Come diventare una multinazionale in 12 mesi: il modello Helpling (e Rocket Internet)

Nata a Berlino meno di un anno fa, è diventata un modello che si è allargato a 12 paesi e 200 città. Storia di Helpling e diventata una multinazionale con Rocket Internet. E in arrivo un secondo round da decine di milioni

«Quando ti fermi un attimo e guardi indietro – dice Alberto – è lì che ti stupisci». A gennaio del 2014 Helpling era solo un’idea nella mente di due ragazzi tedeschi, Benedikt Franke e Philip Huffmann. Una piattaforma dove trovare un cleaner, qualcuno che faccia le pulizie di casa. Tempo tre mesi, a marzo il servizio era online in Germania. Alberto Cartasegna, 25 anni, lo hanno reclutato a giugno, come country manager per l’Italia: «Mi hanno chiamato al quartier generale di Berlino per coordinare l’apertura nel Paese, a inizio agosto eravamo online». In parallelo, altri come lui si occupavano di Francia, Svezia, Olanda e Austria. Poi è stata la volta di Canada, Spagna e Brasile, e questa settimana di Australia, Emirati e Singapore. Così oggi, quattordici mesi dopo quell’idea, Helpling è operativa in dodici Paesi e 200 città, ha all’attivo 50mila case pulite e quasi trecento dipendenti. Nel frattempo a dicembre è arrivato un primo finanziamento da 13 milioni di euro e secondo alcune indiscrezioni, non confermate dalla società, ci sarebbero trattative avanzate per un ulteriore e ben più ricco round, da diverse decine di milioni di euro.

SedeDiventare multinazionale in 12 mesi

Da progetto a multinazionale nel giro di un anno, ecco il ritmo a cui deve crescere una startup di Rocket Internet, fabbrica seriale di aziende innovative. Che si tratti di e-commerce, come per Zalando, consegna di cibo a domicilio, Foodpanda, prestito tra privati, Lendico, o pulizie di casa, Helpling, il modello che l’incubatore berlinese applica alle sue creature (https://www.rocket-internet.com/companies) è lo stesso, solo sempre più rodato: una corsa lucida e forsennata a diventare grandi. Così Rocket, da poco sbarcata in Borsa, è convinta di poter diventare «la maggiore piattaforma internet al di fuori di Cina e Stati Uniti». Per questo Franke e Huffmann hanno bussato alla sua porta: «Abbiamo visto la possibilità di costruire con rapidità un servizio globale – spiega il primo – non volevamo inseguire, ma essere davanti a tutti». Ci avevano già provato con altre startup, sperimentando le difficoltà di testare un prodotto, costruire la squadra, trovare finanziatori. Con Rocket il patto è chiaro: cedi una bella fetta della società, nel caso di Helpling il 70 per cento, ma in cambio ricevi tutto quello di cui c’è bisogno per sfondare, dai soldi alle competenze.

La cura dei dettagli

Basta guardare la sede di Helpling. Un palazzo di tre piani a pochi metri da Unter den Linden, una delle zone più costose di Berlino. La startup l’ha riempita nel corso dei mesi, man mano che lasciava il nido di Rocket. «Dal primo giorno ci hanno messo a disposizione una squadra di dieci sviluppatori», racconta Franke. Altro che prodotto minimo da testare, quando va online Helpling è già curata nei dettagli. Nell’interfaccia di prenotazione, essenziale, intuitiva. Nell’algoritmo che incrocia le richieste dei clienti con le disponibilità dei cleaner: gli utenti non devono perdere tempo a vagliare decine di profili, la piattaforma gli assegna quello giusto per loro, considerando giorno, indirizzo e servizio richiesto. E nell’assistenza, capace di rispondere a ogni chiamata entro venti secondi. «All’inizio la squadra di Rocket ci supportava in tutte le operazioni, dalle analisi di mercato alle questioni legali», spiega Franke. Poi, una dopo l’altra, le funzioni sono state portate all’interno, assumendo il personale necessario. Ora lo svezzamento è completo, come testimoniano le targhette fuori dalle stanze: marketing online, marketing offline, finanza e controllo, analisi dei dati, customer care. Ogni team ha figure dedicate ai singoli Paesi, Italia compresa.

helpling_fondatoriIl modello Rocket Internet

Perché il prodotto è lo stesso ovunque: Rocket li crea così, facili da esportare. Ma ogni mercato ha esigenze specifiche, che tocca agli uffici locali come quello di Milano interpretare. Uno dei punti forti di Helpling per esempio è la possibilità di regolarizzare il mercato delle pulizie domestiche, spesso nero. Ma si sa che certe abitudini, specie in Italia, sono dure da scalfire: il rischio è che dopo il primo servizio un cliente chieda al cleaner il numero di cellulare e da lì in poi lo contatti senza passare dalla piattaforma: «La soluzione – risponde Cartasegna – è rendere felici i cleaner, sono loro i nostri primi clienti». Figure selezionate attraverso dei test online che valutano la conoscenza di prodotti e tecniche di pulizia. Helpling offre loro una copertura assicurativa e un canale attraverso cui presentarsi come veri professionisti: «Grazie a noi possono estendere la loro rete di clienti, così li possiamo convincere a rimanere sul sito». Nel nostro Paese al momento sono circa duecento, in quattordici città, metà italiani e metà di origine straniera. Il prezzo per un’ora di pulizia è fisso, 10 euro e 90 centesimi, Helpling ne trattiene il 20 per cento.

Helpling è in 12 paesi e 200 città

Cartasegna sta organizzando una serie di campagne di marketing, online e offline, per far conoscere il prodotto, le risorse non mancano. Il rischio semmai, vale per tutte le startup di Rocket, è quello di bruciarle troppo in fretta. Se non fosse che anche l’attenzione all’efficienza, in questo modello, è maniacale: «Sappiamo nel dettaglio dove spendiamo i soldi – spiega Franke – non solo per Paese, ma anche per singola campagna di marketing». Le ultime bandierine sul mappamondo sono state piantate proprio questa settimana, negli Emirati, in Australia e a Singapore, dove la società è entrata acquisendo il concorrente locale Spikifi. Una novità nella strategia di Rocket che abbiamo visto in pratica qualche giorno fa anche in Italia, con l’acquisto della startup bolognese Pizzabo. Ora però l’espansione di Helpling dovrebbe un po’ rallentare. Il primo obiettivo per i prossimi mesi è penetrare più a fondo nei Paesi in cui è già presente, aumentando le città coperte e la diffusione del marchio. In Italia verrà sperimentata la pulizia per uffici, accanto a quella per privati. Ma in prospettiva quello a cui Helpling punta è aggiungere altri servizi, sempre dedicati alla casa, dal baby sitting al giardinaggio: «Sì, la prospettiva ci attira – riconosce Franke – ma prima dobbiamo diventare i migliori in quello che già facciamo».

Se funziona ci si mette un attimo a replicarlo, in altri settori o su altri mercati: pura mentalità Rocket. Ma anche una delle grandi critiche rivolte all’incubatore berlinese. Quella di produrre solo copycat, doppioni di servizi che già esistono. Di seguire un metodo da consulenti, più che inseguire una vera innovazione. Alberto Cartasegna, come molti altri manager nell’orbita del Razzo, arriva proprio dal mondo della consulenza: «La mentalità è simile, con grande attenzione per la struttura, i processi e gli indicatori», dice. «La differenza è che qui non porti una ricetta per poi lasciare agli altri l’esecuzione, qui ti devi sporcare le mani. Prendi una decisione e ne vedi l’effetto il giorno dopo. E l’impatto è quello che conta davvero».

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