6 consigli sul futuro del lavoro dalle 6 startup finaliste al Next di Napoli

Dal baby-sitting alla ristorazione: ecco le giovani imprese che si sono sfidate sul palco partenopeo. La vincitrice: Fluentify, la piattaforma che insegna a parlare le lingue straniere

Negli anni della crisi tremendissima che sta coinvolgendo il mondo del lavoro, ci sono degli innovatori che stanno scommettendo proprio su come ripensare domanda e offerta in ambito professionale. Lo fanno utilizzando le nuove tecnologie in modo innovativo, coinvolgendo community specifiche e fornendo soluzioni originali. Sono startupper, non solo e non necessariamente giovanissimi. Equamente distribuiti tra donne e uomini e in lungo e in largo per lo Stivale. E, cosa non da poco, sono partiti il più delle volte da loro autentici bisogni concreti. «Perché in fondo la tecnologia è qualcosa di abilitante verso un miglioramento della qualità della vita», ripetono con forza all’unisono.

Sei storie d’eccellenza di startup sul mondo del lavoro, sei storie di neo-imprese che si sono sfidate al ‘Next, la Repubblica degli Innovatori’ di Napoli domenica 8 giugno. E per farlo si sono presentate in tre minuti, votate dal pubblico del teatrino di Corte e da quanti da casa le hanno sostenute sulle diverse candidature. Ecco allora queste sei storie di innovazione, con sei consigli per fare startup sul lavoro, negli anni in cui il lavoro si ripensa, si perde, si crea, si delocalizza, si fa in rete.

Foto 2 Fluentify

Partiamo dai vincitori. Perché a vincere la sfida è stato Giacomo Moiso e il team di Fluentify. Questa startup sta facendo imparare l’inglese in rete. Il progetto è stato pensato ed implementato dallo stesso Moiso, insieme ad Andrea Passadori, Claudio Bosco e Matteo Avalle, tutti sotto i trent’anni. «Siamo nati da un concetto semplicissimo: per migliorare una lingua è necessario parlarla. E siamo approdati a Londra perché, ad oggi, è uno dei posti più adatti per sviluppare una startup».

Così dopo un passato nei laboratori di ricerca oggi i quattro si dedicano anima e corpo a Fluentify, una piattaforma per mettere in contatto chi vuole migliorare l’inglese con tutor madrelingua selezionati. E i numeri iniziano ad essere rilevanti: oltre quindicimila utenti per circa settanta tutor e trecentomila euro di investimento da Stefano Marsaglia, un business angel incontrato (guarda caso) proprio a Londra.

«Il nostro personale consiglio? Non aver paura di sbagliare o di fallire, è il bello di questo gioco. Puntate a qualcosa di ambizioso ma pianificate di arrivarci a piccoli passi».

foto 3 cocontest

Ci sono poi tre italiani che stanno ripensando l’architettura. «In rete mettiamo in contatto professionisti e clienti», dicono. Si tratta di due fratelli e del loro amico del cuore. Tutti romani e laureati. Hanno una missione ambiziosa: ridisegnare la professione dell’architetto e dell’interior designer partendo dal Paese che ha un decimo degli architetti di tutto il mondo, l’Italia. E ce la stanno facendo: in sedici mesi è già boom di iscritti per la loro startup Cocontest, con oltre diecimila architetti che rispondono ad oltre trecento contest all’anno da venticinque Paesi.

«Il nostro obiettivo è di abbattere le barriere geografiche in questa professione, perché per progettare non occorre effettuare sopralluoghi: cerchiamo di fatto di trasformare il servizio di progettazione in un prodotto, standard come caratteristiche ma unico come creatività», precisa Filippo Schiano di Pepe, uno dei tre fondatori. E le competenze arrivano davvero da ovunque, spunti creativi e culturali messi in circolo grazie alla rete. «I clienti ricevono progetti da architetti che arrivano da culture molto diverse». La startup guadagna il 20% come commissione su ogni intermediazione di servizio, il resto va all’architetto vincitore prescelto.

«Il nostro consiglio? Direi non essere gelosi della propria idea, la condivisione delle informazioni e dei progetti e fondamentale per far crescere una startup».

foto 4 il marito in affitto

Al Next di Napoli si è presentata anche una startup familiare, nata tra padre e figlio e diventata un caso di successo in Europa. Parte dalla necessità di mettere in contatto chi cerca e chi offre lavoro sul terreno dei lavoretti manuali. La storia: Gian Piero Cerizzo, 64 anni di Monza, dopo decenni di lavoro come agente di commercio per grosse aziende alimentari decide di dar sfogo alla passione che ha sempre avuto per i lavori manuali, avviando con suo fratello una carrozzeria. Nel 2007 con la crisi è costretto a chiudere l’attività, ritrovandosi con il figlio Fabio (allora 28 enne) e senza lavoro. Da questa situazione critica è nata l’idea de Il marito in affitto, sfruttando finalmente l’attitudine e la passione di entrambi per il fai-da-te. Il franchising oggi registra settanta licenziatari, si sviluppa su tutto il territorio italiano e all’estero, 150 collaboratori in Italia, presenti all’estero con 16 marchi: tra i Paesi si segnalano Cina, Canada e Australia.

