«Un sogno che si realizza: la mia prima volta (da startupper) in Silicon Valley»

Diario di viaggio di uno startupper per la prima volta in Silicon Valley: i luoghi sognati, gli incontri sperati, i pitch nella terra delle startup

Ci sono degli amori nella vita che non sono veramente razionali, che si alimentano di aspettative e miti, che si ingrandiscono più diventano lontani e irraggiungibili. Per me questa è sempre stata la California. Quella Highway 1 magica che collega San Francisco con Los Angeles, che mette insieme l’innovazione nella cultura della terra della Napa Valley, l’odore dei caffè nei garage della Silicon Valley e le ambientazioni dei telefilm di ragazzo nei campus delle università pubbliche della California.Pacific_Coast_Highway-1

Ho affrontato questo amore di petto e ho deciso di passare 10 giorni nella Silicon Valley. Avevo un obiettivo, in realtà diversi obiettivi, ma quello che ci interessa qui è quello di un’idea di cui ho sempre pensato ci si potesse fare un business. Una startup insomma. Un viaggio di questo genere lo affronti con metodo e preparazione perché bisogna individuare i riferimenti migliori per sapere dove andare, chi incontrare, quali strade percorrere. Si inizia da startup digest il portale di eventi dedicati al mondo delle Silicon Valley che letteralmente esplode di iniziative, anche cinque o sei eventi diversi nella stessa giornata tra la Downtown, Palo Alto e San Jose.

Nella Silicon Valley da startupper

C’è poi eventbrite che gestisce la maggior parte dei ticket delle diverse iniziative sparse per la baia. Infine il mondo dei meetup, da noi associati unicamente agli incontri dei grillini, qui un pullulare di iniziative autogestite, dalle grigliate per gli appassionati delle IoT alle colazioni tra aspirati imprenditori che condividono idee e si sostengono a vicenda prima di andare ognuno al suo lavoro “ufficiale” negli Amazon, Intel, Hp o in qualcuna delle altre decine di big company. E poi c’è Linkedin e Angelist i due must per provare a capire quanto effettivamente “conta” il compagno di sedile con cui si è condiviso il viaggio sul trenino a gasolio che sale e scende la baia o lo speaker della serata a cui si sta andando.

Mi sono convinto che la differenza la faccia quanto si lascia e quanto si è disposti a correre il rischio di non essere corrisposti.

Per provare a bussare alle porte autopresentandosi a chi ha investito in qualcosa di simile oppure ad imprenditori arrivati ed ottenere i cinque minuti di un caffè, uno scambio di pareri, input preziosi per dare la svolta all’idea su cui si sta lavorando. Un viaggio così lo affronti sapendo di dover dormire poco perché se di giorno vesti i panni di Willy Smith alla ricerca della felicità correndo da un appuntamento all’altro, risalendo velocemente le ripide avenue che tagliano i grattacieli all’inizio di Post Street e le piccole casette di legno verso la Russian Hilly e giù fino a Little Italy, la notte la passi a sistemare e risistemare come una tela di Penelope il pitch che hai ripetuto a decine di persone diverse durante il giorno. Lo hai ripetuto al commesso di Startbucks che ti chiede cosa fai nella valley mentre ti prepara il Frappuccino e lo hai ripetuto alla speed night dove a rotazione ti sei turnato con altri potenziali imprenditori per presentare in uno short pitch la tua idea ai diversi business angeles seduti attorno ad un tavolo, 3 minuti presentazione, feedback, domanda, risposta, è stato un piacere, rimaniamo in contatto, avanti un altro.

E poi un viaggio così lo si affronta con una certa dose di disillusione e curiosità. La disillusone del luccichio di questo mondo, di queste strade e di questi marciapiedi che al sole della California riflettono la luce sulle scaglie di graffite disseminate nell’asfalto e che al bagliore della notte diventano il giaciglio di eserciti di clochard che vivono sull’orlo dell miseria in un abbraccio irreale tra la modernità più spinta e l’abbandono di chi rimane indietro. La curiosità di scoprire le vite di chi incontri, degli autisti di Uber per esempio, come Mehdi l’ingegnere iraniano emigrato per amore, che conosce a memoria la discografia di Celentano e che non comprende la ragione per cui non ti fermi qui, visto che in Italia c’è la crisi o di Marilyn che ha dovuto lasciare la sua casa quando Google gli ha messo davanti alla porta la fermata della navetta dei pendolari e il prezzo del suo affitto, come quello di tutti i suoi vicini, è salito alle stelle ma che con un ottimismo incredibile ti racconta che questa è la moving city, che non c’è motivo di voler andare via da qui, perché questo è il posto dove tutto succede.

C’è chi in questo mondo riesce a trovare la chiave della propria vita e del proprio successo Chi invece rimane cullato dall’illusione di un amore irrealizzabile

Tutto questo è la Silicon Valley, e poi i nostri italiani che sono già li che e che ti aprono le porte di tutto per condividere le loro avventure e per darti i loro consigli. Gli incubatori come 500startups e Ycombinator dove tutti vorrebbero entrare e che sono l’approdo più realistico per chi dall’Italia vuole provare a sbarcare in quel mondo. L’infinita quantità di consigli che raccogli. La fame di futuro che ti viene. Gli uffici bianchi e luminosi di Airbnb, il giardino sul tetto del nuovo building 20 di Facebook, le biciclette gialle-rosse-verdi per spostarsi tra gli edifici del campus di google, la macchina che si guida da sola che ti lascia passare all’incrocio mentre corri al tuo prossimo appuntamento. C’è chi in questo mondo riesce a trovare la chiave della propria vita e del proprio successo Chi invece rimane cullato dall’illusione di un amore irrealizzabile. Mi sono convinto che la differenza la faccia quanto si lascia e quanto si è disposti a correre il rischio di non essere corrisposti.

Francesco Magagnino
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