Sguardi e (pre)giudizi su makers e startup: innovazione o hobby per il tempo libero?

Simpatici ragazzi (di tutte le età) che si divertono a creare “cose” più o meno utili. È così che molti in Italia vedono ancora i maker. Eppure potrei fare la stessa domanda parlando di molte startup:reale innovazione oppure hobbisti del business? Superando la classica abitudine italiana alla dicotomia spicciola, la vera domanda sarebbe: quali condizioni… Read more »

Simpatici ragazzi (di tutte le età) che si divertono a creare “cose” più o meno utili.
È così che molti in Italia vedono ancora i maker.

Eppure potrei fare la stessa domanda parlando di molte startup:
reale innovazione oppure hobbisti del business?

Superando la classica abitudine italiana alla dicotomia spicciola, la vera domanda sarebbe: quali condizioni rendono le invenzioni dei maker una delle fonti di innovazione reale?
Ossia: occupazione, fatturato, sviluppo dell’economia. Me le son chiesto spesso, girando fra gli oltre 600 stand della Maker Faire di Roma. E ho trovato numerosi spunti interessanti.

01-DrJack
Il primo è stato sviluppato da ragazzi catanesi: si tratta di un dispositivo salvavita che contiene informazioni sanitarie di chi lo indossa. L’hanno chiamato Dr Jack: inserito nella presa di uno smartphone, visualizza i dati relativi a intolleranze, patologie e altri aspetti che, in caso di impossibilità del malato, possono esser comunicati in modo semplice e immediato a medici o responsabili. “Stiamo cercando finanziatori per industrializzare l’idea a livello mondiale”, spiegano i ragazzi del FabLab di Catania. Una delle possibili valorizzazioni del progetto è la futura cessione a imprese che sviluppano Wearable technology.

Ma il trasferimento di tecnologia o know-how ad un’azienda esistente non è l’unico modello di business. Soprattutto in USA stanno crescendo a vista d’occhio le “hardware startup”, ossia le nuove imprese innovative che producono prodotti hardware.

 02-archeo

Non bastano però la passione e la curiosità: uno dei requisiti fondamentali per fare business è la competenza. Penso per esempio al gruppo di archeologi e architetti del progetto ArcheoLab. Realizzano modelli digitali 3D di reperti archeologici del Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria, rendendoli poi disponibili online a fini culturali e didattici. Ma è a livello sociale che l’applicazione diventa ancora più utile: grazie alle riproduzioni in 3D, danno la possibilità a non vedenti o ipovedenti di fruire dei reperti museali, toccando letteralmente con mano l’arte.

03-riprendo

E, a proposito di finalità sociali, molto interessante diventa l’integrazione tra ricerca scientifica e spirito maker. Ipotizziamo per esempio l’utilizzo di risorse open per razionalizzare i costi della sanità pubblica e migliorare la qualità della vita dei pazienti: è questo l’obiettivo di [email protected], che sviluppa soluzioni innovative e piattaforme tecnologiche personalizzate per la riabilitazione neuro motoria post-ictus, con particolare attenzione all’utilizzo in ambiente domestico.

04-lino's

Infine un altro modello di business possibile è quello – ormai famoso – dell’artigianato digitale. Produrre pezzi unici o in numero limitato, utilizzando ad esempio stampanti 3D e puntando sull’e-commerce per uscire da una dimensione locale.

Uno degli esempi più affascinanti è Lino’s Type, vero e proprio matrimonio fra tradizione e innovazione. Grafica e stampa 3D da un lato, dall’altro la gloriosa Heidelberg del 900 utilizzata magistralmente da Lino Aldà, oltre 40 anni in tipografia. Il tutto per creare stampe che sono piccoli pezzi d’arte.

Ma questi sono solo alcuni esempi: sarà fondamentale per tutto il sistema dell’innovazione italiano identificare modelli di business sostenibili e connettere in modo sistemico i makers all’economia tradizionale. La bella notizia, il motivo per cui “Vediamo Positivo” – citando la campagna delle Generali – è che tutto questo non solo è possibile ma è già iniziato.

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