I fatti principali del 2015 delle startup nelle 5 regioni del centro Italia

Cosa è successo nelle regioni del centro Italia nel 2015, dove il Lazio rimane il secondo ecosistema nazionale, mentre in Abruzzo la finanziaria regionale investe 14 milioni in startup

 In vista dell’Open Summit di StartupItalia! che si terrà il 14 dicembre a Milano, abbiamo deciso di riassumere i fatti principali del 2015, regione per regione. L’Open Summit (#SIOS15), oltre che un momento di networking tra startup e investitori, vuole essere un evento dove l’ecosistema italiano si potrà incontrare per la prima volta, raccontando opportunità, rischi e difficoltà. Abbiamo messo online i biglietti.Gratis. Li trovate qui.

Lazio, l’eterno secondo alla Lombardia

Roma sarà anche la capitale d’Italia, ma non riesce a diventare quella delle startup. Almeno per ora. Con 389 startup, si ferma subito dietro a Milano che però ne ha quasi il doppio. In generale, nella classifica delle regioni, il Lazio si posiziona al terzo posto con 455 startup (il 9,7% del totale). Il 2015 per le startup laziali è stato caratterizzato dalla polemica degli architetti contro Cocontest ma anche da una accelerazione degli investimenti.

«Rispetto a tre anni fa, quando abbiamo cominciato la nostra avventura il clima è cambiato parecchio- dice il fondatore di Pedius, il romano Lorenzo Di Ciaccio – rispetto a prima c’è molta più maturità, a livello di sistema, oggi trovare i primi soldi è più facile». Meno entusiasmante l’esperienza con Lazio Innova: «abbiamo partecipato a un bando nel 2013, ma la procedura non si è ancora conclusa o almeno ancora non sappiamo nulla. L’aver accentrato tutto in un unico organismo è stato comunque un gran passo avanti», ha aggiunto Di Ciaccio.

Molto deluso è anche Roberto Magnifico, membro del board di LV Venture: «qualunque regione al di fuori del Lazio è disposta a metterci sul tavolo agevolazioni che questa regione non riesce a fare. Combattiamo ad armi impari rispetto ai nostri concorrenti fuori Roma».  Al di là di tutto questo però «una grossa accelerazione nel 2015 l’abbiamo vista da parte degli investitori privati», ha aggiunto Magnifico sottolineando che «due anni fa una startup raccoglieva 200 mila euro in 7-8 mesi, ultimamente un progetto di accelerazione ne raccoglie in media 400 mila in pochi giorni». Fra le novità positive degli ultimi 12 mesi però c’è la costituzione dell’ Angel Partner Group nato a Roma nel mese di maggio dall’unione di un gruppo di business angel locali, messisi insieme  proprio per snellire i processi di investimento da parte dei privati. Ma anche la freschissima notizia della Lazio School Academy con cui la Regione, attraverso BIC Lazio (la società per la creazione e sviluppo di startup innovative), si occuperà di sviluppare e premiare l’imprenditorialità tra i banchi di scuola. Fra le startup laziali protagoniste del 2015 ci sono SoundreefWineoWine e Gamepix che con la sua piattaforma di distribuzione videogiochi ha avuto crescita esponenziale.

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Marche terza regione rapporto startup/società di capitali

Secondo gli ultimi dati del registro imprese, nel terzo trimestre del 2015 le Marche si confermano la terza regione d’Italia con la più elevata incidenza di startup in rapporto alle società di capitali (con 55 startup ogni 10 mila società di capitali). Food, energia rinnovabile, trasporti, questi alcuni dei diversi settori in cui lavorano le startup della regione. Una realtà molto attiva della zona è The Hive, un coworking e incubatore d’impresa di Ancona, che si è appena classificato ottavo nel ranking europeo dei migliori incubatori privati stilato da Ubi Global. «Siamo nati nel giugno 2013 e lo scorso ottobre abbiamo ottenuto la certificazione del Tuv Thuringen, siamo i primi ad aver ricevuto un riconoscimento del genere in Italia», Ha spiegato Francesca Formichini, uno degli amministratori delegati di The Hive, aggiungendo che nell’ultimo anno con la Regione Marche «abbiamo partecipato e vinto diversi bandi tra cui quello per i fondi per lo Sviluppo e Coesione che offriva un contributo a pari al 40% dell’investimento a fondo perduto».

