5 startup fichissime, fallite

Storie di startup che avevano tutto, copertura mediatica, soldi, e tanto successo fallite per svariati motivi. Le abbiamo elencate evidenziando motivi (e lezioni utili da imparare)

Aver ricevuto un finaziamento milionario, essere stati celebrati da TechCrunch, avere alle spalle un team eccezionale: sono tutti fattori che possono aiutare una startup a raggiungere il successo. Ma non lo garantiscono, anzi. Gli annali sono pieni di imprese partite in grande stile, solo per poi arenarsi su qualche secca.

C’è persino un sito, Autopsy, che è un vero e proprio “cimitero virtuale” che raccoglie le loro storie. Vediamo i casi più clamorosi, fra quelli accaduti negli ultimi dodici mesi.

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1. Secret

Lanciata nel 2014 come strumento per condividere messaggi e rumors in maniera anonima a differenza di quanto accade con WhatsApp e altre applicazioni rivali, aveva raccolto più di 25 milioni di dollari di finanziamenti, prima di essere costretta a chiudere i battenti meno di un anno dopo. Motivazione ufficiale, secondo il fondatore David Byttow: non corrispondeva più all’idea (o per dirla con parole sue, alla “visione”) che quest’ultimo aveva in mente al momento del lancio.

Cos’è successo: che, in maniera in fondo abbastanza prevedibile, l’idea di proteggere l’anonimato e di garantire maggiore libertà, si è scontrata con la paura di possibili abusi. In particolare, una campagna di stampa condotta dalla giornalista di Pando Daily, Sarah Lacy, iniziò ad agitare lo spettro di possibili atti di bullismo, che avrebbero potuto condurre i soggetti più sensibili, come gli adolescenti, al suicidio. Fra Byttow, Lacy, e Paul Carr, altro giornalista di Pando la polemica virò poi sul personale.

A questo si aggiunsero poi problemi in Brasile – paese in cui la Costituzione tutela la libertà di espressione, ma proibisce l’anonimato. Il team provò a correre ai ripari, inserendo tutta una serie di funzioni che avrebbero dovuto salvare capra e cavoli; di fatto però, snaturando in questo modo la natura “anarchica” dell’applicazione e portando in seguito alla chiusura.

Lezioni da memorizzare: prima di lanciare il prodotto verificare che rispetti tutte le normative nazionali e internazionale. Non inimicarsi i giornalisti, specie quelli influenti e ben introdotti nel sistema Silicon Valley.

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2. Grooveshark

Gli appassionati di musica da ascoltare online gratuitamente, ricorderanno probabilmente Grooveshark. Il servizio, una sorta di Spotify ante-litteram, a cui però mancava legittimità legale, dato che metteva a disposizione migliaia di canzoni senza alcun accordo previo con i detentori dei diritti, aveva raccolto 4,5 milioni di dollari da vari finanziatori. I soldi e i 40 milioni di utenti in tutto il mondo, non sono bastati però a impedirne la chiusura, ottenuta dalle major discografiche a colpi di ingiunzioni e di richieste di risarcimento danni.

A un certo punto, il giudice americano Thomas Griesa, si era spinto a ipotizzare una multa di 150.000 dollari per ogni canzone messa online illegalmente. Trattandosi di almeno 5.000 titoli, la somma finale sarebbe stata davvero ingente.

Troppo, per i fondatori Josh Greenberg e Sam Tarantino, che pur di evitare ulteriori guai, chiusero la società, postando anche online una sorta di auto da fé, in cui ammettevano le proprie colpe e invitavano i fan a utilizzare servizi legali come quelli messi a disposizione dalla potente associazione americana dei discografici.

La vicenda di Grooveshark ha un finale purtroppo ancora più cupo e per molti versi misterioso: il 21 luglio scorso Greenberg, a soli 28 anni viene trovato morto nella sua casa in Florida. Suicidio o delitto, non è chiaro.

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Leggi anche: Il cimitero delle startup mai nate,
l’idea di un designer italiano

3. Circa

Circa, invece, è una delle tante startup cadute sull’altare dell’evoluzione del giornalismo. Ovvero della ricerca di nuove forme di espressione e nuovi modelli di business che suppliscano al calo di incassi dei giornali innescato dalla rivoluzione digitale.

