Lucano, startupper seriale e professore ad Harvard: «Lasciate la vostra terra, tornate da protagonisti»

Gianluca De Novi insegna ad Harvard, ma in passato ha creato diverse startup in campo biomedico. Alcune ne lancia ancora, specie con giovani italiani in cerca di successo all’estero.

Se Francis Ford Coppola è un vanto per la Lucania nel cinema internazionale (i suoi nonni erano emigranti originari di Bernalda, provincia di Matera), la stessa cosa si può dire nel campo dell’innovazione e delle startup per Gianluca De Novi. Trentanovenne anch’egli originario di Bernalda, De Novi insegna ad Harvard ed è uno dei primi lucani ad aver creato startup di successo nel campo del social networking e della telemedicina. Come Jobs, Gates, Bezos e altri, ha iniziato a fare esperimenti nel garage di famiglia divenuto il simbolo dell’imprenditoria “fai da te”. Purtroppo, però, al pari di tanti altri cervelli lucani, anche lui è stato costretto a lasciare la Basilicata per proseguire le sue attività e a raccogliere il successo fuori di casa.

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Gianluca, parlaci delle tue attività principali: che progetti stai seguendo?

«Nel campo accademico mi occupo di chirurgia robotica e simulazione chirurgica. Lavoro a progetti di ricerca per lo più finanziati dal dipartimento di difesa statunitense sulla simulazione medica e per conto loro lavoro alla definizione e creazione di nuove tecnologie e standard per questi settori. Per questioni legate alla riservatezza purtroppo non posso fornire molti dettagli, ma posso dire che i progetti passati erano orientati alla chirurgia cranio-facciale e oculare e al riconoscimento e valutazione dei movimenti dei chirurghi, offrendo un feedback in real-time sulla loro performance e su eventuali errori. Nel mondo del business il progetto che assorbe maggiormente il mio tempo è il consorzio di imprese Americane “Triotech Ventures” che ho fondato e dirigo e che ha lo scopo di individuare piccole e medie imprese sul territorio Italiano e in seguito anche in altri paesi, che abbiano prodotti nei settori med-tech, hi-tech e bio-tech e che non hanno raggiunto ancora la massa critica necessaria per raggiungere uno dei mercati più ricchi del mondo, quello americano. A queste aziende, noi offriamo supporto finanziario, strutturale e operativo per consentire a loro di costituire aziende sussidiarie in USA garantendo l’esportazione dei loro prodotti e non del know-how che invece è tutelato e lasciato nel paese d’origine. Triotech ha già incubato diverse aziende Italiane, soprattutto nel settore dei medical device e si accinge a selezionarne di nuove ogni anno. Oltre al consorzio, ho fondato altre startup che si occupano di cose differenti (nuove tecnologie per l’advertising, 3D printers, simulazione industriale e telemedicina)».

Perché in Italia è ancora così difficile secondo te mettere in piedi una startup?

«Le ragioni sono differenti e cambiano secondo il territorio. Ad esempio, nel Sud manca l’informazione o c’è addirittura disinformazione, ci sono supporti messi a disposizione dalle Regioni, ma nessuno (o pochi) si prende la briga di andare in Università ad organizzare seminari per informare i giovani delle risorse a disposizione. Il risultato è che il più delle volte le risorse non sono nemmeno utilizzate e per accedervi occorre andare in mano ad intermediari che ovviamente ne traggono un profitto a discapito degli imprenditori, inesperti il più delle volte. In Basilicata, in particolare, c’è una forte mancanza in termini di infrastrutture, e si supporta per lo più il turismo, che necessita di infrastrutture per la viabilità, mentre non si fa molto per supportare imprese nei settori dell’hi-tech e web che potrebbero sopravvivere anche in un ambiente povero di vie di comunicazione e trasporto. Vista da fuori, la Basilicata sembra un po’ un feudo, dove tutto deve passare dalle mani di pochi, e la sorte di tutti i progetti dipende per lo più da loro. Se ci fossero incubatori in grado di essere collegati ad un network di investitori internazionali (cosa che ho proposto alla Regione attraverso la creazione di un incubatore sul modello di quelli americani) oltre ai fondi Europei e regionali, si potrebbe attingere a risorse molto più immediate e veloci, favorendo l’imprenditoria e velocizzandone lo sviluppo radicalmente, ma svincolandolo dalle decisioni dei politici di turno».

