Cosa è il Patent Box e cosa ne pensano gli startupper italiani all’estero (dove c’è da anni)

L’agevolazione fiscale per chi produce reddito sfruttando la proprietà intellettuale raccontata dagli italiani che fanno startup all’estero. Una norma attesa da chi fa innovazione in Italia

Da qualche giorno gli startupper italiani hanno la possibilità di essere un po’ più vicini (sebbene la distanza resti ancora tanta) a quelli del Regno Unito. Il merito è del Patent Box, l’agevolazione fiscale – che in Uk e altri Paesi europei esiste già e ha dato molti frutti – che cerca di riattrarre le imprese dall’estero permettendo di abbattere fino al 50% l’imponibile tassato per i redditi derivanti da marchi e brevetti. Abbiamo intervistato i diretti interessati, gli italiani che sono andati a fare startup all’estero (anzi proprio a Londra) e i loro consulenti legali, per capire se quello del Patent Box può essere una soluzione, o almeno un primo passo, per cominciare a far loro pensare di tornare a casa.

Patent Box

Cos’è e come funziona il Patent Box

Prima di ogni altra cosa, per usufruire del Patent Box bisogna produrre un reddito (quello che poi deve essere tassato, in questo caso con uno sconto). Seconda cosa indispensabile è che questo reddito provenga dallo sfruttamento di un diritto industriale: opere dell’ingegno, brevetti industriali, marchi, disegni e modelli, ma anche processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili. Il modello per aderire a questa forma di tassazione agevolata è disponibile già da qualche giorno sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Chi vorrà avvalersi di questo regime fiscale opzionale potrà comunicare in via telematica (attraverso il software “Patent_box” disponibile sul sito dell’Agenzia) i dati previsti nel modello, da solo o con l’aiuto di commercialisti o altri soggetti abilitati. Come prova della comunicazione, l’Agenzia delle Entrate rilascerà sempre in via telematica una ricevuta.

Gli ottimisti: un passo avanti, speriamo facile accedervi

Il Patent Box «penso sia assolutamente idea positiva che probabilmente sarebbe dovuta arrivare già molto tempo fa». A dirlo è Massimo Donna, avvocato, socio dello studio Paradigma Law, con sede a Milano e Londra, che si occupa molto spesso di offrire consulenza legale alle startup. Secondo Donna, per molto tempo rispetto ai paesi europei che hanno un regime fiscale agevolato dello sfruttamento della proprietà intellettuale e industriale, l’Italia è rimasta indietro. Un ritardo, «che il governo sta cercando di colmare, anche se bisognerà vedere poi nei fatti quanto facile sarà esercitare l’opzione del Patent Box, cosa che dipenderà anche dall’azione dell’Agenzia delle Entrate. In questo momento si può dire che si tratta di buona idea, ma bisogna vedere come sarà realizzata».

Se sia un passo avanti anche verso il rientro dei “cervelli in fuga” che hanno fatto startup all’estero è difficile dirlo anche perché sono diverse le ragioni che li portano a lasciare l’Italia: «una è il regime fiscale delle società che operando dall’estero godono di un vantaggio competitivo importante, in questo contesto sì, il Patent Box può aiutare e contribuire a portare a tassazione effettiva in Italia a livelli simili  a quelli di altri paesi europei sempre che poi sarà reso strumento accessibile facilmente per startup e Pmi in generale» ha aggiunto Donna.

Che si tratti di un passo avanti ne è certo anche Matteo Loglio, fondatore italiano di Primo.io trasferitosi  a Londra,  che però ammette di non sapere se la misura sia sufficiente a rendere l’Italia competitiva sull’innovazione con altre nazioni europee. «Di sicuro è cosa positiva, può essere che sia un inizio», ha detto a Startupitalia!, aggiungendo che per convincere chi è andato via a tornare in Italia mancano i fondi, non ci sono persone che investono come negli altri Paesi, «ma in Italia ci sono molte attività dal basso e molta gente che si dà da fare, che è sempre una cosa positiva. Anche se non ci sono i soldi per diventare Uber o Facebook, il Paese è molto attivo, la scena italiana è comunque caratteristica e dovrebbe puntare di più sulle sue caratteristiche, ha concluso Loglio.

Non il primo passaggio per essere più competitivi, ma l’ultimo

Una parte del lavoro di un altro italiano a Londra, Stefano Tresca managing partner di iSeed ed ex avvocato, è quello di spiegare come creare un ecosistema adatto alle startup. Proprio qualche giorno fa l’ha fatto all’African Summit di fronte a rappresentanti di 10 nazioni Africane. Il mese scorso in Polonia, nel TecnoPark Pomerania. Ha seguito la crescita di Londra dall’inizio, e in passato ha lavorato in 23 paesi. Secondo lui, «il Patent Box non può essere il primo passaggio per rendere l’Italia più competitiva, ma l’ultimo».

Lo specialista di ecosistemi startup ha spiegato che, ad esempio, l’Inghilterra prima ha creato il SEIS ed EIS (chiunque investa fino a 150.000 sterline in startup scarica dalle tasse circa il 70%, chiunque investa fino a 500.000 sterline scarica circa il 40%). «E proprio questo ha portato ad una crescita delle startup. Ma visto che i brevetti sono intangibili (quindi possono essere spostati senza fatica al contrario delle persone e delle cose), molte di queste aziende registravano l’IP in Irlanda dove la tassazione è al 12.5% (in Inghilterra è al 20%)». Quindi, solo dopo avere creato nuove aziende, grazie ad un sistema semplice e non burocratico ed agli sgravi fiscali, il governo britannico ha fatto in modo che queste aziende non muovessero un pezzo di se stesse in Irlanda. Ecco perché, secondo Tresca «fare il Patent Box prima di far crescere il numero di aziende non ha senso. Nessun imprenditore torna in Italia se non può raccogliere fondi. Niente fondi, niente ricerca e sviluppo. Senza ricerca e sviluppo, non c’è nulla per usare il Patent Box».

I pessimisti: Meno burocrazia e più soldi a fondo perduto
Questa è la soluzione

Anche per Mario Bucolo,  fondatore e ceo di PhotoSpotLand che ha sede a Londra, questo intervento normativo non basta. «È una cosa interessante ma sicuramente poco orientato alle startup e più alle grandi corporate. Quando si imiterà spudoratamente il sistema inglese forse, forse, si potrà vedere un movimento di rientro», spiega Bucolo, aggiungendo che secondo lui potrebbero essere più utili anche «l’assenza di notaio reale per la costituzione di nuove società, l’emissione di nuove azioni e la loro assegnazione, la liquidazione semplificata sistemi di incentivazione agli investimenti come inglese SEIS/EIS, l’eliminazione del pizzo del 5% dall’equity crowdfunding, e quella di tutti i “fuffaroli” del mondo startup, ossia chi dice di far startup o di lavorare sull’ecosistema senza mai aver fatto vera startup», ha concluso Bucolo.

Nella concretezza, il Patent Box non cambia le regole del gioco anche secondo Giorgio Di Stefano, commercialista e membro della commissione di valutazione di Smart&start. Secondo lui, senza interventi seri che diano soldi a fondi perduto a questi ragazzi è difficile far partire il sistema davvero. «Anche la soluzione del debito tout court non aggiusta la situazione, mentre quello studiato da Smart&Start essendo senza interessi e senza garanzie è come se fosse un fondo perduto nell’operatività. Ha gli stessi effetti».

Maria Chiara Furlò

 

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