Fondata nel 2012, aveva fatto dell’atomizzazione delle news, ossia della loro scomposizione in piccoli nuclei di significato: fatti, statistiche, commenti, virgolettati, il proprio cavallo di battaglia. Altra particolarità era che le news non si concludevano una volta scritte, ma continuavano a svilupparsi nel tempo, e un utente poteva “abbonarsi” a una determinata storia per seguirne gli sviluppi. Concetti molto avanzati, per l’attuale panorama mediatico. Forse troppo, tanto che a giugno 2015 la società è stata costretta a chiudere perché i soldi stavano per esaurirsi, e dopo tre anni Circa non era ancora riuscita a trovare un modello di business stabile, né ad assicurarsi qualche cospicuo finanziamento per coprirsi le spalle.

Lezioni da memorizzare: essere dei pionieri in un certo campo è eccitante, ma non è detto che le condizioni di mercato consentano di proseguire a lungo nell’avventura. D’altra parte, è facile che l’esperienza accumulata aprendo nuove strade si riversi poi in nuovi prodotti e nuove opportunità imprenditoriali. Molti dei giornalisti facenti parte del team di Circa sono stati poi assunti da altre testate, ansiose di rinnovarsi.
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4. Twitpic

Sono passati quasi esattamente 12 mesi da quando, il 25 ottobre 2014, Twitpic ha chiuso i battenti. Si è trattato di una chiusura per certi versi clamorosa, e non determinata, come nei casi precedenti, da problemi di illegalità del servizio, o dalla mancanza di un modello di business.

Il sito che agevolava la condivisione di foto su Twitter, diventato celebre per aver ospitato, nel 2009, l’immagine di un area ammarato sul fiume Hudson dopo un atterraggio di emergenza, ha dovuto arrendersi a seguito delle pressioni del social network. I legali di Twitter pretendevano che Twitpic rinunciasse al proprio marchio, accusato di provocare confusione negli utenti, e minacciavano in caso contrario di impedire al sito l’accesso alle API, impedendo quindi, di fatto, la prosecuzione delle operazioni.

Non potendo Twitpic competere in una battaglia legale con un’azienda molto più grande e meglio finanziata, ha deciso di abbandonare il campo, lasciando comunque un ottimo ricordo nella memoria degli appassionati.

Lezioni da memorizzare: costruire un servizio che si appoggia su una piattaforma altrui – che si tratti di quella di Twitter, Facebook, Apple o di un’altra azienda – può servire a ridurre i costi in fase di startup e a favorire la diffusione del prodotto, ma espone inevitabilmente all’arbitrio di chi ospita. Le regole possono cambiare da un momento all’altro, specie se l’azienda più grande ha intenzione di lanciare un prodotto simile a quello del concorrente. Meglio, se possibile, fare da soli.

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5. Gigaom

Per i fan del buon giornalismo tecnologico, la scomparsa, il 9 marzo 2015, di Gigaom, è stata davvero un brutto colpo. Fondata dall’imprenditore indiano-americano Om Malik, la rivista si era caratterizzata fin da subito per lo stile asciutto e senza fronzoli, e le analisi acute e approfondite di commentatori come Matthew Ingram. Aveva anche lanciato una serie di conferenze tecnologiche, GigaOm Events, e allestito un servizio di consulenza e creazione di report su richiesta, per le aziende.

Tutto ciò non è bastato ad evitare però che il 9 marzo scorso – dopo che il fondatore ne aveva già lasciato da parecchio tempo il timone – l’azienda cessasse le pubblicazioni, ufficialmente per l’incapacità di ripagare pienamente i creditori. In realtà, le motivazioni non sono mai state spiegate in modo davvero esauriente, è possibile che la linea senza compromessi del giornale, non fosse piaciuta a tutti.

Lezioni da memorizzare: come testimonia anche la vicenda di Circa, lanciare un nuovo prodotto editoriale oggi, è forse una delle operazioni imprenditoriali più difficili. Se poi si intende farlo puntando sulla qualità e sulla sostanza, e non sulle liste e i gattini, è ancora più difficile.

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