La startup romana che ha sfondato negli Usa (e conquistato le Poste americane)

Nati a Roma con un anelito internazionale hanno tra i propri clienti le poste americane e altre 70 mila aziende nel mondo. Intervista al Ceo di ClickMeter Davide De Guz

Sono nati a Roma, hanno ancora la sede a Roma, e a Roma hanno elaborato un sistema di ottimizzazione delle campagne di web marketing che li ha portati a crescere quasi esclusivamente negli Stati Uniti. E in altri 187 paesi nel mondo, per il 30 percento almeno del loro fatturato. «La nostra soluzione è un po’ troppo sofisticata per una clientela solo italiana». ClickMeter è una startup lanciata nel 2012 da Davide De Guz. Romano, 42 anni, laureato in Economia. L’anelito internazionale lo ha coltivato da subito. Per storia e interessi. «Ho sempre vissuto a Roma come se fosse qualsiasi altro posto nel mondo. Ho viaggiato sempre, fin da bambino». Figlio di un pilota, ha conosciuto sin da piccolo l’Asia, gli Stati Uniti, dove ha anche vissuto. Non un caso quindi che la sua startup nasca già con una matrice già off shore.

clickmeter

Il team di ClickMeter, il secondo da sinistra Davide De Guz

Una startup nata nella Silicon Valley romana

ClickMeter è di fatto la sua seconda startup. La prima è stata un portale per condividere appunti universitari. L’ha venduta nel 2009. Di lì ha lanciato una web agency, un’azienda di consulenza per il marketing online. Misuravano e ottimizzavano le campagne pubblicitarie per aziende. «Nei primi mesi abbiamo creato uno strumento per valorizzare i link dei clienti sui social. Le aziende ci danno il link e noi lo ridiamo potenziato». Cosa sia un link potenziato è il cuore di ClickMeter, che è diventato uno spinoff della web agency di De Guz. Potenziato vuol dire che quel link è spinto da tool (una ventina in tutto quelli elaborati dal team) che reindirizzano e monitorano la qualità del reach (le persone raggiunte da quel link) per aumentare a sua volta ill conversion rate (la percentuale di conversione e quindi di successo della campagna di marketing). Che succede quindi? Le aziende vendono di più. «Noi shortiamo (li abbreviamo) i link, come ad esempio fa Bitly. Ed inoltre li rendiamo più efficaci e misurabili, oltre a raccogliere informazioni utili su chi clicca sui post, per ottimizzare il target». Spiega De Guz. La sua Roma in realtà è quella di Pi-Campus, un pezzo di Silicon Valley nel cuore del quartiere Eur creato da Marco Trombetti. Una fucina di idee e di imprese che negli anni ha dato vita a startup davvero notevoli. ClickMeter è solo una delle startup del campus.

Startup in Italia? Troppi tabù da sfatare

Generalmente una startup comincia a muovere i primi passi qui, in Italia, per poi cercare il proprio mercato negli Usa. Non è stato il caso di ClickMeter. «Noi siamo nati già con i primi clienti negli Stati Uniti». Oggi sono completamente bootstrapped. «Non abbiamo mai cercato, né desiderato dei venture che ci finanziassero l’idea. Raccogliere dei capitali può avere senso per far crescere più velocemente l’azienda. Ma essere finanziati spesso vuol dire dover dar conto della propria crescita a chi ci mette i soldi. A noi non serviva, e l’idea non ci piaceva troppo». Risultato. ClickMeter è sempre stata in utile. Si è autofinanziata e adesso cresce con un ritmo del 300% l’anno. Di questi ricavi il 70% arriva dal mercato statunitense. Qui ha sede una larga fetta delle 70 mila aziende che si rivolgono a ClickMeter per prendersi cura delle proprie campagne sui social. Il prezzo del loro servizio varia da 19 dollari al mese ai 10 mila. E i clienti. Dal piccolissimo imprenditore al loro most big client: Le Poste americane. Oggi con lui lavorano 12 persone sparse per il mondo. Anche in Italia vorrebbe crescere di più. Ma non è facile. «Qui non è facile trovare persone in grado di poter lavorare in una startup. Ci sono, ma rare. Il tema delle risorse umane qui in Italia è importante. Ci sono molti pronti ad assumere, ma non riescono a trovare persone adatte. Che siano in grado di lavorare per una startup». Cosa cerchi in chi ti manda il curriculum. «Guarda è difficile dirlo, ma è un’impressione. Per esempio, ho ricevuto alcuni curriculum anche recentemente da persone che mettono subito di aver lavorato per grossissime aziende italiane. Ma se poi al colloquio non conosci o non leggi TechCrunch o The Next Web, io che ci faccio?».

Arcangelo Rociola
Twitter: @arcamasilum

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