15 cartoline per capire cosa è successo al Global Entrepreneurship Congress 2015

Cultura d’impresa, formazione, startup, investimenti. Cosa è successo al Gec, raccontato per immagini

A voler chiudere tre giorni del Global Entrepreneurship Congress di Milano in una sola frase, quella ripetuta più spesso nei panel e che forse meglio la rappresenta è: «Un primo passo». Lo è stato per l’Italia dell’imprenditoria e dell’innovazione che si è presentata alla kermesse internazionale. Per gli investitori, che hanno cercato di trovare contatti con i propri omonimi fuori dai confini nazionali. Per alcune startup presenti a caccia di angels. Per chi, tra privati e policy maker, per la prima volta si è confrontato su temi specifici, cercando di tracciare percorsi e strategie comuni. Ma sarebbe per forza di cose riduttivo. Come tutte le sintesi. Qualcosa in più potrebbe dire un glossario che riassuma i fatti principali.

Numeri

E’ stato l’ottavo Gec, nato nel 2007 su iniziativa della scuola di imprenditoria più importante al mondo: la Kauffman Foundation. Prima tappa 2008 in casa Kauffman: Kansas City. Prima volta in Italia (l’anno scorso è stata la tappa di Mosca) che ha vinto la candidatura contro Quatar, Croazia e Colombia. Finora ha coinvolto nel mondo oltre 10 milioni di persone e 102 paesi. A Milano un primo calcolo vuole 2.000 presenze (i dati ufficiali però si avranno lunedì). 508 in più se contiamo le scuole. 102 panel per 324 speaker provenienti da molte nazioni. 12 le sale dove si sono svolti i lavori.

MiCo Gec

MiCo

E’ dove si è tenuto il Gec. Zona Lotto, progettato nel 2002 è tra  i più grandi centri congressi al mondo. Può accogliere fino a 18.000 persone in circa 70 sale conferenze. E’ una delle aree di Milano che sta cambiando pelle in vista dell’Expo (dove avrà un ruolo da protagonista). Intorno ci sono molti cantieri aperti, strutture in costruzione, come la nuova metropolitana. A vedere lo stato dei lavori intorno, se si dovesse riuscire a completarle prima dell’inizio dell’Expo sarebbe un miracolo.

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Investitori

I principali protagonisti del venture italiano erano presenti. Da Innogest a Digital Magics, da LVenture a Tim. 9 volte su dieci, se fuori dalle sale c’era la fila, dentro c’era un investor day. 52 le startup salite in passerella con la speranza di convincere i protagonisti dell’Europa dei venture. Ora, che qualcuno ci sia riuscito è difficile dirlo. E’ la logica del primo passo. Per dirla con Enrico Gasperini di Digital Magics: «Il Gec è una vetrina. Speriamo ora che gli investimenti arrivino» ma «l’impressione è che il Gec sia riuscito a far uscire l’Italia dall’isolamento internazionale nel mercato dei venture. Ci hanno conosciuti e sono rimasti impressionati dalla qualità del nostro capitale umano».

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Nel 2014 intanto gli investimenti in startup in Italia sono stati 118 milioni (63 milioni da fondi istituzionali). Il dato diffuso proprio in occasione del Gec da un aggiornamento del rapporto Who il who fotografa un ecosistema in crescita nel numero di startup, ma che si contrae dell’8% per gli investimenti che hanno ricevuto. I portafogli d’oltreoceano servono come il pane. Sempre sul fronte investimenti, è stata presentato il piano industriale di LVenture (entrata da poco nella top 20 delle venture europei), che con il presidente Luigi Capello ha annunciato 15 milioni di investimenti nei prossimi tre anni (il titolo mercoledì, mentre Capello era sul palco, saliva dell’6%). Il portafoglio delle startup del gruppo è salito a 3,4 milioni, +62%.

Policy Maker

«La cosa più importante emersa per noi dal Gec? L’attenzione delle istituzioni europee a quello che stiamo facendo in Italia». Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del ministero dello Sviluppo. Sulle prospettive, pochi dubbi. Passare da un’innovazione dei processi, alla creazione di nuovi mercati per le imprese digitali.

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Sempre sul fronte dei policy maker, c’è un altro «primo passo» affrontato al Gec. La creazione di una politica industriale per le imprese culturali e creative. Far diventare le aziende che si occupano di design, architettura, gaming e audiovisivi un potenziale volano di crescita per l’Italia. La strada è ancora da tracciare, ma nei prossimi mesi si attendono dei tavoli di lavoro per definire una strategia comune. Una manna.

Smart&Start

Rivelati i numeri delle domande a poco più di un mese dall’avvio del secondo bando. 524 domande di finanziamento arrivate che si contenderanno i 200 milioni messi a disposizione da Invitalia.

unicorn startup billionUnicorni

In Europa sono 9. A scanso di equivoci, per unicorni intendiamo startup che hanno sfondato il tetto di un miliardo di fatturato. Quali sono lo ha rivelato una classifica del Wall Street Journal, se ne è parlato (e tanto) allo Startup Europe Summit con una sezione di lavoro apposta. Si è riproposta la classifica al Gec. Chi sono? Spotify (Svezia, 4 milardi) Powa (Uk, 2,7) Delivery Hero (Germania, 1,7) Adyen (Olanda, 1,5) Home24 (Germania 1,3) Shazam (Uk, 1,3) Farfecht (Uk) Zalando e Rocket Internet (potenzialmente al di sopra anche di Spotify ma rilevate come outsider).

