50 startup, neanche un pitch

“Tirarsi su da soli, prendendosi per le stringhe degli stivali” il vero significato di Bootstrap. Ieri è finito l’evento, ma continueranno a fruttare le conoscenze

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Cinquanta startup e neanche un pitch. Riassumerei così Bootstrap, la giornata di ieri organizzata da StartupItalia!. A disposizione delle giovani imprese c’erano 50 mentor tra professori, dirigenti d’azienda, imprenditori e giornalisti. Ma, ripeto, non c’è stato spazio per alcun pitch. Anzi, per alcuna presentazione. La scorpacciata di termini inglesi che spesso, anzi quasi sempre, caratterizza eventi di questo genere ha infatti lasciato spazio a scambi più spontanei. Si è parlato come si mangia, come si suol dire.

Gli startupper hanno avuto la possibilità di mettere sul tavolo la loro idea nuda e cruda ed esporre dubbi, perplessità e obiettivi a lungo termine. Tavole tonde che vedevano avvicendarsi i vari mentor. Gli startupper rimanevano fermi al loro posto. A fine giornata, quindi, ognuno conosceva perfettamente la proposta dei colleghi e diventava esso stesso mentor involontario dei compagni di banco. Idee e scambi di idee, dalle 9 del mattino alle 19, quando sono stati assegnati i premi messi in palio da StartupItalia! e Citroen. Ho visto il fondatore di Tasteet, app per sfogliare e condividere i menù dei ristoranti, interessarsi al funzionamento di Scloby. «Poi capirete perché vi sto facendo tutte queste domande». E il motivo è che le due soluzioni sono potenzialmente integrabili. «Cosa facciamo? Ci concentriamo sulla Puglia o tentiamo una diffusione su scala nazionale?» si sono chiesti, e hanno chiesto, i fondatori della promettente Smarfle, applicazione di selezione intelligente dei brani musicali. Una risposta è arrivata anche da uno dei responsabili della banca del tempo Timerepublik: «Gli investitori riescono a dirti allo stesso tempo di guardare oltre i confini italiani e di partire concentrandosi sull’Italia. Non è una valutazione facile da fare». I fondatori di Shoozy sono venuti a Boostrap proprio per sondare la reazione della scena milanese: «Ormai a Roma ci conoscono tutti, volevamo confrontarci con un altro contesto». C’è chi come Cervellotik ha cercato consigli sul tema più spinoso, quello del modello di business, o chi come l’ottima Youmove.me ha mostrato i passi avanti fatti dal servizio di mappatura dei mezzi pubblici con l’integrazione di Uber e BlaBlaCar.

Tante, tantissime, domande che non sempre avevano una risposta unica ed esauriente. Tanti biglietti di visita. Di carta, assolutamente tradizionali e analogici. Ma indispensabili: lo scopo era quello di parlare e di mantenere viva la conversazione anche nei giorni successivi. Bootstrap non è stata una giornata fine a se stessa, ma l’inizio di un percorso. La parte iniziale di una discussione destinata a proseguire. Quel bisogno di fare sistema di cui si parla tanto ieri ha preso finalmente forma: tutti attorno allo stesso tavolo e tutti che si scambiavano i panni di chi consiglia e di chi si mette in gioco. Non c’è stato spazio per le lamentele – io non ne ho sentite – per la situazione dell’Italia o per l’assenza delle istituzioni nel sostenere le nuove imprese. Si guardava la faccia sorridente della medaglia, quella propositiva, con numerose idee dedicate all’innovazione delle imprese italiane. Chi si propone, con la sua soluzione, di svecchiare l’organizzazione interna delle aziende o chi si rivolge agli esercenti con sistemi di gestione dei clienti innovativi, come la già citata Scloby. Si pensa al proprio futuro economico e allo stesso tempo (a provare) a migliorare quello altrui. Ecco, fare startup vuol dire anche e soprattutto questo. Il bellissimo significato di boostrap non ha invece bisogno di interpretazioni di sorta: vuol dire tirarsi su da soli prendendosi per le stringe degli stivali. Ieri abbiamo iniziato a farlo, insieme, e non abbiamo intenzione di smettere.