Cosa deve fare l’Italia per far decollare il mercato delle startup

Il mercato delle startup in Italia ha ancora dimensioni molto ridotte, l’analisi di Tobia De Angelis (LVenture Group) a commento del nostro report sugli investimenti del 2014

Nota: le opinioni sono dell’autore e non riflettono necessarimente quelle di LVenture Group

Dai dati sul mercato dei venture e dei finanziamenti pubblici destinati alle startup pubblicati il 3 giugno su StartupItalia! emergono due aspetti:

  1. il settore è sotto-capitalizzato
  2. gli strumenti utilizzati per apportare capitale sono atipici rispetto a quelli utilizzati in mercati adiacenti / altre economie avanzate. Questi due fattori si alimentano a vicenda e l’effetto è potenzialmente devastante. Provo a spiegarmi.

Sia comparando VC/GDP (il rapporto tra soldi investiti dai venture e prodotto interno lordo, ndr) sia in numeri assoluti, l’Italia risulta indietro rispetto a Germania, UK e Francia. La cosa più preoccupante è che il trend in Italia è flat (stabile, ndr) , se non in discesa.

Leggi il nostro report sugli investimenti del 2014 in startup commentato in questo post

 

Questi due grafici ci aiutano ad inquadrare il problema.

 

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Fonte — Italia StartUp

 

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Fonte — Europe & Israel 1Q15 VC Trends Review, Syndicate for European & Israeli Enterprise Companies, by Gil Dibner

 

Il paragone con il mercato delle startup in Europa

Nel Q1 2015 in Italia sono stati investiti circa 6 milioni di dollari nel settore ICT/digitale/internet. Nello stesso periodo, in UK hanno investito 930 milioni, in Germania 537 milioni, in Francia 233. Come vedete dal grafico, anche l’Estonia (25 miliardi di GDP, Italia 2 trilioni circa) è sopra di noi, e non di poco.

Una situazione di questo tipo produce diverse problematiche. Dalla selezione avversa — le founder “migliori” vanno via e fondano le company in paesi con un ecosistema maggiormente sviluppato — al ridimensionamento dell’ambizione di coloro che rimangono.

Molti imprenditori infatti, scontrandosi con una mancanza di operatori professionali sul territorio, decidono

  1. di ridimensionare le proprie aspettative e quindi di limitare il potenziale dell’azienda (la massima ambizione è di vendere al big player, tipicamente azienda USA)
  2. di rivolgersi ad entità a zero valore aggiunto, rischiando di minare il futuro della company. Queste entità sono i “bandi per startup” e i “finanziamenti pubblici”.

Ogni company è diversa, e molte possono trarre beneficio da questi programmi. Per esempio, aziende non più early, con revenue stream stabili nel tempo e con un cash flow ragionevolmente prevedibile possono beneficiare di prestiti super agevolati. Fare debito può avere senso.

Inoltre vanno distinte le varie tipologie di “soldi pubblici”, che non sono tutti a debito. Per esempio, alcuni operatori pubblici lavorano in partnership con il mercato (acceleratori, fondi di VC) e adottano modelli che possono addirittura essere vantaggiosi per i founder (e.g. molti adottano clausole di earn out: i founder, in caso di buon andamento dell’azienda, possono ricomprarsi le quote a valori ragionevoli).

Ma nella maggioranza dei casi, attirare debito ad alto “apporto burocratico” e zero valore aggiunto non è il modo migliore per sviluppare un business vincente su scala globale.

La mia opinione  — ma sono in conflitto di interessi, lavorando nel gruppo LVenture Group — è che il programma Caravella di FII o l’apporto diretto di capitali all’interno di fondi VC, ma in misura molto maggiori rispetto ad oggi, siano le uniche strade percorribili se si vuole sviluppare un mercato di dimensioni accettabili.

Il vero problema delle startup in Italia oggi è la dimensione del mercato. La mia ipotesi è che la relazione tra euro investiti e risposta del mercato sia una S-Curve.

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L’italia è nel settore di sinistra: si investe poco — o con strumenti non appartenenti a logiche di mercato (startup indebitate con fondi pubblici) — e il mercato ha dimensioni ridotte. Gli operatori sul territorio, pochi e poco capitalizzati, sono risk adverse e si tengono completamente alla larga da modelli che funzionano benissimo in altre parti del mondo, ma che necessitano di investimenti che non si possono permettere.

Creare un business su modello URL — Ubiquity first, Revenue Later (twitter, facebook, google) in Italia, oggi, è impossibile. E non è colpa degli investitori. Mancano i fondamentali per un mercato con quel tipo di ambizione: United Ventures con 80 milioni è il fondo più grande che investe in Italia, e sarebbe una follia se investissero tutto, o quasi, in un’unica company senza revenue.

Cosa si deve fare in Italia

Se riuscissimo a superare una certa soglia di investimento complessivo — la mia ipotesi è almeno 1 miliardo anno, contro i 118 milioni di oggi— riusciremmo ad innescare network effect positivi — competizione tra gli operatori per i deal, dealflow internazionale, grandi player che guardano all’Italia come un mercato potenziale per acquisizioni e, magari, R&D e non solo sales&support — ed avremmo un ritorno, come sistema Paese, estremamente più elevato.

E’ bene che lo Stato stia cercando di aiutare il mercato. Ma l’impegno non basta: è necessario fare molto di più, e molto meglio.

Tobia De Angelis – Twitter @tobdea

Lavora nel venture capital nel gruppo LVenture Group, seed venture capital quotato al MTA di Borsa Italiana, che investe in startup digitali. Collabora con Finsmes, nominato da Forbes tra i “100 best websites for entrepreneurs”.

Commento al post di
Arcangelo Rociola Twitter: @arcamasilum
Mariachiara Furlò Twitter: @mariachiarafur

 

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