Come farsi acquistare da Amazon: la storia di GoPago

"Take good care Amazon" La raccomandazione che fa Vincenzo Di Nicola al colosso che ha acquisito la sua startup, GoPago

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Vincenzo Di Nicola

La notizia della exit ci viene data direttamente da Vincenzo Di Nicola via Facebook. Uno stato in inglese, breve, telegrafico: “So long GoPago. It has been a great ride.
Take good care Amazon.”

GoPago, la sua startup cresciuta in Silicon Valley, è stata acquisita da Amazon, un colosso.

E’ una bella notizia per l’ecosistema italiano, che quest’anno ha già visto una grande exit da oltre 400milioni di dollari.

Di seguito la storia di questa avventura che si è dimostrata un bel successo.

Un genio teramano si nasconde nella Silicon Valley. Si chiama Vincenzo Di Nicola, ha 33 anni. È ingegnere informatico e si è trasferito negli Stati Uniti mentre era ancora studente all’università. Bologna, altri tempi. A San Francisco, una nuova vita. Lì ha fondato, insieme a un collega italo-americano, l’azienda GoPago, nota per aver sviluppato un’applicazione mobile per pagamenti tramite carte di credito, contanti e smartphone. L’idea gli viene quando, allo stadio dei Giants, durante una partita di baseball contro i Washington Nationals, finiscono le birre e il suo amico Leo si alza per ordinarle. Poco dopo, Barry Bonds batte il record di homerun segnati nella storia del baseball americano senza che Leo, in fila per le bevande, possa vederlo…

Ospite dei Giovani imprenditori di Teramo per un insolito e affollato aperitivo/incontro all’Enoteca Centrale, Vincenzo Di Nicola ha detto cose molto interessanti e anche molto forti sulle università italiane

Secondo lui, gli atenei nostrani non formano buoni ingegneri informatici perché fanno troppa teoria. È per questo che consiglia agli italiani che stiano seguendo un percorso analogo al suo di trasferirsi all’estero. «Negli Stati Uniti – ha detto – mi sono accorto che fino a quel momento, nel mio Paese, avevo studiato in maniera astratta». Vincenzo, il genio buono: torna ogni anno a Teramo, oltre che per far visita ai genitori, per consegnare un premio ai migliori studenti di informatica del Liceo Scientifico in cui si è diplomato.

Vincenzo Di Nicola, qual è stato il suo percorso?

«Potrei iniziare dalla storia di mio nonno Vincenzo, una storia simile alla mia. Emigrò nel 1922 in America come minatore. Partì da Villa Turri, a Sant’Atto, e rimase sui Monti Appalachi per dieci anni. Poi tornò a casa. Dopo molti anni sono nato io, sempre a Sant’Atto, e crescendo ascoltavo le storie di mio nonno sull’America, un posto dove si lavorava molto ma che ti restituiva anche molto. Un’immagine molto forte. L’ho voluta sperimentare di persona e così, a ventidue anni, mi sono trasferito a San Diego, in California».

Perché non ha voluto completare i suoi studi in Italia?

«Studiavo a Bologna ingegneria informatica ma già all’epoca ero colpito piuttosto negativamente dall’istruzione italiana, almeno nelle mie materie. Tanta teoria e poca pratica. Anche per questo motivo decisi di provare a vedere se quello che mi dicevano sull’America era vero attraverso un programma di scambi di studi con l’estero».

E cosa accadde negli Stati Uniti?

«Rimasi a San Diego un anno, una specie di Erasmus. Quant’è bella l’America, mi ripetevo, quindi prolungai la permanenza di un altro anno per fare la tesi. Più andavo avanti e più mi rendevo conto che quello che mi avevano detto era vero. Feci domanda per il dottorato a Stanford, una delle università più conosciute nel campo dell’informatica. Fui preso e iniziai la mia carriera di insegnante ma ben presto realizzai che quel tipo di lavoro non era ciò che volevo».

Cosa fece una volta smessi i panni di insegnante?

«Iniziai a lavorare con Yahoo e poi passai alla Microsoft, per la quale ho lavorato un paio di anni a Seattle e quindi in Cina per sei mesi perché volevo vedere un altro mondo».

Dalla Cina tornò negli Stati Uniti?

«Sì, pensai che era ora di aprire la mia azienda. È avvenuto quattro anni fa. All’inizio si chiamava Pago, poi, per motivi di trademark, visto che il nome non poteva essere registrato perché era una parola sia italiana che spagnola, lo cambiammo in GoPago».

Di cosa si occupa la sua azienda?

