Vincere gare di startup non serve a niente (o quasi)

Servono per farsi conoscere, per avere contatti, ma a una startup serve altro. Fiducia, investimenti, e il coraggio da parte delle istituzioni. Che nei casi di Niteko e Qurami è mancato

Anno 2014. Un piccolo comune del leccese fa un bando di gara per l’illuminazione pubblica. Si chiama Salve. E’ a ridosso della punta del tacco d’Italia. 4.000 abitanti e una commessa da 1.000 lampioni che l’amministrazione vuole di ultimissima generazione. Luci al led ed impianti ecosostenibili. Totale commessa per le luci: 250mila euro. Qualche decina di chilometri più a nord, a Montemesola, Taranto, è nata nel 2013 da uno spinoff universitario Niteko. Una startup a tutti gli effetti, con tanto di iscrizione al registro. Hanno brevettato e messo in produzione lampade al Led con una tecnologia all’avanguardia e ad oggi ne hanno installate circa 12 mila. In tutta Italia, in tutta Europa, e una commessa in Arabia Saudita.

startup competition

A Montemesola per Niteko lavorano oggi 16 persone e ai fondatori Giuseppe Vendramin (37 anni), Emiliano Petrachi (32) e Alessandro Deodati (36), di certo le commesse non mancano. Niteko cresce tanto nei primi due anni e ci mette poco ad entrare nei radar dei premi e dei magazine italiani che si occupano di startup e innovazione. Wired la premia come tra le startup innovative più interessanti nel 2014, e StartupItalia! fa lo stesso nel 2015 e poco dopo la Regione Puglia la nomina tra le aziende innovative migliori. In questo post sul sito dell’azienda raccontano la felicità per i premi ricevuti. Niteko ha un potenziale di crescita enorme. Palese. A vedere l’elenco delle commesse la crescita del volume d’affari è davvero notevole.

Dal Comune mai una spiegazione

Ma negli uffici tecnici del Comune di Salve non ci credono. Quando l’azienda che ha vinto la gara d’appalto propone di installare quel tipo di lampada al Led prodotto dalla Niteko a pochi chilometri dal comune, l’ufficio tecnico e il direttore dei lavori preferisce alle lampade della startup pugliese quelle di una multinazionale piuttosto nota, la Schreder (per dire, hanno illuminato gli Champs Elysées a Parigi e parte del Colosseo a Roma) Vendramin, classe ’77, direttore tecnico scientifico dell’azienda, tarantino e dottore di ricerca in Misure elettroniche a Lecce, non si è riuscito a dare alcuna spiegazione. Né spiegazione gli è stata mai data: «Davvero non so che dire, l’unica cosa che posso immaginare è che il direttore dei lavori conosca maglio le lampade della multinazionale, o che non si sia fidato di un’azienda giovane. Eppure il nostro prodotto sarebbe costato meno, ed è totalmente equivalente all’altro».

Equivalente. Un termine da tenere a mente. Perché qui non si tratta di un bando pubblico a partecipazione europea. Non è che la Schreder ha vinto un appalto in una gara. Ma l’azienda che ha vinto l’appalto (la Franco Srl di Lecce) ha detto al Comune di Salve: «Bene, noi installiamo le lampade. Ci sono due aziende che le fanno. Una è la Schreder, l’altra Niteko, una piccola azienda tarantina che fa un prodotto equivalente dal punto di vista tecnico». Solo che l’equivalenza è stata contestata dai tecnici. E a niente sono valse le relazioni tecniche dell’azienda appaltatrice e della startup pugliese. Dal Comune mai nessuna risposta.

Per piacere non parlateci più di premi e startup

«Questa è la cosa che più ci fa rabbia. Non sono le mille lampade (e i 250 mila euro che ne sarebbero derivati, ndr) ma il fatto che non ci hanno mai dato sufficienti risposte. Come se non valesse la pena nemmeno risponderci». In questi giorni abbiamo provato a contattare il comune leccese per raccogliere la sua versione dei fatti ma non è stato mai possibile andare al di là dei messaggi di segreteria. Ad ogni modo quella commessa è sfumata. La ditta appaltatrice ha dovuto glissare alle equivalenze per non rischiare di consegnare i lavori troppo tardi.

