Kostyál (Nasdaq): «Il maggior freno dell’Italia? Una scarsa cultura del mercato delle equity»

Intervista al responsabile del listino tecnologico europeo che racconta delle difficoltà e delle potenzialità delle digital company europee. E annuncia: presto un’Ipo di una startup italiana nel settore bioet

Dublino. Novembre 2014. Peddy Consgreave si incarica di dare il via al momento a più alto impatto emotivo dell’intero Web Summit. Suona la campanella del Nasdaq, da Dublino, con effetto immediato a Time Square, New York, per dare il via alle contrattazioni del listino tecnologico. E’ un simbolo. Il più alto che in un’occasione con il Web Summit si può immaginare. Il Nasdaq è la terra promessa per molte delle startup presenti alla tre giorni irlandese. «Qui, nei paesi nordici, è una forte cultura dell’equity. E dove c’è una forte cultura dell’equity c’è anche un forte mercato delle Ipo». Adam Kostyál è il responsabile per le quotazioni delle società europee per il listino tecnologico Nasdaq. Lo abbiamo incontrato a Helsinli in occasione dell’Arctic  15. Svedese, con un breve trascorso in Italia, a Milano, dove ha studiato prima di trasferirsi in diverse città europee, segue la crescita del mercato digitale europee dal suo inizio. E traccia una linea rossa tra le tech company del nord e del sud Europa. Perché se è vero che la quotazione al Nasdaq è un’obbiettivo per buona parte delle tech company mondiali, forse lo stesso non vale sempre per il sud dell’Europa.

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Quindi il problema dei paesi del mediterraneo è che… 

Il problema dell’Italia e di altri paesi del Mediterraneo è che non c’è questa cultura che invece è diffusa al nord. Molte delle startup in Italia crescono indebitandosi piuttosto che cercando investitori. Ma nei paesi del Nord Europa si preferisce crescere con il mercato delle equity, ed è anche per questo che poi molte startup puntano al mercato americano dove trovano buoni mentor e investitori capaci e puntare all’Ipo per consolidarsi.

Eppure il mercato delle Ipo non se la cava benissimo

In questo momento il numero delle Ipo nel settore tecnologico Us è in leggero calo, ma cresce invece l’interesse da parte di quelle europee. Sono state 22 le società quotate nel 2014 e 9 quest’anno, solo in Europa.

Quali sono a suo avviso le differenze tra il mercato tech del nord e del sud europa?

Credo che la differenza principale sia il ruolo che alcune big company hanno giocato nella crescita delle startup tecnologiche. Nokia in Finlandia per esempio. Hanno formato ragazzi che hanno lavorato da sempre in questo settore. E fanno crescere un’ecosistema di aziende con soluzioni innovative. Noi non abbiamo niente del genere nel sud Europa. Forse qualcosa in Spagna, in Barcellona.

Cosa succede lì?

Diversi imprenditori hanno scelto di vivere lì per lo stile di vita soprattutto, decidendo di trasferirsi in posti più vivibili fanno crescere un’ecosistema interessante. Si vive bene lì. Ma è diverso da quello che succede a Stoccolma o a Helsinki, e ancora diverso da quello che succede a Berlino, dove un costo della vita più basso e policy adeguate hanno fatto in modo che anche lì crescesse un’ecosistema solido. Puoi andare lì, creare una startup, e sfruttare un mercato locale molto forte. L’Europa ha diverse anime, diverse perculiarità, bisogna essere bravi a capirle e sfruttarle appieno.

Lei crede davvero che le startup europee vedano chiaro come obbiettovo la quotazione sul lestino tecnologico? 

Deve esserlo, perché quella che vuole definirsi una startup non può non pensare che la quotazione sia un obbiettivo finale, ma anche un banco di prova da cui partire di nuovo. Se lo fai in maniera professionale, come noi aiutiamo a fare, sei più attrattivo per gli investitori, riesci a irrobustire il tuo business e resistere agli shock del mercato. Non ci sono molte altre alternative per far crescere un’azienda nel mercato globale.

Ci state riuscendo a diffondere questa cultura in Europa?

Pensa a Rocket Internet, Zalando, JustEat. Sta già succedendo, le grosse aziende europee sanno che è un passo necessario in un percorso di crescita. Queste sono le aziende a cui ispirarsi. Due anni fa ti avrei detto di no, che in pochissimi avrebbero pensato come opzione valida la quotazione in borsa. Oggi già dopo 24 mesi le cose sono molto cambiate. E continueranno a farlo.

Un anno fa avete lanciato Privat Market, un programma che permete alle aziende di digitalizzare, integrare e controllare tutto dello stato di salute delle proprie equity prima di un IPO o di un’operazione di acquisizione. Come sta andando?

Sta andando bene, l’abbiamo lanciato un anno fa, e aiutiamo a dare servizi per la visibilità e la gestione delle equity. Noi possiamo aiutare con strumenti professionali per crescere, abbiamo la possibilità di aiutare a crescere.

Ci sono aziende europee che vede particolarmente vicine vicine all’Ipo ora?

Molte aziende europee stiamo incontrando per la quotazione. Le stiamo seguendo e quando saranno pronte potranno spingere il bottone e quotarsi. Quali sono? Ora non posso dirlo ma ci sono diverse realtà interessanti in Europa non lontane dall’obbiettivo. Parlo nel settore del food, dell’ecommerce, o clean tech company israeliane. Molte dalla Francia e Germania e Uk. Il settore più vicino è comunque il biotech.

E italiane?

Abbiamo avviato un po’ di discussioni con alcune startup biotech in Italia. C’è davvero un grande fermento di cose interessanti da voi in questo settore.

Arcangelo Rociola
Twitter: @arcamasilum

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