Google Big Tent: giornali, scuola, libri tra voglia di innovazione e ritardi

Un rapporto complicato, fatto di abbracci, ma anche di fughe, di entusiasmi travolgenti e di frenate al limite del ritiro della patente. Se quello tra cultura e innovazione è un matrimonio, ciò che è venuto fuori all’Aranciera di San sisto, sotto il Big Tent di Google, è che si può fare, anzi si è già… Read more »

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Un rapporto complicato, fatto di abbracci, ma anche di fughe, di entusiasmi travolgenti e di frenate al limite del ritiro della patente.
Se quello tra cultura e innovazione è un matrimonio, ciò che è venuto fuori all’Aranciera di San sisto, sotto il Big Tent di Google, è che si può fare, anzi si è già stretto. L’amore c’è, magari è litigarello come direbbero all’ombra del Colosseo, ma non si torna indietro.
Sono nozze grosse: tra cultura e Google, ovvero tra un pezzo da novanta della Rete e il mondo delle nostre conoscenze.
Il grande seduttore ha i capelli bianchi, 70 anni compiuti il 23 giugno, si chiama Vint Cerf, chief evangelist di Google: se Internet è come lo conosciamo lo si deve a lui e Bob Kahn.
Il municipio, o la chiesa se si preferisce, é l’Aranciera di San Sisto.
Il direttore d’orchestra Riccardo Luna, giornalista, direttore di StartupItalia! e di Chefuturo!, web evangelist e storyteller, quello che unisce i puntini.
“Sono appassionato di cultura e innovazione” é il biglietto d’amore che ha aperto la giornata alla Terme di Caracalla. La firma è di Massimo Bray, ministro della Cultura. “Nel mondo dei beni culturali c’é una straordinaria voglia di cambiamento”, e poi, il “Web é uno straordinario veicolo di contenuti culturali del paese”.
Parla di “cultura liquida”, di “dematerializzazione del patrimonio pubblico e privato con licenza creative commons” e dice basta ad un “Web autoreferenziale”. Se ci fermassimo qui, il matrimonio invocato da Riccardo Luna sarebbe piú solido di un Chianti con una fiorentina (la bistecca si intende) e ce ne andremmo via contenti.

Invece qualcosa va aggiustato. Marco Polillo non solo fa l’editore ma è presidente di Confindustria Cultura Italia. “Non credete a chi dice che il futuro è il self-publishing. Quella non è cultura”, rivendica il ruolo della Siae come “necessaria per la sopravvivenza dell’industria culturale” e si lamenta perché su Wikipedia la voce relativa alla Marco Paolillo Editore non è corretta. Provate a spiegare ad un nativo digitale cos’è la Siae, gli chiede Marina Salamon (presidente di Web of life) che parla di ragazzi “aggrappati a YouTube”. Ditegli anche che quando la cultura è liquida le decisioni non si prendono sui tavoli, ma se le prendono le persone. Senza permesso.

Storia finita? Depressione? Ritorno alla preistoria? Macché. A rilanciare l’eternità del rapporto d’amore tra la cultura e il grande seduttore Google ci ha pensato Antonio Spataro, che è il direttore di Civiltà Cattolica. Primo missile: “La chiesa e Internet erano destinati ad incontrarsi da sempre, nel progetto di Dio”. Secondo missile: “La creatività sta nei libri sacri dell’ebraismo e del cattolicesimo, e gli hacker hanno radici nella nostra storia” e li distingue dai cracker. Terzo missile (ma questo un po’ lo sapevamo): “Papa Francesco è radicalmente social”. Niente male per uno che dirige una rivista fondata nel 1850.

Fra visioni del futuro e tentennamenti, tocca al padrone di casa Vint Cerf, sparecchiare la tavola dalle incertezze. Di sè dice: “Sono un ingegnere, un tecnico. Da piccolo giocavo al piccolo chimico e mi piacevano le esplosioni, usare Internet era una opportunitá per far saltare tutto in aria”. Tanto per capirsi. A chi ancora parla di approccio graduale al digitale manda a dire che “o ti adatti o muori”. E vale per tutti. Dalla stampa alla scuola fino al business. “Cambia la scuola, cambiano le universitá, oggi siamo alla formazione permanente”. Racconta che “oggi molti prof mettono le lezioni online. E usano il tempo in aula per rispondere alle domande degli studenti” e che “due prof a Stanford hanno tenuto un corso online sull’intelligenza artificiale e hanno avuto 100.000 iscrizioni”. E la carta stampata? Beh, ieri s’è celebrato il funerale dei giornali tradizionali. Che sopravvivono da noi per una sola ragione. “Le info e le news di qualità funzionano bene sulla Rete. Ma la Rete deve essere efficiente, e in Italia non è così”.

Ma la linea è segnata “o ti adatti o muori”.

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