A che Caio è servito?

Ieri Mr Agenda digitale ha incontrato, alla Presidenza del Consiglio, startup (poche), venture capitalist, incubatori e istituzioni. Che ora aspettano un cambio di passo

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Si è ripartiti, come scrivevamo ieri, dal modello introdotto da Corrado Passera: quello dell’ascolto degli attori del settore. Ieri, martedì, alla presidenza del Consiglio – nella sede distaccata di via della Mercede, a Roma – il responsabile dell’Agenda digitale, Francesco Caio, ha dato la parola a 45 tra imprese, investitori e istituzioni. Sul tavolo il decreto Crescita 2.0, con il registro delle startup innovative e degli incubatori, le agevolazioni per chi fa e investe in innovazione e il regolamento per la raccolta fondi via crowdfunding.

Fabio Lalli, fondatore di Indigeni Digitali, racconta a Startupitalia che Caio «prendeva appunti. Li ha presi da tutti quelli che hanno fatto interventi». Dopo un’introduzione iniziale, Mr Agenda digitale «non ha mai più preso la parola per sostenere una o l’altra proposta», ma il messaggio che è emerso è la volontà di dare seguito al confronto con altri incontri, per affinare una progettazione più strutturata. «È stato come riprendere le fila e rimettere in moto un percorso dopo il passaggio di testimone dell’esecutivo», spiega ancora Lalli. Chi ha preso la parola, undici persone in tutto, ha avuto a disposizione 7 minuti per elencare le proprie priorità.

Secondo Luigi Capello, fondatore dell’incubatore Enlabs, questa modalità di esposizione rischia però rendere poco efficace l’iniziativa: «Ci sono tanti soggetti diversi con interessi diversi – sostiene Capello – ognuno dice la sua ed è difficile stilare la lista delle reali priorità. Secondo me, comunque, l’urgenza impellente è la creazione di un fondo dei fondi che dia valore all’industria del venture capital», afferma, soffermandosi anche sull’urgenza di «creare un credito di imposta per gli investitori».

Lalli fa poi notare come le startup fossero in netta minoranza: «C’erano poche imprese, solo tre su 45 erano startup, il resto erano soggetti interessati più all’investimento che al fare impresa. E poi istituzioni. Si respirava comunque un’aria costruttiva e di grande disponibilità». C’era anche il fondatore di Dada e Nana Bianca. «Paolo Barberis – prosegue Lalli – ha parlato di interventi necessari sul lavoro e delle modalità con cui le startup dovrebbero essere facilitate sotto il profilo della tassazione iniziale, della burocrazia e della possibilità di assumere competenze, senza essere massacrate di tasse». Dello stesso avviso anche il fondatore di musiXmatch, Massimo Ciociola, che ha riportato la sua esperienza di imprenditore «che ha deciso di rimanere in Italia, e ha messo in piedi una realtà da 20 milioni di utenti in tutto il mondo». (scritto con Alessio Nisi)

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