dei due paesi di accedere a un programma di mentorship online e a un corso intensivo di quattro giorni al Microsoft Innovation Center. A maggio, i team avranno poi modo di presentare le startup a un pubblico di investitori, sia armeni che turchi. Un bell’esempio di come l’innovazione possa davvero unire anche culture molto diverse, al di là delle posizioni politiche e degli schieramenti.

Un esperimento che ricorda un po’ quello promosso da Cisco un paio di anni fa lungo la Striscia di Gaza. La multinazionale americana, dopo esser stata fra le prime a dare in outsourcing qualche lavoro ai programmatori palestinesi mise in piedi, un programma in cui esperti di hi-tech israeliani formavano aspiranti startupper palestinesi.

Una parola unisce due popoli: startup

Prima ancora, nel 2004, due palestinesi e tre israeliani, gettavano le basi del progetto “Middle East Education through Technology”, la cui missione è quella di “rompere i preconcetti duri a morire che i due popoli hanno l’uno verso l’altro”. Oggi il MEET si è trasformato in un corso di studi triennale, in cui figurano anche docenti del Massachusetts Institute of Technology. Il successo è stato tale che è poi “gemmato” in un incubatore dove gli ex alunni possono incubare le loro startup nella Striscia di Gaza.

Se Ramallah, hanno oggi una scena startup vivace e creativa, lo si deve anche a iniziative come questa.

Da che mondo è mondo, il commercio ha sempre unito i popoli e l’interesse come “passione pacificante”, per usare un’espressione ad alcuni sociologi, può essere un collante più forte delle armi. Oggi che una fetta crescente di imprenditoria ha a che fare in qualche modo con il mondo dell’innovazione, le startup possono essere l’avanguardia di processi di riconciliazione attesi da tempo. Sempre però, in equilibrio instabile. Nei periodi di relativa tranquillità, gli investitori arrivano a frotte. Salvo poi scappare quando la situazione si fa tesa. Come successo del resto proprio a Gaza, meta di numerose società estere dopo gli accordi di pace di Oslo del 1993, abbandonata da gran parte di esse qualche anno dopo, a seguito di un’incursione israeliana nella Striscia.

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