Che ruolo ha la politica negli Usa rispetto all’innovazione e alla diffusione di imprese che la promuovono?

«Il governo investe in nuove tecnologie e poi dà in licenza queste tecnologie all’industria, per garantire che queste tecnologie raggiungano il mercato e siano sfruttate a beneficio della popolazione. Un po’ come si fa in Europa con i progetti europei, ma con la differenza che una volta partiti è facile trovare capitali privati che si aggiungono a supporto dei progetti e un progetto è considerato terminato con successo solo quando diventa un prodotto e non rimane fine a se stesso».

Che cosa faresti per agevolare la nascita di un ecosistema competitivo nel nostro Paese?

«Personalmente il mio piccolissimo contributo lo sto già dando e a diversi livelli. Il primo è quello di invitare studenti presso il mio laboratorio (o altri) a lavorare alle tesi di laurea, attraendoli con le ottime referenze che l’università può offrire, ma con lo scopo di immergerli in un contesto in continuo fermento nel settore imprenditoriale e sperando che gli studenti, si lascino contagiare dall’entusiasmo del fare impresa che c’è qui dove uno studente ogni dieci è coinvolto in una startup. Ho anche chiesto alla Regione Basilicata di stanziare delle borse di studio ad hoc per questo processo, senza successo per il momento, ma con la promessa di farlo dopo questa estate. Il secondo livello di contributo lo offro con il mio consorzio, aiutando le piccole imprese a creare un export che rafforzi il loro patrimonio e il loro valore di mercato con l’ambizione di portarle a quotarsi in borsa. Il terzo livello è di andare saltuariamente in università italiane a fare seminari sull’internazionalizzazione d’impresa. L’ultima volta l’ho fatto al Cnr di Lecce. Secondo te mi hanno invitato a fare lo stesso in Basilicata?».

Hai un suggerimento da dare ai tanti giovani lucani con idee brillanti che vogliono mettere in piedi imprese di successo?

«Cercate di mettervi in contatto con realtà fuori dalla Basilicata se non riuscite a trovare supporto da parte della regione. Siate testardi nella ricerca di supporto, ma non nei feedback sulle vostre idee, è davvero facile fissarsi su qualcosa che sembra apparentemente vincente, ma poi non lo è, cercate di aggiustare il tiro e collezionate feedback. Se avete modo di far crescere i vostri progetti localmente fatelo senza pensarci, ma se le cose non funzionano in Basilicata, andate fuori, poi c’è sempre tempo per ritornare con più esperienza e più forti per cambiare le cose nella propria terra».

Saresti disponibile a mettere il tuo know how al servizio di strutture lucane di sviluppo e di ricerca e ad avere occasioni di scambi con innovatori lucani?

«Ovviamente si, ma ironicamente fino ad ora sono proprio loro che non mi si filano. Le cose sono diverse in altre regioni, in cui mi invitano costantemente, accollandosi anche le spese di trasferta, mentre in Basilicata dove normalmente vengo un paio di volte all’anno ancora nulla e sono io che cerco di stimolare le comunicazioni. Il mio prossimo contributo lo andrò a dare al Meet In Italy for Life Science 2015 a Milano dove io e altri partner del mio consorzio siamo stati invitati per raccontare cosa facciamo e incontrare le startup milanesi».

Gianluca sarà prossimamente ospite della Palestra della Creatività e dell’Innovazione a Potenza.
Intervista di Enzo Fierro

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