«Il nostro consiglio? Guardarsi intorno. Talvolta un’ idea di successo la si può trovare anche risolvendo un piccolo problema della vita quotidiana».

Esclusivo

La gara delle startup lavoro si è tinta anche di rosa. «Leghiamo domanda e offerta in un segmento che ricerca persone affidabili e che abitano vicino». Ecco in sintesi la startup Le cicogne per Giulia Gazzelloni, una delle tre socie insieme a Monica Archibugi e Valentina Tibaldo. La neo-impresa creata da queste tre ventiseienni basate a Roma è nata di fatto soltanto nell’aprile dello scorso anno, ma sta già facendo parecchio parlare. «Mettiamo in contatto i genitori che hanno bisogno di aiuto per i loro figli con chi quell’aiuto è disposto a darlo», sintetizza Giulia. Si va dal baby sitting fino al sostegno per far svolgere i compiti a casa ai bambini. La chiava è la geolocalizzazione dei bisogni. D’altronde l’intuizione è nata proprio da Monica e dalle necessità dei suoi vicini di casa. Infatti Monica, lavorando come babysitter, era diventata in poco tempo il punto di riferimento del suo quartiere per tante studentesse come lei in cerca di un lavoro flessibile. Così l’idea di creare un punto di incontro virtuale.

«Il nostro consiglio è di iniziare a fare, con i mezzi che si hanno a disposizione. Chiedere e ascoltare chi vive intorno».

foto 6 job your life

Jobyourlife è una piattaforma innovativa di job recruiting che aiuta le persone a trovare il lavoro ideale nei luoghi che desiderano, attraverso la geolocalizzazione dei cv e l’utilizzo di annunci di lavoro mirati. «Mi servivano sviluppatori per un’altra startup ma avevo difficoltà nel trovare profili con determinati requisiti intorno a me. Ed ecco l’intuizione di uno strumento che geolocalizzasse cv e competenze. Così è nata Jobyourlife», precisa il fondatore Andrea De Spirt. Oggi la startup registra più di 200 mila utenti iscritti con una media di mille iscrizioni al giorno e 40 aziende che cercano personale in Jobyurlife.

«Un consiglio ai miei coetanei che vorrebbero provare a misurarsi su un’esperienza di startup? Serve credere nell’idea, ma è altrettanto importante capire se il mercato è pronto ad accoglierla e sostenerla».

Foto 7 Jobberone

Come trovare cuochi, camerieri, stiratori, baristi con una stagione turistica alle porte e senza le dovute conoscenze? A questo interrogativo hanno risposto Olliver e Patrick Mayr, due fratelli albergatori sui quarant’anni nati in Germania e attualmente residenti in Italia. Olliver e Patrick hanno pensato di mettere in piedi una piattaforma di domanda e offerta di lavoro per scovare lavoratori stagionali, un progetto diventato social network e ad oggi a tutti gli effetti considerato una promettente startup.

Benvenuti su Jobberone, l’aggregatore di offerte di lavoro per funzioni operative. «Al bando i ruoli manageriali alla LinkedIn, su Jobberone si ricercano figure professionali come operai, badanti e idraulici. D’altronde cerchiamo di dialogare col tessuto socio-economico del nostro Paese: disoccupati, lavoratori, liberi professionisti, piccole e medie aziende», afferma Michele Bertoli, co-fondatore e oggi portavoce di Jobberone. Appassionato di web e mobile da sempre, Michele ha creduto fin da subito nel progetto e si è occupato di tutti gli aspetti tecnici legati alla startup.

Il progetto è nato nel 2012 sul lago di Garda, precisamente a Fasano in provincia di Brescia: è lì che Olliver e Patrick gestiscono il loro hotel. Ad oggi Jobberone conta sei collaboratori coinvolti e di diversa estrazione, centomila aziende presenti, più di mille proposte di lavoro ogni settimana e cinquantamila utenti tra liker e iscritti al sito. Numeri interessanti, considerando anche il fatto che gli investimenti economici sono privati e sono arrivati proprio dai due soci fondatori.

«Il consiglio che ci sentiamo di dare è sicuramente di non concentrarsi sugli aspetti tecnici e tecnologici del progetto, ma di risolvere un problema reale. Il resto verrà da sé’».

 

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