«Forniamo soluzioni di pagamento per clienti e commercianti. Un utente può, camminando per strada, magari a San Francisco o a New York dove si va di fretta, vedere quanto tempo di attesa c’è nel proprio ristorante per avere una determinata pietanza. Con lo smartphone ha la possibilità di avere una relazione bidirezionale con il commerciante, in modo da ordinare la pietanza, sapere in quanto tempo sarà pronta, comunicare quando potrà ritirarla, pagare saltando la fila e quindi risparmiare tanto tempo. Inoltre il commerciante, a cui noi forniamo un tablet con tecnologia Android, può comprendere meglio quali sono le abitudini dei suoi clienti e comportarsi di conseguenza offrendo per esempio sconti».

Cosa offre in sintesi la vostra applicazione?

«La nostra applicazione taglia tantissimo il tempo d’attesa per gli utenti, soprattutto nelle città dove il tempo è denaro e fa la differenza tra il mangiare bene e il non mangiare per niente, mentre al commerciante offre vantaggi legati alla fidelizzazione, consentendogli di trattare meglio i propri clienti».

L’affollato aperitivo-incontro con Vincenzo Di Nicola organizzato dai Giovani Imprenditori di Teramo

GoPago attualmente dov’è presente?

«Siamo presenti a San Francisco, Portland, Seatlle, Dallas, Baltimore e ora stiamo lanciando la nostra applicazione a New York».

Progetti per il futuro?

«Entro due anni vorrei creare una startup anche in Italia. Vorrei tornare e vedere se si può creare qualcosa di importante».

Dove fonderà la sua azienda italiana?

«Non so. Se non a Teramo, magari a Milano».

Lascerà quindi l’America?

«In America sono diventato adulto dal punto di vista professionale, le cose che mi ha dato la California e San Francisco non le avrei mai avute qui in Italia e quindi sono molto riconoscente agli Stati Uniti, tuttavia mi piacerebbe creare qualcosa anche per la mia terra».

Cosa le manca dell’Italia?

«Mi manca lo stile di vita, molto più tranquillo, molto più easy, anche troppo a volte, niente a che vedere con gli Stati Uniti dove invece la vita è, come si dice, con gli steroidi, di gran lunga più veloce».

Non ha invece nostalgia dei suoi studi in Italia?

«Con le università italiane ho un po’ il dente avvelenato. Qui non ho fatto altro che fare calcoli ma niente pratica. In Italia si studia una specie di filosofia dell’informatica e non l’informatica. Tutti i corsi sono teorici ma non c’è nulla che serva a implementare, a costruire qualcosa. A chi volesse seguire i miei studi, consiglierei di andare all’estero».

Un momento dell’incontro tenutosi all’Enoteca Centrale di Teramo

Quanti dipendenti ha la sua azienda?

«Attualmente abbiamo 42 dipendenti ma siamo sempre alla ricerca di sviluppatori informatici interessati a venire lavorare con noi a San Francisco. Siamo continuamente alla ricerca di talenti».

E San Francisco è il posto ideale per un informatico?

«San Francisco è il posto ideale, sì, soprattutto per un giovane informatico. Anzi, ne approfitto per lanciare un appello: se siete bravi, fatevi avanti!».

Chi è

Vincenzo Maria Di Nicola, teramano – oggi residente a San Francisco – cofondatore e direttore tecnico di “GoPago” (www.gopago.com), società americana che ha sviluppato un’applicazione mobile per pagamenti tramite carte di credito, contanti e smartphone. La GoPago ha ricevuto l’interesse di vari investitori istituzionali, come JP Morgan Chase, ed in questo momento si sta espandendo a livello nazionale negli USA. Vincenzo Di Nicola ha lavorato anche per Microsoft negli Stati Uniti e in Cina ed è stato assistente Professore alla Stanford University dove ha ottenuto un Master of Science in Computer Science nel 2007.

 

Nicola Catenaro

Intervista pubblicata su “La Città” del 20 giugno 2013

Fonte: http://www.storieabruzzesi.it/2013/06/21/se-il-genio-della-silicon-valley-ha-nostalgia-delle-sue-origini/


Un pensiero su “Come farsi acquistare da Amazon: la storia di GoPago

  1. Pietro

    quando una startup può considerarsi italiana? quando è fondata da un italiano in qualsiasi parte del mondo o quando è realizzata su suolo italiano? quale vantaggio porta per l’ecosistema startup in italia, una startup fondata e venduta all’estero?

    L’esempio Eos, l’exit era la migliore soluzione? perchè non si crede nel proprio lavoro? perchè non ci sono investimenti? o è solo profitto personale?

    Le startup, quindi, sono solo un veicolo essenziale per rafforzare l’impresa esistenti ? per lo più estere?
    Secondo questa teoria, Microsoft, Apple, e l’odierne Google e Facebook non sarebbero ma diventati i colossi che sono, perchè non hanno puntato sull’exit anche loro? i loro Ceo credevano molto di più nel loro lavoro?

    Con questa Filosofia di capitalismo e profitto, in Italia nascerà mai un colosso come quelli sopra citati?

    Replica

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