Donadon: «Italia Startup deve cambiare rotta: perché oggi comincia un nuovo corso»

In mattinata l’assemblea di Italia Startup deciderà quale direzione prenderà l’associazione nata nel 2012. Il presidente: “Solo un naturale processo di evoluzione”

DonadonUn cambio di direzione. Sarà il tema dell’Assemblea di oggi di Italia Startup, Associazione presieduta da Riccardo Donadon e fondata nel 2012 per dare voce alle startup e al mondo dell’innovazione all’interno della task force per l’Agenda Digitale voluta dal ex Ministro Corrado Passera durante il Governo Monti. Riccardo Donadon, classe ’67, attuale Presidente e tra i fondatori della lobby e di H-FARM, vede questo cambio di direzione come necessario e naturale. Nei due anni di vita, l’obiettivo principale è stato difendere il settore delle imprese innovative e i bisogni propri di questo mondo. Alcune leggi necessarie sono state approvate, ma rimane ancora tanto da fare sulle startup: ad esempio, bisogna imparare ad essere uniti.

Oggi ci sarà l’Assemblea dell’Associazione Italia Startup e si prevede un cambio di rotta. Che cosa cambierà?

Italia Startup è un associazione giovane, è nata nel 2012 con l’obiettivo di lavorare in difesa del settore delle startup, di creare le condizioni ottimali dello sviluppo dell’ecosistema. Adesso l’ecosistema si sta modificando e noi ci dobbiamo adattare. Il passaggio più importante sarà rendere più inclusiva possibile l’associazione, verrà allargato il consiglio, coinvolgendo un massimo di 30 membri, per dare a tutti i migliori esperti una rappresentanza e poter avanzare proposte che diano voce agli attori di questo mondo. L’Assemblea, poi, ruoterà di anno in anno: dobbiamo essere dinamici. Inoltre, cercheremo di migliorare il posizionamento all’interno del sistema, per interpretare sempre di più le esigenze e le necessità dell’innovazione. Ad esempio, ci avvicineremo di più anche alle imprese tradizionali, che devono iniziare a dialogare con le startup.

Perché avete sentito la necessità di ripensare alcuni aspetti dell’Associazione? Cosa non ha funzionato?

E’ stato un naturale processo di maturazione. Nel 2012, quando siamo nati, ci siamo impegnati per creare le condizioni per ottenere un quadro normativo dedicato alle imprese innovative. Nel 2013 abbiamo cercato di capire quali potessero essere le altre esigenze del settore, per avanzare altre proposte di legge. Ora, bisogna lavorare sullo sviluppo dell’ecosistema, dare ascolto anche alle altre imprese, non solo a quelle digitali e favorire la creazione di altri distretti di innovazione.

Cosa è stato fatto in questi due anni?

Tutto quello che è si è potuto fare per un quadro legislativo che favorisca il settore. Abbiamo fatto parte della task force voluta dall’ex ministro Corrado Passera durante il governo Monti e ci siamo fatti portatori di istanze, abbiamo avuto un ruolo di lobbying. Abbiamo impostato insieme le basi delle leggi e abbiamo controllato che queste venissero applicate.

Vi ritenete soddisfatti delle leggi che sono state fatte? Sono servite veramente a migliorare l’ecosistema?

Innanzitutto va dato merito a quel ministro (Passera, ndr) che ha voluto creare delle norme che regolassero il settore. Si parte sempre da una base, e quello che abbiamo fatto è molto importante. Ci sono alcune norme che vanno assolutamente allargate, come ad esempio quella sull’equity crowdfunding. L’Italia è stato il primo paese europeo ad approvare una simile legge, ma è ancora uno strumento troppo piccolo e complesso. Non siamo particolarmente soddisfatti, è una legge che va migliorata. Ci sono, poi, altri strumenti a disposizione che potenzialmente potrebbero funzionare, ma che non vengono ancora molto usati, come il work for equity e gli stock option. Questi vanno sicuramente raccontati di più. Infine, c’è il Fondo di garanzia, ad esempio, che invece funziona molto bene.

Un’Associazione come Italia Startup è davvero utile per l’ecosistema italiano?

A livello di associazione potrebbe anche essere inutile, l’importante è fare le cose ed è fondamentale che siano gli attori del sistema a farle. Noi in questo momento sottolineiamo e amplifichiamo le loro esigenze. In un paese come l’Italia, dove gli individualismi sono molto forti, si rischia di essere troppo divisi. La crisi che stiamo vivendo è dovuta non solo ad un fattore economico, ma anche ad un cambio dei modelli, dobbiamo essere uniti. Come Presidente, sto lavorando per renderla l’associazione di tutti.

Nei due anni di vita di Italia Startup sono cambiate molte cose. Il numero delle startup è cresciuto molto, dagli ultimi dati del Registro sono ben 2048 quelle registrate. Alcuni parlano già di una futura bolla. Secondo cosa succederà?

Credo che ci sia forte tensione nei confronti di questo mondo, ed è positivo. E’ importantissimo, in questo caso, il tema della comunicazione: le startup vanno spiegate bene, non vanno folklorizzate. Bisogna raccontare come stanno veramente le cose. Io ho vissuto una situazione simile in prima persona, quando nel 2003 ho venduto con buonissimo risultato la mia azienda (E-tree, ndr), proprio perché si pensava essere nella bolla di Internet. Non avevano capito nulla. Questa volta c’è molta più attenzione e i media sono molto più bravi a raccontare le cose.

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