Il venditore porta a porta napoletano diventato startupper seriale, in Silicon Valley

Insieme a Confindustria Napoli aiuta i giovani startupper a trovare finanziamenti. E dice: «Non abbiamo nulla da invidiare alla Silicon Valley»

Antonio Leone ha 49 anni, due S.p.A immboliari, nessuna laurea e un passato da venditore porta a porta. Vive a Napoli, anche se spesso va in America, e ha una grande passione per le startup, tanto che con la Confindustria locale aiuta i giovani startupper a trovare il loro modello di business e i finanziamenti necessari per portare avanti il loro progetto. D’altronde, di startup Leone ne ha già create e finanziate due: con Francesca Scarpetta ha creato Cambiomerci – Startupitalia! ne ha parlato qui – e con un gruppo di amici imprenditori e l’aiuto di 7 ingegneri ha dato vita a Microbees, che dal 21 al 25 sarà in Silicon Valley per SEC2SV (Startup Europe Comes To Silicon Valley) dove incontrerà la delegazione europea (formata anche da una startup italiana, ne abbiamo parlato qui).

Antonio Leone

Antonio, come hai cominciato la tua carriera?

«Come molti giovani italiani, finite le superiori i miei genitori mi dissero di fare l’università. Così io mi iscrissi a ingegneria. Però a ingegneria 30 anni fa c’era un ambiente completamente diverso da quello che c’è ora: ci mettevi dai 7 ai 10 anni a laurearti, non c’erano donne e il contesto era davvero poco stimolante. Io invece ero uno che aveva tanta voglia di fare, così tanta che alla fine mi portò ad abbandonare l’università».

Per fare?

«Per fare il venditore porta a porta. Vendevo libri. Una cosa difficilissima da fare ma che mi ha fatto capire che in qualunque azienda si deve prima pensare a chi si va a vendere il prodotto o il servizio e poi si pensa al prodotto che si deve vendere. Perché la prima cosa fare – sempre – è capire se c’è mercato per quel prodotto. Ho continuato a fare il venditore porta a porta di libri per un paio di anni, e poi ho cambiato settore: mi sono dedicato al settore immobiliare. Ho cominciato facendo l’agente immobiliare, poi ho aperto tre agenzie immobiliari e infine ho creato un modello di business in franchising con il mio marchio, Top Service».

E poi che è successo?

«Avevo dei costi troppo alti, così decisi di chiudere senza però fallire. Ma fu un momento importante quello, perché capii che potevo fare l’imprenditore immobiliare e quindi ho cominciato a fare quello che in America chiamano il “flipping”, cioè quando compri case per ristrutturarle e poi rivenderle. Ora ho due S.p.A immobiliari specializzate in immobili a reddito».

Sei anche CEO e co-founder di Microbees Usa. Gli States quando sono arrivati?

«Quattro anni fa sono andato in America per conoscere il modello della Silicon Valley. E devo dire che non abbiamo niente da invidiargli: al Sud si stanno sviluppando modelli molto interessanti. Quello che manca, semmai, è la connessione fortissima che hanno loro tra università e aziende: le aziende non solo finanziano le università, ma addirittura organizzano corsi e laboratori e, cosa ancora più importante, cercando lì dentro i loro lavoratori, sin dal primo e secondo anno di corsi. Un’altra grande differenza che abbiamo con gli USA è che da loro il 60% delle aziende è stato fondato da non americani. Da noi, invece, le aziende sono molto diverse, anche nel modo di arrivare al prodotto finale: per esempio, siamo più ostinati, ma in senso positivo. Quando affidi un lavoro a un collaboratore capita che questo incontri delle difficoltà, e se le incontra poi trova una soluzione e arriva comunque alla realizzazione del prodotto o del servizio. In America invece capita quasi sempre che alla prima difficoltà si arrendano, si fermino. Gli italiani in questo sono geniali. Quello che ci manca, invece, è un po’ di organizzazione e di sistemizzazione».

A che modelli ti sei ispirato per le tue startup?

«A Funambol, di Fabrizio Capobianco. La sua azienda ha l’ufficio marketing negli Stati Uniti ma tutti gli sviluppatori sono in Italia, a Pavia. Secondo me è un bel modello questo, perché in Italia abbiamo grandi menti, ingegneri preparatissimi, mentre negli States hanno ben chiaro il concetto di accelerazione di startup, di finanziamento, di soldi da investire. Per convincerli basta essere in grado di raccontare la propria storia e avere un’idea che sia scalabile: un’idea che risolva i problemi a miliardi di persone».

6 Commenti a “Il venditore porta a porta napoletano diventato startupper seriale, in Silicon Valley”

    • Marco

      Ciao Emanuele, non è una Lyoness. E’ un circuito di Aziende che utilizzano la moneta complementare per vendere e acquistare prodotti e servizi.
      Quindi non viene utilizzato l’euro ma un sistema di crediti commerciali che permette di non intaccare la liquidità di cassa.
      attenzione però, il sito è cambiomerci.com

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