Fra le startup del territorio marchigiano che più si sono distinte in quest’ultimo anno c’è Visionar che anche grazie alla collaborazione col Politecnico delle Marche ha realizzato moto elettrica presentata recentemente a un fiera dal settore a Milano. Molto successo hanno riscontrato anche Synbiofood  che realizza prodotti con pro biotici ed ha già aperto diversi punti vendita in varie città d’Italia e Quinoa Marche che ha portato la produzione di questa pianta per la prima volta sul territorio.  Restiamo nello stesso settore con Biopic che nell’ultimo anno ha ricevuto parecchi riconoscimenti grazie ai suoi “orti in casa” che realizza attraverso led brevettati in grado di accelerare il processo crescita delle piante e attraverso stuoie pre seminate.

A cura di
Maria Chiara Furlò

Emilia Romagna, l’exit di Pizzabo e VisLab

All’Aldini Valeriani di Bologna nascerà il primo Barcamper Garage, un programma di accelerazione di startup voluto da Gianluca Dettori di dpixel in collaborazione con comune, regione e Unindustria. A Bologna si cercherà di far crescere 50 startup provenienti da tutta la Penisola, a stretto contatto con una delle scuole di maestranze più prestigiose in Italia. Non solo scouting e accelerazione. Perché la partnership si completa con i 50 milioni di euro di Primomiglio destinato proprio alla crescita delle startup incubate dal garage. Ne vedremo delle belle. Ma a Bologna ci sono anche startup come Musixmatch di Max Ciociola, che a febbraio ha siglato un accordo con Spotify.  Impossible dimenticarsi di quello che ha fatto PizzaBo di Christian Sarcuni, che a febbraio ha venduto al gigante dell’ecommerce tedesco RocketInternet la propria startup per una cifra mai rivelata, ma che alcuno hanno valutato intorno ai 55milioni di euro. Ancora, a Parma c’è Vislab, la macchina che si guida da sola progettata da un team universitario guidato da Alberto Broggi (qui la sua intervista a Riccardo Luna) venduta ad Ambarella per 30 milioni di euro.

A cura di 
Arcangelo Rociola

Toscana, i casi di successo nella regione di Nana Bianca

Sono 287 le startup innovative toscane iscritte al Registro delle Imprese delle Camere di Commercio italiane e due gli incubatori certificati: Nanabianca, fondata nel 2012 da Paolo Barberis, Jacopo Marello e Alessandro Sordi, e il Polo Tecnologico di Navacchio, presieduto Andrea Di Benedetto, founder di 3logic, startup tecnologica che si occupa di immagini digitali. Ci sono anche due incubatori pubblici: quello del Comune di Firenze, diretto da Lorenzo Petretto e gestito dalla Scuola Superiore di Tecnologie Industriali e quello dell’Università di Firenze, lo Uif attivo dal 2010.

Per il Polo Tecnologico di Navacchio si parla di 11 startup innovative che rientrano nel settore del digitale per l’80% dei casi e che sono in fase di ricerca di investimenti, anche se dal Polo stesso non segnalano, per il 2015, nessun caso di crescita di startup particolarmente significativo. Mentre una previsione in positivo è stata fatta per il 2016, quando le startup saranno più solide. Per quanto riguarda Nanabianca, invece, ha in portfolio 25 startup, la maggioranza delle quali è registrata come startup innovativa, di cui 14 hanno sede in Toscana: di queste, 8 utilizzano gli uffici open space di Nanabianca. Altri casi di successo sono Instal e Viralize, attive nel settore dell’advertising e di Vino75 (nato dalla startup 3ND, che nel 2015 ha concluso per il “progetto vinicolo” un aumento di capitale di 600mila euro), Gourmant (che proprio quest’anno ha ottenuto un round di finanziamento di 470mila euro da parte di P101 e Club Digitale) e Buruburo, che operano invece nel settore dell’eCommerce.

Umbria, dove Face4Job vale 5 milioni di euro

A pochi km delle quasi 300 startup toscane, ci sono le settanta umbre iscritte al Registro delle Camere di Commercio: 20 in provincia di Terni e le altre nell’area di Perugia. Tutte le startup umbre sono capitalizzate, con un range che va dai 5mila ai 20mila euro. La ragione, spiega a Startupitalia! Fabrizio Zancaglioni di Italeaf, sta nel fatto che la regione è piccola e si tratta prevalentemente di startup che offrono servizi piuttosto che prodotti. Tra l’altro, in Umbria non esistono incubatori certificati di grandi dimensioni che facciano riferimento all’Università o ad aziende, tanto è vero che, dice ancora Zancaglioni, l’area ternana delle startup gravita più su Roma che su Terni stessa. D’altronde, la stessa Italeaf non è un incubatore e il suo compito è quello di costituire nuove società che, pur avendo rinunciato ai benefici del decreto startup innovative, sono a tutti gli effetti delle startup innovative.

