Le mie 8 regole d’oro per far funzionare davvero una startup

Creare una nuova impresa e fare innovazione, in Italia: “Ci sono più incubatori che startup, e sono in competizione. Così ci perdiamo tutti”.

Il mio percorso da startupper: 40enne, napoletano, questa è la mia quinta società, un passato da eventplanner nel settore clubbing, poi conferences, poi grandi eventi per enti pubblici, ho guidato l’agenzia Konomedia (partner di MySpace in Italia) per 5 anni. E 3 anni fa, assieme ad uno dei soci di Konomedia, ho deciso di liquidare l’agenzia, che funzionava alla grande, ma aveva tanti crediti verso i clienti, incassare tutto, ed investire nella startup Metooo.

metooo

Abbiamo realizzato un Minimum Viable Product che ci ha permesso di raccogliere i primi 60K, da un business angel londinese, stanco della “tristezza” comunicativa di Eventbrite (che alla fine è una biglietteria), ed abbiamo utilizzato quei soldi per sviluppare un site-builder di siti web per eventi, mettendo il design al centro del servizio. Ha funzionato, sono arrivati i primi utenti soddisfatti, e pure l’interesse di altri investitori. Lo scorso luglio abbiamo chiuso un secondo round da 450K (qui la notizia tecnica) che ci ha permesso di arrivare allo stato attuale: piattaforma web matura, due app (fan & plan), un team di 6 persone, una sede a Londra e un piano di crescita che è iniziato lo scorso 19 settembre, a San Gennaro con il vernissage di lancio del nuovo sito.

Finora, infatti, abbiamo operato pressoché in no-show mode, limitandoci ad interagire con le richieste che arrivavano spontanee dal mercato. Unico strumento di spinta è stato il nostro blog, la pagina fan di Facebook è roba recente.

1. Ottimizzare

Non abbiamo inseguito le vanity metrics. Ad oggi abbiamo circa 2000 utenti, ma tutti attivi, non ce ne frega dei ghost users, quelli che una volta fatto il sign-up non faranno mai più il login.

Crediamo nel dialogo con ogni utente, io stesso mi trovo a fare customer care, anche con brand importanti che ci utilizzano, e vedo la sorpresa quando mi incontrano, perché normalmente se sei un ragazzino è normale che ci metti la faccia, ma se sei un po’ più “grande” fa strano (ma solo in Italia eh, a Londra è tutto molto più normale).

Abbiamo dato valore ad ogni euro speso, per cui niente investimenti di “gloria”, il 90% del nostro budget è investito in persone, il vero valore di una startup.

Il resto sono ufficio (siamo tutti in una sola stanza) e computer/device per lavorare.

Non siamo mai saliti su un palcoscenico, non che sia una cosa deplorevole, ma tutti noi riteniamo che se ti trovi ad una mostra di pittura, prima di andare a presentare la cornice, dovresti dipingere un quadro originale, se ci vai con la fotocopia non fai una bella figura.
Siamo abituati a doverci confrontare con delle diseconomie ambientali quotidiane, e questo ci spinge a trovare soluzioni creative ad ogni cosa che facciamo, puntando sulla semplificazione piuttosto che sull’aggiunta.

2. Rischiare

Il nostro settore richiede un investimento in educational activities notevole, pensate che la prima domanda che ci fa un addetto ai lavori è “la differenza rispetto Eventbrite?”

È molto difficile attirare le migliori risorse qui a Napoli (dove abbiamo scelto di lasciare la nostra sede operativa) perché il territorio è veramente inquinato di falsi guru, che hanno promesso mari e monti a mezzo mondo, e fregato le aspettative di troppe persone, per cui fai fatica a far capire che non fai parte di quel “sistema”. Inoltre il tasso di startup che assumono è molto basso, e un developer, ad esempio, sa che se va a Londra e poi perde il lavoro perché la startup fallisce, ne trova un altro scendendo al bar, se invece viene a Napoli e la startup fallisce, potrebbe restare senza lavoro.