Per vincere la sfida dell’innovazione serve il coraggio di accettare la sfida

Un anno fa Vendramin ha detto a StartupItalia! che ciò che gli faceva più rabbia era che «all’estero si apprezzasse maggiormente il suo prodotto che in Italia dove a fatica riusciva a convincere le amministrazioni della bontà del suo prodotto». Un anno è cambiato poco altro se non l’indignazione di Vendramin che oggi si chiede: «A che ci serve vincere premi e riconoscimenti se poi non ci fanno lavorare e non ci degnano nemmeno di una risposta? Siamo un’azienda seria, lavoriamo come i matti per crescere, meritiamo almeno una risposta». E rispondere non è facile.

Poste Italiane e l’app taglia code così simile a Qurami che…

Questa storia ricorda un quello che è successo nella questione Qurami – Poste Italiane scoppiata lo scorso agosto. Altra questione ancora aperta. Qurami è una startup piuttosto nota. E’ quella che è stata rinominata la app taglia code. Un sistema di prenotazione a distanza che consente di accorciare i tempi d’attesa. Anche Qurami ci mette poco a farsi notare. Accordi in giro per il mondo e anche lei viene spesso citata come tra le realtà imprenditoriali più interessanti della digital economy italiana. Roberto Macina, 32 anni, è il Ceo di Qurami. Di certo sappiamo che Poste Italiane conosceva Qurami. L’Huffington Post addirittura dedica al tema un articolo nel 2013: Poste Italiane, dal mondo dell’innovazione c’è posta per te. La soluzione di Qurami sembra cucita addosso all’azienda partecipata dallo Stato. Cosa c’è di più lungo e noioso delle code in Poste? L’amministratore delegato di Poste Francesco Caio strizza l’occhiolino a Macina&co come riportano le cronache di un paio di anni fa. I primi contatti, poi un silenzio di qualche mese. Troppi mesi. Ad agosto 2015 scorso l’annuncio di Caio. «Abbiamo anche noi l’app taglia code».

Senza commesse e fiducia vincere i premi serve a poco

Vero, ma quell’app non è Qurami. Anzi, a scanso di equivoci, i ragazzi di Qurami con l’app delle Poste non c’entrano proprio nulla e a StartupItalia! smentiscono quanto riportato da alcuni siti di settori che l’abbiano sviluppata loro in white label (senza che sul prodotto compaia il nome dell’azienda). Poste Italiane ha semplicemente preferito svilupparsi la propria app in casa. Che ce l’abbiano fatta e bene è ancora presto per dirlo. Le ultime notizie dicono che da un paio di giorni questa app è utilizzata in 25 uffici postali di Milano.

Dalla Firenze di Renzi alle lettere della Regina di Inghilterra

Eppure Qurami lavora già da anni con diverse amministrazioni italiane. Tra i primi comuni ad adottarla quello di Firenze sotto l’amministrazione di Renzi, e poi la Milano di Pisapia, e la Roma di Marino. E poi certo le poste inglesi, la Royal Mail, anche se i termini dell’accordo non sono ancora stati ufficializzati. Poste ha deciso per una soluzione interna, e per certi versi racconta della stessa diffidenza verso i servizi innovativi del caso Niteko – Salve. All’innovazione, in un certo senso, ci si deve abituare. Non è facile accettare che piccole imprese condotte da under 40 siano in grado di offrire servizi di alto livello e in maniera affidabile. Ma è questa la sfida che porta con sé l’innovazione. E per vincerla come sistema paese quella sfida va accettata. O almeno valutata seriamente. Per lo meno degnare chi la lancia nonostante le difficoltà, specie in territori difficili come quelli del Meridione, di una risposta esaustiva.

Twitter @arcamasilum

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