GipsTech, un’idea nata per caso

Matteo Faggin racconta GipsTech, una “tecnologia distruttiva” all’inizio della sua avventura. “Dopo questa meravigliosa vittoria, ci è cambiato il mondo attorno!”

roberto bonzio meets matteo faggin

«E il vincitore è… GIPStech

Quando pochi giorni fa, nel gran finale di TechCrunch Italyha sentito il nome della sua startup, quasi non ci poteva credere. Forse per una attimo ha pensato alle sue litigate con il suo prezioso mentore, docente di imprenditorialità, il grande David Kirschdurante l’MBA alla University of Maryland. Da italiano, non poteva accettare di rischiare un posto in una multinazionale per realizzare qualcosa. Quel rischio invece alla fine l’ha accettato. Ed è stato ripagato.

Matteo Faggin, 35 anni padovano, laurea in Ingegneria Meccanica, è convinto che alla prestigiosa competizione che ha premiato la sua startup ci fossero concorrenti con clienti, fatturato, investimenti da fondi VC e team fortissimi, molto molto belle e più avanti della sua, la quale forse però ha avuto qualcosa in più.

«Noi siamo davvero all’inizio della nostra avventura, senza nessun investitore ancora alle spalle, né un prodotto da vendere: ‘soltanto’ una tecnologia dirompente per le mani, che è stata sviluppata nelle sere e nei fine settimana degli ultimi due anni ma che ha ora bisogno di fondi e alcuni mesi di R&D per arrivare sul mercato. Penso che abbiamo vinto proprio per questo: proporre, a differenza degli altri, non una innovazione di business model ma una radicale innovazione tecnologica. Molto meno sviluppata, molto più rischiosa, ma con potenzialità enormi.»

La novità vincente di GIPStech è una tecnologia che porta le funzionalità del GPS all’interno degli edificisenza richiedere una infrastruttura dedicata (tipo wifi e beacons che altri usano), e utilizzando comuni smartphone. Quindi rispetto ad altri concorrenti, una tecnologia potenzialmente più economica, affidabile e pervasiva.

Come spesso accade, l’idea è nata quasi per caso, spiega Faggin. I suoi soci un paio di anni fa stavano sviluppando un apparecchio che doveva fare tutt’altro e si sono scontrati con la difficoltà di calibrazione dei sensori geomagnetici all’interno degli edifici. Dentro spazi chiusi infatti il campo geomagnetico terrestre, che in aperta campagna è molto regolare e punta sempre a nord, viene disturbato dai materiali ferromagnetici di tubi, armature del cemento e impianti presenti in ogni edificio. Ciò crea grossi problemi se occorre individuare il nord magnetico. Faggin riconosce che i suoi partner hanno avuto un vero lampo di genio, riuscendo a individuare le anomalie, per ogni edificio diverse, ed il modo di utilizzarle per creare una mappa utile per orientarsi e localizzarsi.

La squadra vincente comprende Gaetano d’Aquila, leader del progetto fin dall’inizio, ingegnere informatico, dopo il PhD e un’esperienza da ricercatore al CNR è poi passato nel settore privato, occupandosi di R&D per device complessi. Giuseppe Fedele ingegnere informatico e PhD, ricercatore presso UniCal con molte pubblicazioni alle spalle. Mentre il terzo (calabrese come gli altri due) non si può rivelare, ma è ingegnere informatico e PhD, oggi in una grande azienda estera. «Io sono il non-tecnico del gruppo, ingegnere meccanico ed MBA, mi occupo di startup e quando ho visto questa non ho resistito alla voglia di partecipare in prima persona», dice Faggin. Che ammette di essere ancora incredulo per il successo. Anche perché quella al TechCrunch è stata di fatto la sua prima presentazione pubblica di GIPStech. Frutto però di una lunga esperienza.

«Non c’è miglior modo per fare bella figura ad un pitch che provarlo, provarlo, provarlo finché non ti esce dalle orecchie. La preparazione in questi casi è tutto. Lo confesso: mi capita spesso di parlare in pubblico e quindi sono un po’ allenato, ma ogni volta è una nuova sfida e non si può dare niente per scontato.»

Non ci sono stati segreti nella presentazione che ha fatto centro. «In realtà, in confronto ai nostri sfidanti, il nostro Power Point era assolutamente artigianale senza una grafica bella e costosa. Qualcuno su Facebook l’ha definita una presentazione nerdish (con mio grande orgoglio visto che ho un background totalmente diverso!) e onestamente credo che questo ci abbia fatto gioco: in fondo noi abbiamo la tecnologia distruttiva, se c’è quella la grafica, il business model e tutto il resto possono passare in secondo piano.»

Faggin è alla sua prima startup, ma da tre anni collabora con il fondo di venture capital TTVenturefondo italiano nato per investire in startup di alta tecnologia di cui cura il percorso di accelerazione SeedLab, esperienza preziosa per far tesoro di alcune logiche importanti sul come una startup deve procedere e quali siano le difficoltà maggiori che si incontrano. «In realtà crediamo che sviluppare tecnologia sia possibile quando si hanno le teste giuste, la parte che rischia di diventare impossibile per dei tecnologi è quella di ingresso sul mercato e di business development.»

Ora racconta di essere impegnato nel proverbiale giro delle sette chiese a chiedere finanziamenti a tutti gli investitori. «Dopo questa meravigliosa vittoria, l’attenzione dei media ci ha cambiato il mondo attorno. Ora abbiamo privati che ci telefonano per investire! E fondi stranieri che ci contattano. E’ pazzesco.»

Cosa consigliare ad altri giovani startupper, dopo un’esperienza del genere?

«Un solo consiglio: ricordate che la copertura mediatica è importantissima per trovare i soldi che servono all’inizio! Non tutti possono avere la nostra fortuna (questa è una di quelle cose che ti capitano una volta nella vita), ma tutti possono andare a rompere le scatole ai giornalisti, per ottenere un poco di visibilità. La premessa necessaria è ovviamente che si riesca a costruire una storia comprensibile ai più e non solo agli addetti ai lavori in modo che le controparti possano interessarsi.»

Ora Faggin guarda avanti con fiducia al futuro di GIPStech. Il premio ha permesso l’apertura di un capitolo nuovo. Ma non ha dimenticato che per lui, la vera svolta, quella che ha cambiato il suo modo di ragionare, spingendolo verso l’imprenditorialità, è stato quell’MBA alla University of Maryland, quelle discussioni accese con Kirsch. «Rischiare tutto, mettersi in gioco… Cosa mi venivano a raccontare quelli? Beh, la lezione l’ho capita poi; il lavoro l’ho lasciato e ho avuto l’opportunità di entrare a far parte di GIPStech. L’ho fatto con calma e senza rischiare tutto, con l’aiuto di chi ha creduto in me per fare un lavoro di venture capital per il quale non avevo esperienza, e anche con un abbondante dose di fortuna… ma la fortuna aiuta gli audaci!»

Forse è per questo che da un po’ di tempo reagisce in modo diverso al tormentone che lo perseguita. Lui

è cognato di un altro startupper giramondo, Paolo Privitera (Pick1), ma tutti gli chiedono se sia parente del leggendario Federico Fagginvicentino, fra i padri del microchip e veterano degli italiani di Silicon Valley.

«Una volta rispondevo subito: no. Adesso resto sul vago, ammicco… chissà..?»

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