In Italia una persona diventa senior a 40 anni, ed a quell’età probabilmente ha famiglia ed un mutuo, e non si butta a capofitto nelle imprese che non gli assicurano un orizzonte di crescita, o almeno di stabilità, e preferisce le agenzie (pure se gli mortificano la professionalità) alla startup.

In Italia ci sono più incubatori e acceleratori che startup da incubare ed accelerare, e si fanno la guerra tra loro invece di creare dei distretti, sul modello della roundabout londinese.

Ci perdiamo tutti.

C’è poca, pochissima predisposizione al capitale di rischio, e spesso gli investors si rifanno a metriche di crescita dell’impresa classica, senza capire veramente come crea valore una startup, e questo obbliga a ridurre la libertà di esplorazione, che è proprio il mangime che alimenta gli unicorni.

3. Fare, sbagliare, rifare

Seguiamo i principi Lean: facciamo un pezzetto, lo mettiamo su beta, lo proviamo con gli early adopters, lo mettiamo pubblico, vediamo che succede, aggiustiamo il tiro, rifacciamo.
Tutto a intervalli abbastanza brevi, non troppo però perché sennò diventa un gioco, e giocare costa.

4. Parlare chiaro

Ci vuole un advisor con dei track records veramente significativi. Uno che prima di prendervi, vi fa le pulci, vi mette in crisi, e vi fa passare un mese (dico davvero) con l’investitore che ne capisce di meno, e rompe di più, per capire anche la vostra predisposizione ad avere dei soci di capitale che una volta messi i soldi non è che si dimenticano, né vogliono perderli, quindi saranno vivi e presenti.

Ci vuole un modello di business comprensibile, innovativo si, ma non troppo, perché come diceva mio nonno, “se sei un passo avanti alla massa, questa ti seguirà, se sei tre passi avanti, non riuscirà a vederti”. Il segreto è essere due passi avanti, ma credetemi, quel secondo passo può essere tanto la vittoria che la rovina, e dovete monitorare ogni giorni da quale parte della linea state camminando.

Ci vuole anche culo, perché non è detto che i progetti migliori vengano sempre finanziati, così come non è vero che i progetti finanziati sono sempre i migliori.

Certo è che se il vostro pitch sta girando da 6 mesi, e nessuno vi fila, qualcosa di profondamente sbagliato c’è.

5. Vivere da startupper

Bisogna evitare di leggere i libri sulle startup, e di guardare le serie sulle startup. Quello è show business. Ad esempio, nessuno vi dirà che a tanti eventi che si tengono a Londra ci sta la cassa delle birre gratis perché le offrono le società immobiliari che poi fittano gli uffici agli startupper a 40mila sterline l’anno.

Certamente però se pensate di lavorare come se foste alle Poste, fate una application alle Poste, non create una startup, dove i ritmi sono necessariamente più intensi, divertenti si, ma pure molto più stancanti.

6. Dare il buon esempio

Niente è più credibile e forte del buon esempio.
Se dite che il vostro servizio/prodotto è un game changer, in grado di migliorare la vita delle persone e di far diventare ricchi gli investitori, metteteci i vostri soldi.
Se non li avete prendeteli a prestito , amici, parenti, fidanzati, fate i fattorini, quello che volete.
Se non ci mettete manco i soldi per il notaio, perché temete di perderli, vuol dire che non ci credete abbastanza, e quindi nessuno vi darà credito.
Ah, i soldi per comprarvi il macbook retina o l’iphone non valgono.

7. La red flag

Quando vi contatta qualcuno che si dice capace di portarvi dei risultati, di qualsiasi tipo ed in qualsiasi ambito, voi rispondete che volete valutare i track records e pagarlo (anche tanto) a success-fee.
Se si rifiuta, pure se non dovesse iniziare dicendo che tiene le spese da pagare, ma si limitasse a dire che “non sai come funziona questo mondo”, fuggite.

8. Give back!

Se qualcuno vi ha aiutato, in qualsiasi modo, siete in debito di aiutare altri, in qualsiasi modo.
Io sono stato aiutato, e sto aiutando voi.
Quindi voi ora siete in debito e dovete aiutare altri.

Go ahead!

Ferdinando Macchia Caruso
CEO Metooo

* Reblog e adattamento dal post originale dell’autore su Medium

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