«E’ un ecosistema molto piccolo, in cui ci sono due operatori attivi nel settore oltre a noi che non siamo un incubatore: Metagroup, che insieme a Zernike gestisce tre fondi regionali, ma di questi neanche uno in Umbria, e poi Sviluppumbria, incubatori in fase di seed che propongono startup a investitori istituzionali ma che finora non hanno registrato nessun caso di successo», dice Zancaglioni, che aggiunge che «negli ultimi due anni, in Umbria non c’è stata nessuna exit. L’ultimo caso di successo dell’ultimo anno è Face4Job, un portale per l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro a cui hanno aderito alcune multinazionali attratte dall’approccio innovativo che Face4Job proponeva, tanto che la startup ha avuto due o tre round di funding».

I problemi che incontra l’Umbria nello sviluppare un ecosistema di startup più evoluto hanno diverse cause: prima di tutto, è una regione piccola, di soli 800mila abitanti. Poi, ha una forte tradizione di multinazionali e piccole imprese ma è ancora debole il contributo dell’Università alla diffusione dell’innovazione, soprattutto se paragonato alle regioni confinanti (Lazio e Toscana in testa). Un altro problema è la mancanza di open innovation: «Le possibilità ci sarebbero anche, ma dai grandi gruppi industriali presenti sul territorio umbro c’è ricaduta zero sulle startup che nascono. A Terni e provincia ci sono 17 gruppi multinazionali che però non hanno la “testa dirigenziale” qui in Umbria: da noi hanno solo quella operativa ed è chiaro che in questo modo la possibilità di avvicinare una startup è sempre più remota. Si nega loro di essere parte integrante delle innovazioni delle multinazionali. Se consideriamo poi il lato delle Pmi dobbiamo ammettere che non hanno le dimensioni adatte per investire sulle startup innovative», spiega Zincaglioni. A questo si aggiunge una impreparazione di base a livello manageriale.

Abruzzo, dove Fira ha investito 14 milioni

La sorpresa per le startup del Centro Italia sta poco più a Sud, in Abruzzo, dove la realtà più importante, quando si parla di startup, è StartHope, il fondo di Fira (Finanziaria regionale abruzzese) che finanzia le 22 startup attualmente nel portafoglio della Finanziaria (qui tutti i progetti). Di queste 22, solo tre non sono iscritte al registro delle startup innovative. Inoltre, fino ad ora, come spiegano da StartHope, gli investimenti  effettuati sono principalmente nel settore delle Ict e del digitale, anche se si sta rivelando sempre più presente l’agrofood e il biotech.

Secondo StartHope, tre sono le startup che meritano di essere segnalate per questo 2015:

  1. Foodquote, una piattaforma e-commerce per la vendita di prodotti agroalimentari artigianali che ha ha ottenuto ulteriori investimenti  da parte di altri fondi e business angel dopo l’investimento della stessa StartHope;
  2. Oncoxx, una società che fa ricerca di terapie antitumorali. Questo, per StartHope, oltre a essere un “investimento etico2 può avere un grande ritorno economico al momento dell’exit, dal momento che ha ottenuto un milione di euro di investimento e quindi potrebbe diventare una delle operazioni più importante perché l’exit era molto grande.
  3. Infine, Eatness, per la lavorazione di prodotti nutraceutici in particolare olio, un’eccellenza locale.

«In questi due anni abbiamo incontrato diverse difficoltà, tra cui quella di integrazione con il mondo universitario per offrire una formazione che fosse in linea con le nostre startup che, avendo necessità di ampliare il proprio team con figure altamente specializzate sul territorio regionale, hanno riscontrato una carenza di tali risorse provenienti dal mondo accademico. Per questo stiamo attivando degli accordi di programma con le università abruzzesi per migliorare e qualificare l’offerta formativa in vista di questo cambiamento nel mondo economico ed occupazionale», spiegano da StartHope.

Un’altra difficoltà è stata quella legata all’assenza di un sistema di credito, a livello regionale, in grado di sostenere gli investimenti istituzionali a supporto delle startup. C’è poi «un forte ritardo nella creazione di un ecosistema favorevole alle startup sia in termini infrastrutturali che culturali».

A cura di
Chiara Baldi

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