Una “manovrona” per le startup. Le 8 riforme necessarie

Come far diventare l’Italia un Paese per startup? Servono riforme profondamente radicali, non solo incentivi e sgravi. Ecco 8 proposte. Prendiamo esempio dal Cile

Giovanni De Caro

Partendo da una spiacevole sensazione che non mi lascia dormire tranquillo da un po’ di anni (anche adesso, mentre scrivo, sono le tre di notte), ho deciso di fare due conti per capire se val la pena far crescere i miei figli in questo Paese. Sulla mia bacheca di Facebook ho già esposto una sintesi delle mie riflessioni; qui procedo con l’analisi.

Sono partito dal presupposto che sarà assai difficile per i miei figli trovare un posto come me in una banca, o come mio padre in una municipalizzata, o come mia suocera nella scuola.

Già, i miei figli saranno costretti a fare gli imprenditori, ad avviare una startup; dovranno solo decidere se farlo qui, a casa loro, o all’estero, magari in Cile.

Il problema di questo Paese è che non è competitivo per chi vuole fare startup, perché da noi il costo del lavoro è troppo alto, il debito schiaccia la crescita e continua ad aumentare e la pubblica amministrazione è costosa e inefficiente, il più delle volte dannosa.

Ho fatto due conti utilizzando le statistiche prodotte da Eurostat, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, mettendo a confronto cinque paesi europei, inclusa l’Italia.

1)      In Cile il costo di un dipendente per l’azienda è quasi identico all’importo che entra netto nelle tasche di quel dipendente; qui in Italia è il doppio (la differenza fra il costo per l’azienda e il netto in busta è il cuneo fiscale, pari alla somma di imposte sul reddito e contributi pensionistici). E’ necessario ridurre il cuneo fiscale, e quindi il gap fra Italia e Cile, e per farlo servono almeno centocinquanta miliardi all’anno, quanto basta per portare l’Italia almeno in linea con il cuneo fiscale della Gran Bretagna

2)      Una patrimoniale a cifra fissa o proporzionale alla ricchezza netta, a carico delle famiglie più abbienti, potrebbe ridurre il debito di un terzo e consentire un risparmio di interessi di almeno cinquanta miliardi. Ci stanno pensando sia il FMI, sia la BCE; non lo dicono ufficialmente, ma le loro pubblicazioni parlano da sole

3)      Altri cinquanta miliardi sono la cifra minima che si potrebbe ottenere (my humble opinion) razionalizzando gli acquisti di beni e servizi della Pubblica Amministrazione e tagliando i costi del personale dove abbonda l’inefficienza e l’assenteismo

4)      Gli altri cinquanta miliardi non saprei dove trovarli; qualcosa dal recupero dell’evasione, sicuramente neanche un euro da nuove tasse. Comunque, portare a casa i punti 2) e 3) sarebbe già un grande successo

5)      In assenza di manovre correttive, il debito pubblico continuerà a crescere a una velocità che il nostro conto economico non è in grado di reggere. L’aumento del debito negli ultimi dieci anni (seicento miliardi) è stato finanziato sempre con aumenti di imposte, mai con tagli di spesa, ma lo spazio per nuovi aumenti è ormai esaurito. Il crollo delle finanze pubbliche, di questo passo, è solo questione di tempo.

I cinque punti qui sopra sono l’executive summary delle mie considerazioni. Chi ha fretta può smettere di leggere. Chi vuol sapere come ci sono arrivato, dovrà invece arrivare fino in fondo.

Tutti in Cile. Non lo dico io, ma il Fondo Monetario Internazionale.

I suoi economisti hanno disegnato una mappa che segmenta le economie dei paesi avanzati e dei maggiori paesi emergenti in base alle principali condizioni strutturali della finanza pubblica e ai possibili shock che quelle condizioni potrebbero subire in un prossimo futuro in assenza di un sostanziale cambiamento di rotta.

Il Cile è l’unico paese fra quelli considerati che possa vantare condizioni strutturali di buona salute senza particolari rischi di peggioramento; quello messo peggio è il Giappone. E l’Italia?

L’Italia ha un deficit sotto controllo e un welfare sostenibile, perché tasse e contributi pagati dagli italiani riescono a coprire la spesa pubblica e a pagare pensioni e cure mediche, ma ha un debito stellare, ha problemi a finanziarlo, ha un’economia che non cresce e un sistema bancario a rischio.

La London School of Economics, pensando all’Italia, nel proprio blog recita: «gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come a un caso di scuola di un paese che ce l’ha messa tutta per sprofondare da una posizione di economia industriale leader e prosperosa una ventina d’anni fa a una condizione di inarrestabile desertificazione economica, totale incapacità di gestione demografica, rampante terzomondizzazione, produzione culturale azzerata e completo caos politico-istituzionale».

Le considerazioni della LSE sono sotto gli occhi di tutti, sono incontestabili, ma non val la pena di scriverci un articolo; solo era opportuno ricordare che abbiamo un problema etico-istituzionale grande quanto una montagna. Piuttosto, facciamo un po’ di conti per capire se almeno abbiamo spazi di manovra per uscire dal tunnel, ché se ce ne fossero almeno potremmo coltivare la speranza che una classe dirigente adeguatamente motivata potrebbe imprimere una nuova spinta al paese.

Il mio punto di vista è quello di chi vuole avviare un’impresa e vuol capire se in Italia ci sono le condizioni per farlo, seguendo un percorso logico che parte da un’ipotesi di fondo: le aziende si fanno con gli uomini e gli uomini costano; costano perché sono bravi e perché cento euro netti in busta paga costano all’azienda in Italia 191 euro (dati OCSE), in Germania e in Francia peggio che da noi, nel Regno Unito 148, in Cile 108. Germania e Francia costano più care dell’Italia, ma hanno condizioni ambientali profondamente diverse, con servizi e welfare di alta qualità e una posizione competitiva invidiabile.