Banzi-a-GEC2015pom2Cultura

Intesa come cultura d’impresa. Un tema che è emerso in molti panel, che racconta un po’ un trend di un paese che cambia. La necessità specie per l’Italia di scoprire (per alcuni, riscoprire) la cultura imprenditoriale. Michele Markey, vicepresidente di Kauffman FastTrac, programma di formazione e startup per imprenditori, lo ha eletto a problematica principale per le nazioni che vogliono crescere nel mercato della digital economy: «All’Italia non manca nulla. Ci sono grandi innovatori, grande potenziale umano. Ma serve una maggiore diffusione della cultura d’impresa, a partire dalla formazione dei ragazzi a quella degli imprenditori». Come farlo? «Abbattendo le barriere che impediscono a chi vuole fare impresa di riuscire a farlo» Una piccola rivoluzione culturale.

Startup #BattleMI

Rap e startup. E la rima è obbligata. La battaglia delle idee è stato uno degli eventi più attesi, per colore e vivacità. La sfida ad eliminazione diretta ha decretato il successo della canadese ConceptKicker di Denny Hollick, che pitch, rap e humor ha conquistato tutta l’audience. Si tratta di un eCommerce che trasforma l’arte 2D in stampe 3D.

— Dora (@Doracarapellese) 18 Marzo 2015

 

Pesche&Startup

Il segreto di una startup è in una pesca dalla polpa succosa, dalla buccia lucida e invitante, dal nocciolo sano e resistente: «Di ogni pesca buttiamo via le due cose più importanti, quelle che ci permettono di scoprirne la qualità: il nocciolo e la pelle» ha detto Oscar Farinetti, patron di Eataly, al Gec. Un frutto che, adeguatamente schematizzato, permette la costruzione di un progetto imprenditoriale di successo: «Dentro il nocciolo dovete scrivere i vostri obiettivi, quelli che vi ponete all’inizio del percorso che state per fare; nella parte della polpa elencate tutte le esperienze che vorreste far vivere ai vostri interlocutori, ovvero clienti, collaboratori, autorità; sulla pelle riponete tutto quello che crediate dia lustro all’immagine della vostra impresa, attraverso le modalità della narrazione».Oscar-Farinetti-Courtesy-of-altraeconomia.it

Global

Il Gec ce l’ha nel nome. A viaggiare un po’ per gli stand però, forse ci si aspettava qualcosa di più. «Un Gec poco global, non così tante persone influenti, e pochi soldi in giro» si è lasciato sfuggire un investitore italianissimo in perfetto inglese. Gufi.

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Africa

Di contro c’era l’Africa. Tanti imprenditori da Tunisia, Algeria, Libano (anche da India Cina e Corea a dire la verità). «Per noi è molto importante essere qui» ha detto Denis Admadil, 36 anni, imprenditore Libanese che ha creato un network di startup a Beirut. «Da noi le startup sono poche centinaia, non ci siamo mai nemmeno preoccupati di contarci. Però sappiamo che se vogliamo crescere dobbiamo guardare all’Europa e ai suoi mercati, siamo qui per questo».

Scuola (e makers)

«Imparare a fare le cose, a creare sin dai banchi di scuola è essenziale per le prossime generazioni, come Arduino ci stiamo impegnando a farlo sia nelle scuole italiane che europee. Pensiamo di lanciare il progetto nei prossimi mesi con il supporto delle istituzioni europee», ha detto Massimo Banzi, cofondatore di Arduino e curatore della Maker Faire di Roma. Lì la presenza delle scuole è stata incredibile. E la scuola c’entra anche con quello che è successo al Gec.

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Scuola (e hackathon)

Il terzo piano era quello dei panel, degli imprenditori, degli incontri istituzionali. Ma già sulle rampe delle scale del MiCo mercoledì non era difficile distinguere che veniva tre piani più sotto. 508 studenti provenienti da 26 scuole di tutte le regioni d’Italia hanno partecipato ad H-ACK School. 60 tavoli di discussione fatto da ragazzi che si sono mischiati per origine geografica e istituti di provenienza per migliorare la scuola. Un’energia appassionata e ordinata che ha dato vita a progetti, idee, con l’obbiettivo di creare una filiera possibile tra scuola e lavoro. «Che ci riescano è difficile dirlo, ma quello che è successo nelle 12 ore di lavoro dei ragazzi è un evento raro da registrare» dice entusiasta Paolo De Nadai, di Scuolazoo. Ha valutato i progetti «e non è stato facile farlo». I temi che hanno vinto? Ecologia, lavoro, digitale. Sara, la ragazza che ha presentato il progetto vincitore, ha detto: «sappiamo che da soli è difficile farcela nel mercato del lavoro, e che cominciare a pensare un modo per crearlo da noi è importante. Vogliamo che la scuola ci insegni il futuro, se non lo fa lei, ce lo insegneremo da soli». Chapeau.

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