Proviamo a immaginare cosa dovremmo fare per avvicinare il costo del lavoro in Italia a quello della Gran Bretagna, un benchmark tutto sommato invidiabile.

Per tagliare il costo azienda del 23% (tale è il gap fra Italia e UK) dovremmo risparmiare più o meno 150 miliardi all’anno. L’Italia spende più o meno 250 miliardi l’anno fra stipendi e consumi della pubblica amministrazione (sicurezza, istruzione, salute, burocrazia), 350 miliardi fra pensioni e ammortizzatori sociali e più o meno un centinaio di miliardi di interessi sul debito.

Cominciamo dagli interessi: ogni punto percentuale di incremento o diminuzione dello spread vale per l’Italia 20 miliardi all’anno e lo spread sale quando i titoli si vendono e scende quando prevalgono gli acquisti (fidatevi, è così). Dal 2011 le banche straniere hanno iniziato a vendere i BTP facendo impennare lo spread, ma il fiume di vendite si è fermato sulla diga BCE che ha comprato negli ultimi due anni più di 100 miliardi di euro di titoli di Stato italiani e ha prestato 250 miliardi alle banche italiane che per larga parte li hanno usati per comprare altri titoli di Stato italiani. Solo per questo Draghi andrebbe nominato uomo dell’anno per gli ultimi tre anni, perché ha dato al mercato un segnale molto forte: «non provate a speculare contro l’Italia perché io compro tutto», un atteggiamento mantenuto con coerenza, tant’è che da poco gli stranieri hanno ricominciato a comprare carta italiana, lo spread si è stabilizzato e si è impedito che il sangue scorresse per strada.

Ma fino a quando l’Italia dovrà servire duemila miliardi di debito pubblico, lo spread sarà sempre in tensione e la spesa per interessi potrà solo aumentare, né la BCE potrà acquistare titoli italiani in eterno.

Per tagliare il debito ci sono tre modi:

1)      avere entrate superiori alle uscite, ma di tanto, e usare questo surplus per pagare gli interessi e rimborsare il debito un po’ alla volta, ma questo significa segare alla base la spesa pubblica, cioè tagliare le pensioni agli anziani e gli stipendi ai dipendenti dello Stato, e/o aumentare le tasse al di là di quanto sia possibile immaginare. In altre parole, mettere in ginocchio il Paese

2)      vendere il Colosseo, gli Uffizi, Pompei e buona parte degli immobili di Stato; a un prezzo da saldo di mille € al m2 si dovrebbero vendere seicento milioni di m2 per ottenere un risultato accettabile. Improbabile

3)      imporre una patrimoniale alle famiglie più abbienti, a quel 10% di italiani che detengono il 50% della ricchezza, più o meno centoventimila euro a testa, in media. Attenzione, perché anche il Fondo Monetario Internazionale, nello stesso documento che ho citato sopra, ha ammesso che «un’imposta del genere, se applicata prima che diventi inevitabile e finché sia possibile credere che non verrà ripetuta, non è distorsiva e da alcuni potrebbe anche esser vista come equa». Gli economisti del Fondo ipotizzano un’imposta proporzionale pari al 10% del patrimonio delle famiglie europee che hanno più soldi che debiti, fotografate con dovizia di particolari, guarda caso, da uno studio della BCE di aprile 2013.

Con una patrimoniale da seicento miliardi si potrebbe ridurre il debito di quasi un terzo, alleggerire la tensione sullo spread e far scendere sia i tassi (debito più sicuro), sia la spesa per interessi (meno debito), risparmiando nel migliore dei casi più o meno cinquanta miliardi l’anno.

Tagli di spesa: lo Stato paga ogni anno 165 miliardi di stipendi e spende 90 miliardi in acquisto di beni e servizi. Non fa mai bene generalizzare, ma qualche volta ci si azzecca: se ci guardiamo intorno e pensiamo ai venticinquemila forestali della Sicilia, o ai centododicimila LSU iscritto al Fondo per l’occupazione quando era ministro del lavoro Antonio Bassolino, o anche soltanto a quello che succede negli ospedali, nei tribunali e in Parlamento (lasciamo perdere scuole e Università, lì i soldi sono sempre troppo pochi), ci rendiamo conto, così, a naso, che la possibilità di risparmiare ogni anno una cinquantina di questi oltre duecentocinquanta miliardi è concretamente a portata di mano. E con il risparmio di interessi fanno cento; ne mancano cinquanta per arrivare all’ambita soglia, ma questi davvero non saprei dove prenderli, perché mi sembra assai improbabile che si possano sottrarre ai pensionati. Ci sarà pure qualche pensione d’oro, ma non credo che ci si possa fare gran cosa.

Interessante sarebbe capire dove può arrivare la lotta all’evasione, ma anche quella ha un costo e spesso si conclude recuperando meno di quanto si è speso per combatterla.

Ma io di cento miliardi di decontribuzione mi accontenterei, anzi ci metterei la firma. Mi accontenterei volentieri di un taglio netto al debito accumulato dai miei genitori e dai miei nonni, che sto pagando io e che dovranno pagare i miei figli e i miei nipoti; mi accontenterei almeno di non vederlo più aumentare (ottanta miliardi nel 2012). Sarei felice di poter contare su una spesa pubblica razionale ed efficiente, sarei molto felice di veder tornare gli stranieri a investire in Italia. Non (solo) in Cile.

Una “manovrona” per le startup
Come far diventare l’Italia un Paese per startup? Servono riforme profondamente radicali, non solo incentivi e sgravi. Ecco 8 proposte. Prendiamo esempio dal Cile